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The Forest Quartet, quando Thoreau incontra il jazz

Il jazz mi ha sempre affascinato. O, perlomeno, dai ventidue anni (quando ho cominciato a suonare il basso elettrico) ai quaranta (quando è nata la prima figlia, che ha assorbito e cannibalizzato quasi tutti i miei hobby). Ho acquistato e ascoltato centinaia di vinili e CD. Ho letto diverse biografie di jazzisti da Mingus a Coltrane, da Miles Davis a Nina Simone, senza farmi mancare quel tomone di Jazz di Arrigo Polillo. Ma soprattutto ho assistito a centinaia di concerti nei posti più disparati. In piccoli club di provincia come il Tam a Grottazzolina o il più blasonato Blue note di New York.

Ho presenziato a tantissimi festival: dal famosissimo Umbria Jazz, al più di nicchia Fano Jazz by the Sea o allo storico Pescara Jazz; di conseguenza, quando ho visto che stava per uscire un gioco intitolato The Forest Quartet non me lo sono fatto sfuggire. Ecco la mia esperienza.

Alcuni CD presi a caso dalla mia collezione.

Le premesse narrative sono molto semplici. C'è un quartetto jazz che è diventato un trio. La loro cantante e sassofonista, Nina, è morta da una settimana per una malattia rara. I componenti rimasti stanno elaborando il lutto, ognuno a modo suo; unica costante è che si sono isolati nelle loro abitazioni nella foresta e che la dipartita della musicista e cantante ha spento loro la voglia di suonare. Nina però ricompare sotto forma di fantasma e vuole dare un ultima spinta ai suoi compagni in modo da riaccendere in loro la scintilla della musica, della creatività, dell'improvvisazione.

Chiudersi in casa e sentirsi accerchiati? ecco fatto!

La foresta, che prima è stata salvifica e fonte di ispirazione per i quattro componenti, ora procura loro sofferenza. È come se si fosse spenta, bruciata, seccata. Strane presenze simili a un blob scuro hanno ricoperto i pini secolari, e solo degli strani meccanismi che sembrano provenire da un film di fantascienza, o ancora meglio dalle illustrazioni di Simon Stålenhag, possono ridare linfa vitale alla flora. Purtroppo anche questi meccanismi si sono rotti e alcuni pezzi sono sparpagliati nel bosco. Il fantasma di Nina deve riuscire a recuperarli e far ripartire i macchinari che così potranno far rivivere l'ancestrale potere della foresta che, a sua volta, darà l'impulso creativo ai musicisti rimasti orfani della loro musa.

Il pianista Kirk soffre di depressione, e dopo la morte di Nina la situazione è peggiorata drasticamente. Il contrabbassista, JB, soffre di ansia e attacchi di panico, mentre il batterista Sebastian è accecato da una rabbia che non riesce più a controllare. Attraverso l'esplorazione e la risoluzione di puzzle ambientali e logici piuttosto semplici, Nina deve riportare la luce nella foresta tanto amata dal quartetto per dar vita al concerto commemorativo su un palco di legno costruito proprio nel bel mezzo del bosco.

L’alcol non è la soluzione.

The Forest Quartet è un gioco brevissimo dove l'atmosfera conta più della narrazione, la quale si limita a scarni dialoghi tra i musicisti; si percepisce il tono di un’esperienza molto intima e personale, infatti è stato realizzato quasi interamente da Mads Vadsholt in Danimarca, e trasuda da ogni singolo pixel un mood tipicamente nordico, crepuscolare, evanescente. Purtroppo il rapporto tra i quattro protagonisti non viene approfondito più di tanto e tutto rimane molto vago e superficiale, e gli enigmi a mio avviso non sono sempre ben implementati e, a volte, paiono un po' fuori contesto.

Resta degna di nota una direzione artistica ispirata e onirica e le malinconiche melodie jazz che restituiscono bene la chiave di lettura ultima del gioco, che vede nel ritorno alla natura l'unica fonte di benessere e soluzione esistenziale, come Thoreau predicava già nel 1854.