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The Equalizer 2 - C’è chi guarda i cantieri e chi li fa saltare per aria

Fin dalle elementari, ogni volta che qualche insegnante ci mitragliava con la classica domanda “Cosa vorreste fare da grandi?”, quasi tutti i miei compagni se ne uscivano con le risposte tipiche e mirabolanti del caso: pilota, attore, cantante, calciatore, un paio di scienziati e cose così. Io no. Io, con tutto il candore di questo mondo, spiegavo che da grande avrei voluto fare il pensionato.

Ora, non dico che la cosa fosse normale - nemmeno per gli standard craxiani e baby-pensionistici dell’epoca - però resto convinto che per potersi godere il buen retiro o l’ozio in generale non basti avere attitudine, ma bisogna farsi trovare preparati. Diversamente, si rischia di fare la fine di Fantozzi o, peggio, quella del protagonista di The Equalizer, che per ingannare il tempo redime torti e si infila in mille casini.

A due anni di distanza dal remake de I magnifici sette, si ripropone il team-up di lungo corso tra il regista Antoine Fuqua e Denzel Washington, nuovamente accompagnati dallo sceneggiatore Richard Wenk per rimettere in pista le avventure di Robert McCall.

In uscita oggi nei cinema italiani, The Equalizer 2 – Senza perdono, sempre ispirato alla serie TV degli anni Ottanta nota dalle nostre parti come Un giustiziere a New York, riprende la struttura del film precedente ma decide di ampliarla un po’. Il sequel, in particolare, esplora più a fondo il passato di McCall (Denzel Washington), l’ex agente della DIA che ha inscenato la propria morte per potersi ritirare a vita privata senza strascichi, ma che degli strascichi, alla fine, non riesce a fare senza.

Contestualmente a questo approfondimento, emergono con più decisione anche le molle etiche e psicologiche che conducono le azioni dell’uomo, sorta di Jack Reacher invecchiato e irrigidito che si guadagna da vivere facendo il conducente Lyft (un concorrente americano di Uber), e che col pretesto del taxi risolve i torti che gli capitano a tiro. McCall sa bene che non gli è possibile redimere tutto il caos che passa per le strade (anche se gli prudono le mani da tanto gli piacerebbe), ma il suo istinto da giustiziere compulsivo lo porta a intervenire ogni volta che può. “Perché io?” gli domanda a un certo punto il protégé di turno, Miles (Ashton Sanders), un aspirante artista che rischia grosso con i giri brutti. “E perché non tu?”, ribatte McCall, e il senso del personaggio è un po’ tutto qua.

Purtroppo, il tran-tran di “piccoli interventi” del nostro non durerà a lungo. Il passato tornerà a galla e finirà col risucchiarlo in una faccenda di vendetta, nella quale sono coinvolti anche alcuni suoi ex colleghi/commilitoni.

Denzel alla riunione di condominio.

Dopo la coralità de I magnifici sette, Fuqua torna a concentrarsi sul suo attore feticcio e modella il film attorno al personaggio di McCall. Dal canto suo, Washington ciondola sul set perfettamente a proprio agio nei panni di un umarell un po’ supereroe e un po’ predicatore folle, che spara i suoi sermoni al ragazzetto di turno e che al netto della rigidità - o forse in virtù della stessa - riesce pure a strappare qualche risata di tanto in tanto (vedi, toh, la scena della recensione via app). Attorno a lui si muove un cast non sempre all’altezza ma mai fuori tiro, composto, oltre che dal suddetto Sanders, da Bill Pullman, Melissa Leo, Sakina Jaffrey, Orson Bean e naturalmente da Pedro Pascal nella parte di Pedro Pascal.

Per servire a McCall la sua vendetta, Fuqua schiera una fotografia luminosa e una regia solida e pulita, che col precipitare degli eventi finiscono per grattuggiarsi contro una tempesta. La furia degli elementi gioca un ruolo chiave sia sul piano della messa in scena che del racconto vero e proprio: la tempesta si insinua pian piano nelle vite dei personaggi, annunciata da una radiolina e dalle spazzolate di vento sugli alberi. Segue, asseconda ed esalta in sottofondo i movimenti emotivi, fino a irrompere nello spazio.

Parallelamente, l’azione procede per accumulo, ma risulta sempre leggibile, sia che la si prenda da lontano che da vicino. Il film costruisce anche qualche buon momento thriller, ma il meglio arriva quando rilascia tutta l’energia cinetica accumulata in una bellissima corrente ascensionale. Una vera e propria spirale d’azione che alterna fasi di caccia all’uomo, stealth e di cecchinaggio con esplosioni pesanti e cazzotti, in un crescendo che esalta eroe e contendenti piazzando la posa plastica al momento giusto.

Denzel spiega i cantieri a Pedro Pascal.

Nel pieno dell’azione, Fuqua adopera la macchina da presa per raccontare le gerarchie di forza degli scontri, accelerando progressivamente questo giochetto fino a suggerire l’esito di un colpo prima ancora che vada a segno. Nulla che non si sia mai visto, OK, ma qua la mano è particolarmente precisa. 

Poi, se proprio devo puntare il dito su qualcosa, nonostante la trama principale vada via liscia senza eccessive complessità, le sottotrame lasciano un po’ il tempo che trovano, non aggiungono granché al pacchetto e in un paio di occasioni, forse, lo impicciano un poco. Detto questo, ho trovato The Equalizer 2 riuscito e spassoso, un degno esponente degli action (pre)geriatrici che piacciono tanto alle signore e ai giovani d’oggi, e in fondo pure a me.

Ho guardato The Equalizer 2 – Senza perdono in anteprima nell’ambito dell’ultimo Festival del film di Locarno, grazie al cielo in lingua originale. Dalla visione a questa recensione è passato più di un mese, un lasso di tempo sufficientemente lungo da corroborare la mia inclinazione alle sparate e ai vaneggiamenti, fate voi.