Outcast

View Original

La trilogia prequel di Star Wars ha fatto anche cose buone?

Prima di cominciare, sento il bisogno di confessarmi: io, da ragazzino, nonostante avessi l’età giusta e tutto, non è che andassi proprio pazzo per Guerre Stellari. In effetti, quando mi sono preso bene con la serie, ero un adolescente o giù di lì, e già si parlava di Star Wars.

Quando frequentavo le elementari e gli amichetti si sfondavano di giocattolini della Kenner e frignavano con genitori e zii per essere accompagnati a vedere Il ritorno dello Jedi, preferivo Blade Runner e Wargames, tanto per restare in ambito proto-nerd. Alle medie, durante i passaggi televisivi della trilogia, cambiavo volentieri canale alla volta di Ritorno al Futuro, Robocop o Ghostbusters, o verso certa robaccia horror che passava Italia 1. Ora che ci penso, preferivo persino Dallas, con tutto che andavo pazzo per le spade laser e cercavo di simularle adoperando quelle luci stick fosforescenti che regalavano con i punti della benzina.

Comunque, ricordo che mio zio, infinocchiato dalle astronavine, aveva cercato di vendermi il pacchetto come una roba di fantascienza figa, ma non era andata. Si vede che già all’epoca, senza troppi sofismi, sotto tutto quell’iperspazio, avevo nasato un odore che mi piaceva poco: quello del fantasy. E da ragazzino non amavo il fantasy. Riuscivo a tollerarlo giusto se sfiorava l’horror, ma in generale robe come Il signore degli anelli e compagnia ho finito per recuperarle pure quelle un filo dopo, e credo di non aver mai visto La storia fantastica prima di entrare al liceo.

«Te lo buco, Robocop!».

Ed è sempre in aera liceo che ho iniziato, finalmente, ad apprezzare anche Star Wars, istigato dalle varie TGM, K e Consolemania, nelle quali si parlava un sacco di universo espanso, tra i fumetti della Dark Horse, i romanzi di Timothy Zahn, i videogiochi della serie X-Wing e quegli altri per SNES. Insomma, ci stavo arrivando pure io, anche se da una strada secondaria.

Nel 1997, finalmente in sala, divorai le Special Edition della trilogia classica, e nel 1999 ero in pole position per la prima de La minaccia fantasma, già parzialmente spoilerato da un Trivial Pursuit monografico che qualcuno si era portato dietro dagli Stati Uniti.

Da quel giorno, sono passati vent’anni, durante i quali i prequel sono entrati nell’immaginario collettivo come lammerda, o giù di lì, salvo qualche scintilla di revisionismo qua e là.

Revisionismo che, in parte, mi ha spinto a ripassarli di recente per cercare di capire se ci sia qualcosa da salvare. È finita che mi sono trovato davanti un Episodio I sorprendentemente meno schifoso di quanto ricordassi ma, anzi, con diverse cose centrate che all’epoca avevo preso di traverso. Un Episodio II, di contro, orribile proprio come lo avevo lasciato, se non peggio, e un Episodio III pieno di roba fighissima – con in testa la battaglia iniziale - e altra parecchio meno azzeccata, ahimè.

Ad ogni modo, fresco di visione, ho voluto stilare una breve lista delle cose buone che ha fatto la trilogia prequel, quando le astronavi su Coruscant arrivavano in orario o esplodevano nel tentativo.

Via!

Your browser doesn't support HTML5 audio

Episodio I: La minaccia fantasma | Il calendario dell'avvento di Star Wars Outcast Staff

L’azione! le battaglie!

La cosa più figa della trilogia prequel, soprattuto in confronto a quella classica, sono le battaglie, poco importa che siano a base di astronavine, forza o spade laser.

Quella finale di Episodio I, in questo senso, è un picco assoluto di acrobazie e carisma, ed è tra le poche dell’intera saga – come mi faceva notare il Maderna – dove a brandire le armi sono Jedi e Sith nel pieno delle forze, senza giovani incapaci, vecchi o freak tra le balle. In particolare, il contrattacco di Obi-Wan su Darth Maul, dopo che quest’ultimo gli ha seccato il maestro, è talmente espressivo che nel giro di due mosse racconta tutta la rabbia, la gioventù e la pericolosità latente del personaggio. Senza ricorrere a una sola linea di dialogo, e delegando semmai parte dell’epica all’eccellente accompagnamento orchestrale.

Molto buona, sempre da Episodio I, anche la corsa degli sgusci: spericolata, piena di colpi di scena e assecondata da un sound design pazzesco, ci ricorda che Lucas, sotto sotto, è sempre quel ragazzo di Modesto appassionato di motori che ha diretto American Graffiti (e pure le tragiche camporelle tra Anakin e Padmé ne L’attacco dei Cloni, ma insomma). E ci ricorda pure che sarebbe ora di vedere un nuovo F-Zero, porca miseria.

Passando a Episodio II, mi viene da celebrare lo scontro nell’arena che accende la battaglia di Geonosis, non tanto per le coreografie e quella goffissima carica di Jedi, con le spade laser che paiono manganelli, ma in via dell’immaginario che accende. L’arena, la folla urlante e i colori; il bestiario scagliato contro Padmé, Anakin e Obi-Wan, con lei che si scollaccia nel giro di mezzo secondo, restituiscono la saga a quel fantasy artigianale a metà tra Flash Gordon e i peplum, che è così tipicamente Star Wars (e che, ancora, non ho avuto modo di incrociare nella nuova trilogia).

Sempre su Geonosis, scena dopo scena, la battaglia si evolve fino a culminare nella fantastica parentesi “carpatica” e, al limite dell’espressionismo, dominata dal conte Dooku, nel quale un grandioso Christopher Lee infonde i gesti misurati e l’esperienza accumulati in settant’anni di carriera nella recitazione classica, metà dei quali spesi nei canini del Conte Dracula (ma questa faccenda la raccontano molto meglio I 400 calci, qui).

En garde.

Dooku è così potente che Obi-Wan ne esce sconfitto e Anakin addirittura con un arto mozzato, e se non fosse stato per l’intervento di Yoda, sarebbe andata pure peggio. La resa dei conti arriverà solo con Episodio III, al culmine di quella che, probabilmente, è ancora la sequenza d’azione più spettacolare della serie.

Una sequenza che parte nello spazio sopra Coruscant, dove Obi-Wan e Anakin, attraverso un movimento di macchina indimenticabile, raggiungono un’affollatissima battaglia portandosi dietro lo spettatore, ignaro fino a quel momento. Da lì è un crescendo di acrobazie, infiltrazioni e spade laser, fino all’atterraggio di fortuna.

Your browser doesn't support HTML5 audio

Episodio II: L'attacco dei cloni | Il calendario dell'avvento di Star Wars Outcast Staff

Nel giro di mezz’ora di azione serratissima, Lucas riesce a raccontare perfettamente l’incrinatura del rapporto tra allievo e maestro, con i due che all’inizio se la volano paralleli lungo le stesse traiettorie – segno che la comunione di intenti è totale - per poi separarsi lasciando il giovane Anakin sotto l’influenza di Palpatine.

L’andamento della sequenza prelude anche allo spettacolare duello finale tra le fiamme del pianeta Mustafar, che segnerà definitivamente le strade dei due Jedi. Quando incroceranno di nuovo le lame laser, più o meno vent’anni dopo, le capriole lasceranno il posto alle bastonate.

C'ho un'età.

Lore

Attraverso la trilogia prequel, il lore di Star Wars si espande enormemente, rispondendo ad alcune fra le domande che i fan si facevano da più di vent’anni e introducendone altre. Buona parte dell’universo espanso che si era formato nel frattempo, tra libri, fumetti e videogiochi, viene brasata ma non senza lasciare le sue tracce e, in compenso, vengono introdotti pianeti, federazioni e personaggi nuovi di zecca. Si parla di politica, naturalmente, anche se con esiti un po’ meh, e vengono approfonditi gli aspetti religiosi e tradizionali della Forza. Lucas trova persino il tempo di esplorare un po’ la dimensione cyberpunk dell’universo di Star Wars, attraverso i bassifondi di Coruscant, la capitale della Repubblica.

«Entrano i burocrati»

I jedi nel declino della democrazia appaiono spesso erratici e tracotanti, e nella loro torre d’avorio, finiscono per sottovalutare l'avanzata populista montata dal machiavellico Palpatine, che non a caso proviene da un pianeta “rinascimentale” come Naboo.

Ed è sempre con Palpatine che vengono introdotti, o perlomeno nominati apertamente, anche i sith, gli antagonisti dei jedi. A dirla tutta, il termine era nell’aria già nel 1976; compare in alcune note di lavorazione del primo film e viene addirittura adoperato nella riduzione letteraria acconcia. In seguito, per anni, l’universo espanso ha raccontato storie di “Jedi oscuri” senza tirare in ballo i Sith, che verranno canonizzati e resi popolari solo a partire da Episodio I.

Attraverso La minaccia fantasma, veniamo a sapere che girano sempre a mazzi di due, il maestro e l’allievo, e il primo che vediamo in azione (tolti, naturalmente, l’imperatore e Vader nella trilogia classica) è Darth Maul, probabilmente una fra le cose migliori dei prequel.

Puppare!

Pur essendo tremendamente fine Novanta nell’estetica – pare uscito da un rave party con i Prodigy – Maul è fascinoso, potente e, soprattutto, non si perde in chiacchiere o backstory. A prestargli muscoli e agilità è l’attore Ray Park, esperto praticante di arti marziali, perfetto per un personaggio che arriva e colpisce come un lampo, esprimendosi soprattutto attraverso l’azione e regalandoci, in virtù di questo, alcune tra le sequenze di spada e forza più interessanti della serie.

Design

Una cosa che bisogna riconoscere a Lucas è che, nel bene o nel male, con i prequel ha osato un sacco, diversamente dagli autori della nuova trilogia che, almeno finora, sono stati decisamente conservativi. A livello visivo, i film sono pieni di soluzioni spettacolari e inventiva, tra pianeti, architetture, design di mezzi e robot, ma anche di accessori, armi e interfacce.

Nonostante la galassia sia sostanzialmente un luna park di “attrazioni a tema” (ma questo, va detto, è più per ragioni linguistiche proprie del genere che altro), e si incrocino bene o male sempre le stesse facce negli stessi bar, gli episodi I, II e III attraversano comunque un’ampia gamma di location, alcune delle quali lasciano di stucco lo spettatore. Penso a Coruscant, che a oggi resta la cosa più Trantor mai vista in un cinema.

Your browser doesn't support HTML5 audio

Episodio III: La vendetta dei Sith | Il calendario dell'avvento di Star Wars Outcast Staff

Scenografi, designer e costumisti, sotto la direzione di Lucas, hanno lavorato per generare un mondo progressivo e coerente: le forme dominanti rispondono al passare degli anni, spingendo progressivamente le linee affusolate e le architetture Liberty di Episodio I verso quelle più severe e razionaliste che iniziano a comparire alla fine di Episodio III, e che saranno dominanti per tutta la trilogia classica in odore di nazismo (e che, a differenza dei prequel, si racconta nel giro di pochi anni). A margine: ma quanto è figo lo spettacolo astratto che si sparano Anakin e Palpatine nella scena a teatro?

La nascita di Darth Vader

E di contro, quanto è goffo e commovente il primo passo di Darth Vader, che si risveglia nella sua armatura-imbragatura chiedendo di Padmé? In quel momento, l’attitudine del futuro villain si mescola (forse per l’ultima volta) con quella del ragazzo smarrito, e questo lo sa Lucas e lo sa lo spettatore. La costruzione della scena, con quell’illuminazione e quel taglio lì, sottolinea perfettamente la distorsione in atto nella natura del personaggio, ormai ridotto a una sorta di mostro di Frankeinsten, o a un tragico golem al servizio dell’imperatore.

«Nuooo!»

Bonus: Padmé in episodio II

Bonus (2): Le faccette di Palpatine

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a Star Wars, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.