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Pitch Black è stato vittima del suo stesso successo

A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, fino ad arrivare più o meno alla fine degli anni Dieci, ero un avido lettore di molte pubblicazioni editoriali relative al mondo del cinema. Ciò mi consentiva di essere sempre informato sui film in lavorazione o di prossima uscita, dalle grandi produzioni fino ad arrivare a sconosciuti film indipendenti che magari venivano proiettati in una manciata di sale in tutta Italia. Durante quel periodo, era però molto difficile reperire tutto quello che mi interessava vedere; se per le grandi occasioni non mancava mai la possibilità di andare in sala, recuperare una pellicola indipendente che avevano visto quattro spettatori in croce era spesso un’impresa, considerando che lo stesso mercato home video, nonostante la diffusione di Blockbuster all’epoca, non sempre dava la garanzia di trovare ciò che si cercava. Anche la fruizione con metodi, diciamo così, “alternativi”, era spesso ostica, almeno per me. Al di là del fatto che la qualità delle connessioni fosse alquanto bassa, il più delle volte, cercare quello che ti interessava in rete ti portava a trovare qualcosa di completamente diverso o estremamente dannoso per il tuo PC.

Tutto questo prolisso preambolo per dire che Pitch Black l’ho scoperto non proprio per caso, ma quasi. Una sera d’estate di molti anni fa – siamo dalle parti del 2003 o giù di lì – mentre curiosavo nel forum di cinema che seguivo all’epoca, oltre a continuare a leggere sempre nuovi commenti su quanto Matrix Reloaded fosse un pasticcio, vidi un thread sul film in questione, creato per segnalare che lo avrebbero trasmesso quella stessa sera in terza serata sul canale dedicato ai giovincelli, vale a dire Italia Uno.

Lessi così tanti commenti entusiasti su Pitch Black che mi convinsi a guardarlo.

Ecco, Pitch Black è il classico esempio di come si possa fare un buon film con due soldi: una trama semplice, due o tre discreti attori, una buona fotografia, e prendere quello che si può dalle migliori pellicole di genere, prima fra tutte l’irreplicabile primo film della saga di Alien.

Una nave spaziale che trasporta una quarantina di passeggeri in stato di sonno criogenico impatta contro una cometa e finisce per schiantarsi su un pianeta desertico. I sopravvissuti sono una manciata: la pilota Caroline Fry (sarà parente del Fry di Futurama? Vai a sapere), un antiquario, un uomo di fede musulmana e i suoi tre discepoli, l’ingegnere Sharon Montgomery, il cercatore Zeke, un ragazzino di nome Jack e soprattutto lo spietato assassino Richard B. Riddick, che stava per tornare in prigione dopo essere stato catturato dal poliziotto Johns, anch’egli sopravvissuto.

Il pianeta è un enorme deserto, manca quasi del tutto l’acqua (alla quale sopperiscono bevendo degli alcolici che l’antiquario stava trasportando) e soprattutto sono presenti ben tre soli, che sembrano non tramontare mai. Il variegato gruppo di sopravvissuti dovrà forzatamente collaborare per cercare di sopravvivere, accettando anche di avere fra di loro un uomo pericoloso come Riddick. La speranza sembra riaccendersi quando scoprono in una vecchia struttura abbandonata delle batterie ancora funzionanti che possono essere usate come ricambio per riattivare la loro nave, ma inaspettatamente arriva un’eclissi che rivela un pericolo ben più grande: con il buio escono fuori dai loro nascondigli delle mostruose creature aliene pronte a banchettare con i superstiti e l’uomo della provvidenza è proprio quello che non ti aspetti: Riddick, infatti, oltre a una notevole forza fisica e abilità nel combattimento, ha degli occhi capaci di vedere al buio come quelli dei gatti, ed è l’unico che possa guidare il gruppo verso la salvezza.

Pitch Black, oltre ad un contesto sci-fi abbastanza classico, fatto di pianeti, alieni e navicelle spaziali, ha delle pesanti contaminazioni horror. Non mancano momenti di forte tensione e altri più espliciti fatti di smembramenti (d’altronde è impossibile che sopravvivano tutti: una volta rivelata la minaccia, è solo questione di poco perché parta il body count), senza contare l’odio che corre fra Johns – che nel frattempo si rivela essere non un poliziotto ma un cacciatore di taglie con la passione per la morfina – e lo stesso Riddick, che diventa, senza volerlo e senza alcun interesse da parte sua, una sorta di leader di quel gruppo di sopravvissuti.

La pellicola di David Twohy, che qui in Italia, all’epoca dell’uscita nelle sale, ben ventitré anni fa, non si è filato praticamente nessuno, è diventata nel corso degli anni un piccolo cult proprio per i motivi sopra citati, grazie soprattutto al passaparola fra gli appassionati. Tra l’altro, in quel periodo Vin Diesel, interprete di Riddick, era un volto emergente, grazie al successo del primo Fast & Furious e di XXX (che, nonostante il titolo, non è un film per adulti).

Ecco, qui mi piacerebbe poter dire quanto Pitch Black sia stato un film vittima del sistema e della sfortuna, rimanendo una piccola gemma semi-nascosta, invitando chi sta leggendo a recuperarlo.

E invece no. La fama di Vin Diesel cresceva di anno in anno e allora la Universal, insieme al regista, che aveva scritto il personaggio protagonista, decisero di produrre un sequel del film, con la chiara intenzione di creare una sorta di Riddick Universe, visto che negli anni successivi sarebbero state pubblicate opere derivate come film d’animazione e videogiochi.

Ma il secondo film, dal pomposo titolo The Chronicles of Riddick, fu un fiasco totale. Al di là dell’insuccesso commerciale della pellicola – costata più del quadruplo di Pitch Black – era proprio il personaggio a non funzionare più. In Pitch Black, Riddick è un criminale che non avrebbe esitato a sacrificare chiunque pur di salvarsi, non avendo praticamente nessuna umanità. In The Chronicles of Riddick, pur mantenendo lo status di antieroe, viene presentato come una sorta di prescelto salvatore della patria. Se Pitch Black era un film che giocava quasi esclusivamente sull’atmosfera e sulla tensione, il secondo film era un polpettone in costume che ricordava più che altro film tutt’altro che memorabili come Stargate.

Come accennato prima, l’intenzione era di creare una sorta di universo crossmediale basato sulla mitologia del personaggio di Riddick: nel 2004, anno di uscita nelle sale del secondo film, vennero pubblicati il videogioco The Chronicles of Riddick: Escape from Butcher Bay e il corto animato The Chronicles of Riddick: Dark Fury. Qualche anno dopo, nel 2009, venne pubblicato un altro videogame: The Chronicles of Riddick: Assault on Dark Athena. Inaspettatamente venne prodotto un terzo film, intitolato semplicemente Riddick, che cercava – purtroppo non riuscendoci – di riavvicinarsi alle atmosfere del primo episodio, con Riddick tornato ad essere un criminale spaziale.

Insomma, dopo dieci anni era ormai certo che il Riddick Universe fosse ormai finito nel dimenticatoio, con addosso l’etichetta del progetto fallimentare e invece, notizia recente, è in produzione un quarto capitolo, che dovrebbe esplorare la genesi del personaggio.

In attesa di capire se questo nuovo film su Riddick possa costituire una rinascita del franchise o l’ennesimo spreco di denaro, vi invito a recuperare Pitch Black, che tra l’altro è invecchiato benissimo.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata allo spazio, che trovate riassunta a questo indirizzo.