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Outcast SOTY 2019

Anche quest'anno, ci dedichiamo agli ormai tradizionali OTY, i nostri premi per il meglio del meglio dell'anno che si è appena concluso. Le regole, come sempre, sono semplici, e infatti le copincollo da quelle dell'anno scorso: ciascuno dei partecipanti, selezionati in base al classico criterio "Chi c'ha voglia", integrato con "Chi si ricorda", "Chi mi manda la roba per tempo" e "Chi non ha la sfiga di avermela mandata in una maniera che abbia fatto sì che poi io me la sia persa", deve indicare una serie, un film e un videogioco che secondo lui svettano rispetto a tutto il resto e dare anche una minima motivazione. Ovviamente, poi le regole vanno subito nel cesso e ognuno fa quel che gli pare, ma insomma, siamo fatti così.

Lo spirito non è quello di fornire indicazioni oggettive e completissimissime, è solo che ci piace dire la nostra e, magari, consigliarvi cosette interessanti che vi sono sfuggite. Tutto qui. Si comincia oggi con le serie TV, poi domani i film e infine venerdì i videogiochi.

Buona lettura e buon 2020!

Andrea Peduzzi

Con le serie TV, a ‘sto giro, non ho proprio dubbi: al netto del coraggioso Watchmen di Lindelof, della potenza visiva di alcune tra le ultime puntate di Game of Thrones e del taglio di Russian Doll, la roba più figa che ho incrociato nel 2019 resta la seconda stagione di Fleabag, capace di esprimere tutta la sua potenza già a cominciare dall’attacco costruito attorno a quella cena di famiglia lì. Phoebe Waller-Bridge è riuscita ad essere, contemporaneamente, una drammaturga geniale, una regista ispirata e un’interprete toccante, consegnando un’esperienza piena di sapori, sfumature e contrasti, al punto che alla fine non è così facile capire dove finisca la tragedia e inizi la catarsi. E pensare che non è nemmeno il mio genere.

Eppoi il 2019 è stato anche l’anno di Neon Genesis Evangelion, il cui arrivo su Netflix, al netto delle polemiche, ha spinto un sacco di gente a riguardarselo o ad avvicinarlo per la prima volta. Non potendo incoronarla, visto che è uscita nel 1995, ho comunque deciso di tirare in ballo la serie di Anno attraverso la menzione d’onore al podcast acconcio Dummy System, che oltre ad essere pur sempre una roba a puntate, ha tracciato traiettorie che non conoscevo per il mio ennesimo rewatch, ed è riuscito a farmi ridere nonostante sia dedicato a Evangelion.

Stefano Calzati

Tra Chernobyl e la terza di GLOW, la spunta, a sorpresa, LA sorpresa di quest’annata televisiva, Undone! Perché la serie firmata Tornante per Prime Video è un rotoscopio caleidoscopico che osa tantissimo sul piano visivo, con otto puntate che mischiano costantemente le percezioni, dello spettatore come della protagonista Alma (interpretata da una fantastica Rosa Salazar), dando forme e colori a stati d’animo, ricordi, situazioni familiari, giocando col concetto di tempo (in frantumi) e mescolando presente e passato senza soluzione di continuità, tirandone fuori un cocktail delizioso e inebriante. Gli ho voluto tantissimo bene, anche per la delicatezza con la quale scava nei suoi meravigliosi personaggi. Mi sbilancio e dico addirittura che, per qualità della produzione e trovate geniali, Undone è lo Spider-Man: Un Nuovo Universo del 2019, ovvero un altro tassello evolutivo per il cinema d’animazione che verrà (si spera) nel prossimo decennio. Clamoroso.

Andrea Giongiani

Di serie televisive ne macino parecchie, anche se molte di quelle che guardo non sono uscite nell’anno in cui le guardo. Ho questa idiosincrasia che mi impedisce di guardare un prodotto non terminato, quindi tendo a iniziare una serie TV solo dopo che è uscita l’ultima puntata e mi sono accertato con amici e recensioni che non viene mandato tutto in vacca nel finale perché gli autori si sono ubriacati di gloria e cocaina (Vaffanculo, Games of Thrones, non mi hai avuto come tua vittima!). Quindi, quale è stata la serie del 2019 che mi è più piaciuta?

The Witcher. Scelta facile, per me, ma neanche tanto, Amazon Prime ha tirato fuori concorrenti più che dignitosi e Stranger Things è sempre un valido avversario, ma Superman vestito con un’armatura di cuoio che fa fuori mostri dall’aspetto umano o inumano ha saputo far breccia nel mio cuore e si è facilmente aggiudicato il mio voto come serie dell’anno. Ho sentito criticare il personaggio monocorde, la recitazione, gli effetti speciali, ma onestamente sono obiezioni a cui mi viene da rispondere con uno spettro di reazioni che va dal “ma che cazzo dici” al “chissenefrega”. The Witcher ci crede tantissimo, in ciò che deve essere, e offre ore di intrattenimento, peraltro pure piuttosto fedeli al materiale originale. Ho detto “piuttosto”, le sue libertà se le è prese. E va bene così.

Momento preferito? “Toss a coin to your witcher, oh valley of PENIS!”.

Francesco Alinovi

The Umbrella Academy: la partenza è incredibile e lungo il tragitto si incontra un cast straordinario di personaggi, in un'escalation di invenzioni narrative che, purtroppo, conducono solo ad un finale aperto. Il risultato complessivo, però, è meglio della somma dei due volumi a fumetti da cui trae ispirazione. E questo è un gran complimento.

Ma vi metto anche il manga dell’anno, via: Summertime Rendering. Il manga di Yasuki Tanaka, serializzato
da Star Comics, senza fare troppi spoiler, ha lo stesso incedere di un videogame, con un ritmo da cardiopalma per almeno tre volumi.

Francesco Tanzillo

Scegliere una tra le serie del 2019 non è stato facile.

È un periodo di grande maturità, per il medium, e tutte le produzioni di un certo livello sono veri virtuosismi della narrazione seriale. Al ballottaggio tra le migliori due ci sono Il trono di spade e Watchmen. Mentre vi scrivo Watchmen non è ancora finita ma ha già assestato un paio di ottimi colpi, a dimostrazione della genuinità del prodotto, contro il mio scetticismo per la difficoltà di adattamento della materia di Alan Moore, e, a mio avviso, le inettitudini presentate in curriculum da Damon Lindelof. Però è un inizio e per l’anno che conclude un decennio, abbiamo bisogno di una conclusione. Nel senso che non sappiamo quello che sarà di questa serie, se davvero sarà conclusa tra due puntate e se questa conclusione sarà davvero soddisfacente. Il futuro, se ci fermiamo al 2019, è incerto.

Quindi, la mia miglior serie del 2019 è Il trono di spade.

Ché se esiste la serie di Watchmen, lo dobbiamo anche un po’ a Il trono di spade. Una serie che, nella sua ultima stagione, si è presa tutte le libertà di azzardare e valicare i limiti di quello che si può rappresentare sul piccolo schermo. La migliore anche nella sua chiara imperfezione, nel suo arrendersi all’incapacità di accontentare tutti.

Inoltre, come solo le serie veramente riuscite, è quella che ha coinvolto maggiormente gli spettatori nel “fenomeno”, generando uno di quei momenti rari ed irripetibili per le serie televisive che non puoi “recuperare dopo”, perché recuperata dopo perde quella carica empatica che ti lega agli altri esseri umani che la stanno seguendo e con te stanno parteggiando per un personaggio piuttosto che per un altro, coinvolti quanto te da quei colpi di scena.

Andrea Maderna

La mia serie preferita del 2019 è la seconda serie di Fleabag, per un motivo molto semplice. La prima serie, a suo tempo, mi era parsa qualcosa di perfetto e clamoroso, non vedevo come le si potesse dare un seguito sensato ed ero contentissimo che Phoebe Waller-Bridge sostenesse di non volerlo fare. Poi, però, ha detto di avere avuto l’idea giusta, ci si è messa e io avevo molta paura. E invece, ha tirato fuori qualcosa che si mangia la prima serie e la sputa. E a quel punto, che le vuoi dire? Adesso dice che non ne farà altre, e speriamo di no. Speriamolo fortissimo. Non aggiungo altro perché tanto ne ha parlato Peduzzi là sopra.

Aggiungo, però, delle menzioni onorevoli cariche di amore per Barry e The Good Place, che ho “scoperto” nel 2019, sono clamorose e sono state clamorose nelle puntate trasmesse durante il 2019, un saluto commosso per le conclusioni di You’re the Worst e Catastrophe, entrambe manifestatesi nel 2019, e un doveroso cinque alto a Chernobyl, giusto per menzionare qualcosa di splendido che nel 2019 ha fatto il suo esordio.

Natale Ciappina

Ho come l'impressione che la vera bomba seriale di quest'anno sia The Mandalorian, la nuova serie TV su Star Wars che non credo abbia di grosse presentazioni. Però è un'impressione, appunto; fugheremo questo dubbio quando Disney+ arriverà in Italia la prossima primavera. E dunque, pensandoci bene, fra le serie TV che hanno effettivamente debuttato sugli schermi italiani nel 2019, quella che più mi ha emozionato e fatto incazzare non può che essere Watchmen. A dispetto di un inizio parecchio fumoso e cadenzato (ma è lo stile di Lindelof, come gli amanti di The Leftovers forse ricorderanno, quindi il beneficio del dubbio glielo si concede eccome), con l'incedere delle puntate, Watchmen è riuscito a crearsi una propria e fortissima personalità, dialogando con l'universo dell'opera originale di Alan Moore pur non rimanendone mai intrappolato -- come invece era accaduto alla pellicola di Snyder. Più di tutto, è la componente di discriminazione razziale ad avermi lasciato di stucco: una tematica all'apparenza già esplorata a più riprese, ma in fin dei conti neanche troppo (basta guardare le prime pagine dei giornali italiani per capire che non è affatto così); e così il Watchmen di HBO non solo riesce a rinnovare un immaginario visionario come quello di Moore, non solo riesce a dare il proprio, personalissimo approccio all'inflazionato filone dei supereroi, ma, più di tutto, trova un nuovo canale di comunicazione, per veicolare valori e disvalori che la società occidentale sembra ancora ignorare.

Però una menzione la merita pure un'altra serie TV, sempre griffata HBO, che ha debuttato lo scorso anno per ripresentarsi in questo 2019 più intrigante che mai. Sto parlando di Succession, che a dire il vero avevo messo da parte, dopo averne concluso a fatica la primissima stagione. Mi ero un po' rotto i coglioni, di questi personaggi eccessivi solo all'apparenza e, di fondo, anche abbastanza prevedibili. E invece, come spesso accade, sbagliavo: la prima stagione di Succession è stata infatti propedeutica alla seconda, con una creazione di macchiette, rodate lungo il corso di dieci puntate, che poi vanno a implodere in cliché tali solo all'apparenza, in una seconda stagione ricca di colpi di scena, risate e personaggi indimenticabili; è un po' un principio simile a quello già visto, su scala molto più ampia, con un altro prodotto di HBO, Il trono di spade; solo che declinato in un contesto più contemporaneo e, soprattutto, ricco di sperperi e soldi e stronzi e insomma, tutta questa serie di valori e disvalori (e qui si ritorna a Watchmen) ormai integrati nel nostro mondo.

Davide Moretto

Scelta difficile, perché tra Watchmen, The Mandalorian (che non finirà nel 2019 ma vabbé), la quarta stagione di Lucifer e Drive to Survive, ci sono state davvero tante cose belle che mi sono goduto. Però, nel sceglierne una, scelgo The Umbrella Academy sia perché mi è piaciuta tantissimo, sia perché è stata una vera sorpresa, spettacolare, divertente, ottimi personaggi e via andare. Mi sono anche letto il fumetto, poi. Sì, per me serie del 2019. (anche se Watchmen, mamma mia... )

Marco Esposto

Ho amato Stranger Things 3, per me la migliore delle tre (perché sono uno di quelli che amano la prima ma la ritengono molto introduttiva, e per me conta anche molto il fattore rivedibilità). Sono anche di quelli a cui è piaciuta The Witcher, e anche un bel po’. Insomma, è stato un bel 2019, per le serie TV, ed è anche finita Runaways, che è probabilmente la mia serie Marvel preferita di quelle dell’era “pre-Disney+” ma... Watchmen. Watchmen è una di quelle serie che non ho paura di definire un capolavoro. Forse una fra le robe più belle del decennio, sicuramente alta se mi chiedessero una top 5. Con puntate che paiono uscite dalla penna di Alan Moore in persona. Tra l’altro, se amate l’opera originale, questo ne è il sequel, che ignora ovviamente il film di Snyder. Guardatela.

Davide Mancini

La mia serie dell’anno è senza ombra di dubbio Formula 1 - Drive to Survive (Netflix), prima stagione di quello che, spero, diventerà un appuntamento annuale per rivivere il campionato precedente della classe regina del motorsport. Se c’è una cosa che la “generazione on demand” della docu-fiction sportiva ci sta insegnando è che a volte il racconto ex-post può funzionare anche meglio dell’evento in sé. La prima stagione di Drive to Survive è, insieme a All or Nothing - Manchester City, il paradigma di questo discorso, e mostra un volto così umano da far male di un circus che ogni due settimane fa di tutto per sembrare più alieno possibile. L’assenza di Mercedes e Ferrari (che ci saranno per la seconda stagione), paradossalmente, rende la serie ancora più appassionante, perché finisce per concentrarsi su quelli che non vincono mai, sui piloti frustrati, su quelli per cui un settimo posto può essere vitale per conservare un sedile. Interviste non banali, momenti drammatici e, soprattutto, i suoni reali e crudi di un mondo pazzesco sono il corollario di una serie spettacolare, anche per i non appassionati. E soprattutto, Gunther Steiner, Team Principal della Haas F1, è un personaggio scritto meglio di molti protagonisti di fiction.

Tra le serie narrative, devo citare la seconda stagione di Fleabag (Amazon Prime), perché ancora più della prima ci ricorda che dobbiamo accettare le disfunzionalità della nostra esistenza, perché spesso sono (gran parte di) quello che siamo.

Stanlio Kubrick

Non lo so, non lo so, sono una capra, ho visto pochissime cose nuove. Il 31 dicembre, però, è arrivata su Netflix la quinta e ultima stagione di Jane the Virgin, il che è un'ottima scusa per segnalarla anche se tecnicamente non è una serie di quest'anno (ma d'altro canto l'anno scorso misi Star Trek, quindi di cosa stiamo parlando?). Cos'è, Jane the Virgin? Grazie della domanda, è una telenovela: ci sono colpi di scena, padri che ritrovano le figlie dopo anni, omicidi, criminali, gemelli cattivi, grandi piangeroni, star della TV, Britney Spears e Isabel Allende, amnesie, coma (comas? comi?), tutto, tutto quanto, in confezione extralusso. E c'è anche tutto un secondo livello di lettura molto meta, che riflette sull'importanza del concetto di "genere" e dell'uso e abuso di trope e altre scorciatoie narrative, e che in generale dice cose molto giuste e molto interessanti per tutti gli appassionati della roba, appunto, "di genere" (a prescindere da quale). Sto dicendo che anche se vi piacciono solo i film con Van Damme, dentro Jane the Virgin c'è un sacco di roba che potrebbe farvi stare bene e farvi sentire a casa.

Stefano Cappuccelli

Watchmen è il colpo di coda di questo 2019. Discutere della qualità dell’ultima fatica di Lindelof non è propriamente facile, d’altronde parliamo di un soggetto ostico e nondimeno sacro. Unanimemente ritenuta una fra le più significative e rilevanti opere del ventesimo secolo, Watchmen, ideato dal bardo Alan Moore e dal non meno geniale Dave Gibbons come maxiserie per DC comics, mostrava, attraverso l’ausilio dell’espediente ucronico, un paese ove i vigilanti - un tempo in prima linea assieme alle tradizionali forze di polizia – vengono resi illegali da un decreto amministrativo; il tutto con il sentore di una possibile e imminente escalation nucleare fra le due principali superpotenze del periodo: USA e URSS. Andando oltre la semantica sita nell’opera, adattare Watchmen è da ritenersi una chimera. Al giorno d’oggi, al di là del tiepido adattamento per la regia di Zack Snyder, null’altro abbiamo (se escludiamo il defunto soggetto che fu il Watchmen di Terry Gilliam). Damon Lindelof, reduce per HBO dal meraviglioso (e agiografico) The Leftovers, non solo non si limita a raccogliere l’ardua impresa, ma decide di dissociarsi dai testi di Moore, conservandone unicamente concept e background. Sono passati decenni da quando è stata evitata la guerra atomica e dei Minutemen è rimasto solo il soggetto per un programma televisivo.

Fenomeni extra-dimensionali, suprematisti bianchi e uno strano ed eccentrico vecchietto con l’aplomb british. Tutto sembra essere così diverso e al contempo così fedelmente figlio della creatività di Moore, che, per ragion di cronaca, non ha benedetto – ovviamente – il progetto. La tematica fondante è la lotta alla propria dignità di essere umano, qui assolutamente non scontata. Una costante e permeante lotta a un reazionarismo che disgusta lo spettatore già nei primi minuti del pilota; dove assistiamo schifati a quello che fu il Massacro di Tulsa, in cui una serie di azioni coordinate da parte di membri bianchi della comunità (fra cui esponenti del Ku Klux Klan e della polizia locale), portarono al linciaggio e all’esecuzione sommaria di centinaia di cittadini appartenenti alla comunità afroamericana. Watchmen si apre esclusivamente da questo scorcio di storia americana; uno scorcio drastico ed esteticamente potente. Ancora una volta l’espediente ucronico persiste (a Robert Redford presidente degli Stati Uniti ho riso forte); inoltre, il bagaglio stilistico che Lindelof aveva maturato con The Leftovers fa qui prepotentemente capolino, sfumando nella serie una lunga serie di elementi criptici, new weird e forti di un intreccio narrativo ineccepibile. L’ottima interpretazione del cast, con una nota di merito per Wade Tillman e Jeremy Irons (grazie graziella e grazie al cazzo, direte), e le meravigliose e distopiche musiche di Trent Reznor e Atticus Ross, fanno di Watchmen il miglior show televisivo degli ultimi anni, nonché un valido espediente per fare, oggi più che mai, impegno civile. Qui non c’è nulla di sgargiante e patinato. Ah, sapete a chi potrebbe piacere la serie? Ad Alan Moore.