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Trent'anni anni e non sentirli: Slam Dunk e il valore della dedizione

La cover story di questo mese è dedicata al mondo del calcio, lo so; solo che io quando si giocava a pallone venivo sempre scelto per ultimo, ché son sempre stato scarso. Se c’era uno sport che mi piaceva, beh, quello era il basket.

Intendiamoci: da piccolo ero facilmente suggestionabile, al punto che dopo aver visto Mila e Shiro la prima volta, mi sono iscritto a pallavolo. Ma era chiaro che non era uno sport adatto a me, a uno che non ha mira nemmeno a pagarla, né tantomeno la capacità organizzativa per seguire la rotazione di ruoli che avveniva nel corso della partita.

Però, pure io ho passato un periodo della mia vita squisitamente sportivo. Ero un ragazzino, avrò avuto all’incirca nove anni quando, su MTV, vidi la prima puntata di un’opera che porto tutt’oggi nel cuore: Slam Dunk.

Slam Dunk è stato la scintilla che mi ha spinto a giocare per la prima volta a pallacanestro, fatcendo nascere un amore incredibile. Mai avrei pensato di riuscire a coltivare uno sport per ben cinque anni della mia vita, sacrificando la mia carriera da saltatore professionista sulla poltrona.
Ma perché Slam Dunk è stato così ispirante? E perché rimane uno degli spokon più belli dell’universo? Vediamo.

Il manga di Takehiko Inoue racconta le vicende di un giovane teppistello, Hanamichi Sakuragi, che per fare colpo sulla coetanea Haruko Akagi, si iscrive al club scolastico di Basket. Peccato solo che il nostro detesti con tutte le sue forze il basket, visto che indirettamente questo sport è la causa della sua scarsa popolarità con le ragazze.

Se non conoscete l’opera in questione, non voglio spoilerare oltre, ma sappiate che non è un semplice spokon alla Captain Tsubasa, bensì un manga che parla di sport e umanità in maniera molto realistica, ed è in grado di accompagnare il lettore lungo un prezioso percorso di crescita. Il messaggio che trasuda l’opera attraverso la dedizione dei suoi protagonisti è riassumibile in un motto: “impegnarsi, dare il 100% per tutto quello che ci sta a cuore.”

Questo traspare molte  volte all’interno del manga, anche durante le prime battute, come l’emblematica prima sconfitta dello Shohoku.

Questa, secondo me, resta una delle scene più emotivamente intense dell’anime: non conta il trofeo per cui si gareggia, ma l’impegno speso nel tentativo di raggiungere la meta.

La sconfitta brucia, ma bisogna avere la forza per risalire, migliorarsi e imparare dai propri errori. Quella sportiva, come ho accennato, non è l’unica tematica proposta da Slam Dunk; il manga non si limita a passare in rassegna partite e allenamenti, ma ci parla nel profondo dei personaggi che compongono la squadra, delle relazioni e delle motivazioni che li legano e li spingono ad avanzare. E qualche volta ci sta anche una bella scazzottata, che paradossalmente riesce a far riflettere il lettore su quanto lo sport possa essere costruttivo per uscire dal bullismo.

Il ragazzo dal volto coperto di sangue è Mitsui, che attraverso il basket entrerà in un percorso di redenzione dopo una “carriera” da bullo.

Slam Dunk è uno spokon che non parla soltanto di basket dunque, ma di un gruppo di ragazzi che dedicano anima e corpo alla loro passione e al loro team; le partite restano il punto focale del racconto, tuttavia Hanamichi e soci avrebbero potuto benissimo giocare a bocce, e la loro storia sarebbe stata bella comunque. Un po’ come Rocky Joe, altro manga da leggere almeno una volta nella vita: i personaggi sono più rilevanti della loro disciplina. Lo sport in queste opere non è il piatto principale, bensì il condimento che insaporisce delle storie edificanti.

Una seconda lettura del manga, in un periodo delicato della mia vita, mi ha aperto gli occhi sul tipo di impegno che mettevo nelle mie passioni.

Il maestro Inoue disegna delle tavole veramente eccellenti; come questa, dove emozione, incredulità e gesto atletico si prendono a braccetto e accendono il lettore.

In Giappone Slam Dunk ha goduto e gode di un successo clamoroso, al punto di aver spinto una marea di ragazzini a praticare il basket scolastico. Come ogni grande successo, il manga ha goduto di una trasposizione animata che, tuttavia, non copre l’intero racconto, e di cui esiste uno splendido adattamento italiano. Ma l’anime non è l’unico prodotto collaterale al fumetto; nel corso degli anni sono usciti anche diversi videogiochi, tra cui mi sento di consigliare Slam Dunk SD Heat Up!!, per SNES (anzi, Super Famicom, visto che il titolo è uscito soltanto in Giappone), e il coin-op Slam Dunk: Super Slams.  

Slam Dunk SD Heat Up!! è uno dei pochi videogiochi dedicati a Slam Dunk che non sia un JRPG.

Tra l’altro, proprio quest’anno il manga di Inoue compie trent’anni, e a questo proposito non posso che ringraziare Hanamichi e soci per avermi fatto appassionare al basket, e fatto riflettere sull’importanza della dedizione verso qualsiasi cosa ci faccia stare bene.

Questo articolo fa parte della Cover Story pallonara, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.