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Star Trek: The Next Generation caga in testa al 99% delle serie attuali

Quella di Star Trek è sempre stata una lacuna nella mia cultura sulla fantascienza. Sono cresciuto con Guerre Stellari, tra film e videogiochi, e non ho mai trovato il tempo di dedicarmi a Kirk, Picard e soci. Come con tutti i franchise giganti, del resto, più passa il tempo e più si ha la sensazione di aver perso il treno. C’è così tanto Star Trek che, da profani, è difficile capire da dove iniziare ed è facile scoraggiarsi.

Il primo tentativo serio l’ho fatto partendo da zero, dalle primissime puntate della prima serie, quella con il capitano Kirk e Spock. Ho provato in tutti i modi a farmela piacere, ma l’impatto con quella produzione d’altri tempi è stato un po’ troppo brutale. Dopo essermi raccontato che dopo qualche puntata mi sarei abituato, ho gettato la spugna. Iniziavo a intravedere la bellezza di cui mi parlavano gli amici trekkie, ma la barriera all’ingresso era troppo alta.

Colpa delle uniformi che pizzicano.

A cambiarmi la vita è stato Lorro, una delle voci di Power Pizza Podcast, che mi ha dato un consiglio tanto bizzarro quanto specifico: “Fabio, comincia dalla prima puntata della terza stagione di The Next Generation.” Disposto a provarle tutte, l’ho ascoltato e mi sono trovato sull’Enterprise del comandante Picard, in medias res, davanti a un cast di personaggi che non conoscevo, se non per gli innumerevoli meme visti su internet. Sarò onesto, sono partito con delle aspettative bassissime. Gli esperimenti passati mi avevano dato l’idea che l’estetica di Star Trek non facesse per me e che anche questo tentativo sarebbe stato vano.

Invece mi sono innamorato nell’arco di tre puntate. E poi mi sono innamorato di più. E poi, quando credevo di aver raggiunto il limite massimo di amore concepibile, mi sono innamorato ancora di più. Per spiegarvi il perché, urge una digressione su Netflix, Prime Video, Disney Plus e tutte le piattaforme che si sono imposte sul mercato dell’intrattenimento. Sono sempre stato un consumatore di serie TV e in un primo momento avevo apprezzato l’esistenza di Netflix e la sua ampia offerta. Poi, come spesso succede, il contenitore ha iniziato a plasmare il contenuto. Visto che la sopravvivenza della piattaforma si basa su quanto viene utilizzata dai suoi utenti, che altrimenti disdicono l’abbonamento, Netflix deve fare in modo che continuino a consumare contenuti, puntata dopo puntata, serie dopo serie.

Da un lato c’è un lavoro psicologico invisibile (sapevate che Netflix vi mostra thumbnail diverse, a seconda dei vostri gusti e su quelle su cui avete cliccato di più?), dall’altro una campagna pubblicitaria tanto efficace quanto tossica. Netflix ha glorificato il concetto di “binge watching”, la scorpacciata di puntate, da fare tutta di seguito, solitamente a scapito del sonno. Non starò a tediarvi su come il sonno sia l’ultima frontiera dell’improduttività e su come ci siano aziende che cercano di monetizzarlo (per quello vi consiglio la lettura di Cronofagia, D Editore), né sul fatto che la parola “binge” sia solitamente associata all’alcolismo e alla bulimia. Il fatto è che se il focus si sposta dalla qualità artistica di un’opera alla sua capacità di tenere attaccato il pubblico a uno schermo, qualcosa cambia.

Io la chiamo la “netflixizzazione” dell’intrattenimento. È il fenomeno per il quale la piattaforma, forte dei dati raccolti sul gradimento e sulle visualizzazioni, inizia a ottimizzare le produzioni, adottando una serie di pratiche estetiche e narrative che hanno dimostrato di catturare l’utenza. Una di queste è l’organizzazione degli archi narrativi: in una puntata, solitamente, si chiude una storyline e se ne apre un’altra, in una concatenazione di trame che fa in modo che si desideri sempre la puntata successiva. Questo è senza dubbio ottimale per stimolare il binge watching, ma è realmente un buon modo per raccontare una storia? E soprattutto, quando l’artificio viene usato per la millesima volta, insieme alle stesse scelte di regia e alle stesse telecamere (fenomeno molto evidente nei documentari), tutto diventa tragicamente banale. Non a caso, l’ultima stagione di Boris ha proprio preso per i fondelli il fantomatico algoritmo, dipingendolo come un’entità capricciosa guidata solo dalla voglia di view.

In questo panorama sconfortante, Star Trek: The Next Generation è diventato la mia oasi nel deserto. Si tratta di una produzione per la TV, realizzata negli Anni ’90, prima che serie come Lost cambiassero per sempre il nostro modo di concepire le serie. Ogni puntata, pur inserendosi in un universo narrativo in costante evoluzione, era autoconclusiva. Questo si potrebbe dire anche per Otto sotto un tetto, La famiglia Robinson e Willy il Principe di Bel Air, direte voi. E sì, è vero, ma The Next Generation fa qualcosa di speciale: ogni puntata individua un tema di spessore e lo affronta sin nei minimi dettagli, sviscerandolo. Il teatro dell’Enterprise diventa il luogo ipotetico perfetto per interrogarsi sull’umanità, l’esistenza, la società. Alcune puntate sono meno riuscite di altre, chiaro, ma ci sono delle perle incredibili, sia per qualità della scrittura, sia per le tematiche affrontate.

“The Offspring”, nella terza stagione, è un racconto pazzesco che parla di identità di genere, diritti riproduttivi e umanità. I discorsi dell’androide Data sono straordinariamente attuali, ed è evidente come l’ambientazione fantascientifica, in uno spazio lontano, dia l’occasione perfetta per affrontare tematiche complesse in maniera non convenzionale.

The Offspring è andato originariamente in onda nel 1990, ma pare scritto ieri.

“Measure of a man” parla di intelligenza artificiale e coscienza con una lucidità filosofica incredibile, “Darmok” fa un racconto tutto incentrato sulla linguistica e culmina con Jean Luc Picard che parla dell’Epopea di Gilgamesh davanti a un falò. In “Inner light” Picard vive un’intera vita che non gli appartiene, nello struggente racconto della fine di una civiltà.

TNG è pieno di puntate come queste, così dense e potenti che Netflix ci avrebbe tirato fuori un’intera serie da dieci puntate. Invece Star Trek è rispettoso del mio tempo: mi racconta una storia ricca e completa in quarantacinque minuti e mi lascia appagato e soddisfatto, senza l’istinto di abboffarmi con un’altra puntata. Ho capito che è questo, personalmente, che voglio dall’intrattenimento. Non voglio prodotti ottimizzati per catturare a tempo indeterminato la mia attenzione, bensì storie il cui sviluppo è funzionale solo all’intrattenimento e non alle metriche della piattaforma.

Ho finito The Next Generation nell’arco di un anno e mezzo, per poi andare a recuperare le prime due stagioni, godendone infinitamente. Il consiglio di partire della terza si è rivelato azzeccato, perché le puntate iniziali sono un po’ più deboli e non hanno ancora la forza di un cast affermato e rodato. Se volete tuffarvi in Star Trek, partite da lì e ringraziate Lorro. Ora sto guardando Voyager e sono felice come una pasqua perché so che ho tantissimo Star Trek che mi attende. Guarderò Deep Space Nine, e a un certo punto guarderò anche la serie originale, perché avendo interiorizzato i valori di Star Trek saprò goderne, nonostante lo shock temporale.

The Next Generation, nel suo essere così antitetico alla struttura affinata per il binge watching di Netflix e affini, mi ha fatto aprire gli occhi su quante produzioni attuali ricalchino tutte lo stesso canovaccio, finendo per diventare più prodotti di consumo che opere d’arte. Mi ha fatto inquadrare la radice del fenomeno per cui le serie avevano iniziato ad annoiarmi, che poi è lo stesso per cui ogni tanto, mentre navigo svogliatamente nel mare di thumbnail della piattaforma di turno, mi sembra di buttare il mio tempo. In quest’ottica, Star Trek è stato una medicina miracolosa, una secchiata d’acqua che mi ha svegliato dal torpore algoritmico e mi ha ricordato che un intrattenimento diverso è possibile.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata allo spazio, che trovate riassunta a questo indirizzo.