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Non so se sia più inquietante Pony Island o il Metaverso

Mi hanno chiesto spesso quale gioco mi avesse messo più paura in vita mia. E ogni volta non so rispondere. Perché a me fanno paura le bollette, il mutuo, ‘ste robe qui. I videogame in genere mi mettono “tensione” o al massimo “inquietudine”, perché alla fine so che posso uscirne quando voglio e, generalmente, illeso.

Ma se devo pensare al “luogo” più inquietante in cui abbia mai videogiocato, non posso che rispondere l’Isola dei Pony. Sì, quella di Pony Island.

Più dantesco di Dante’s Inferno.

Che poi è un videogioco, quindi un software.

Un videogioco dentro un videogioco.

Uno schermo dentro uno schermo.

Le strutture ricorsive fanno un po’ brutto, in effetti. Così come tutto ciò che è “metatestuale”. Perché è in quello spazio di apparente sovrapposizione che invece si cela un gap, forse piccolo, dove si nasconde l’ignoto. La riflessione sul perché facciamo cose che all’apparenza sembrano banali, meccaniche, automatiche.

“Perché così è sempre stato”.

Pony Island mette in discussione tutto questo portandoci prima in una sorta di arcade che ben presto diventa tutt’altro che puccettoso e poi in un luogo magico, misterioso ai più e, per questo, inquietante. Tutto ciò che c’è dietro a un gioco.

Pony Island è uno di quei giochi fortunatamente impossibili da capire con un Let’s Play su YouTube.

Il codice. I file che lo compongono. Il videoterminale stesso.

Prendendo a piene mani dai creepypasta - le leggende metropolitane dello stile “mio cuggino si è trovato scritto sullo specchio BENVENUTO NEL MONDO DELL’AIDS” - Pony Island ti intriga tra pony che combattono satanassi che poi uccidono Gesù e finti file infestati da demoni e virus. Lo fa legandosi a meccaniche ludiche elementari, quasi noiose, ma efficaci.

Ma poi ti mette fortemente a disagio con tutto ciò che c’è fuori, da quello schermo virtuale. 

C’è l’autore pazzoide diegetico che però sembra riflettere la tristezza, la frustrazione e la rabbia del suo autore. Un messaggio di aiuto e sfogo verso un settore - già all’epoca - sempre più complesso, fatto di sacrifici non sempre ripagati, rischi non sempre a buon fine e attese non sempre ben riposte. 

C’è la rottura della quarta parete, il dialogare con il giocatore: sia quello del “videogioco dentro il gioco”, sia me, quello che al momento sta scrivendo. Una sorta di Grillo Parlante che ti ricorda sempre che, in quel momento, stai vivendo due vite in una. Che è un po’ quello che facciamo spesso quando videogiochiamo, no? La sospensione dell’incredulità. L’immersione. La ricerca dell’esperienza totalizzante. 

E poi criticate Nintendo quando vi dice di prendervi quindici minuti di pausa nei suoi giochi.

Pony Island ti fa perdere nel suo “non luogo”, per ricordarti però, di tanto in tanto, che nel frattempo sei comunque in un luogo “reale” che stai volutamente ignorando. Ma che continua a vivere, scorrere e crescere senza di te. Insomma: che mentre giochi sei un dissociato.

E poi lo fa sfruttando - in maniera furbissima - anche Steam stesso. Utilizzando elementi del “Mondo vero” che, come te, hanno concesso avatar e identità virtuale alla tua stessa piattaforma. E utilizzandoli per ricordarti che il potere tra utente e piattaforma non è così univoco come sembra. Anzi. Un po’ come Psycho Mantis ma, a mio modesto parere,  in maniera più inquietante: non più una “lettura della mente particolare”, ma una vera e propria intromissione nella privacy. Propria, ma non solo. Che potrebbe succedere davvero.

Perché alla fine no, Pony Island è un po’ come una bella puntata di Black Mirror. Non esiste, ma potrebbe. Magari domani. Alla fine, questo Metaverso che sembra prospettarsi che altro è se non la creazione di un luogo - virtuale - dentro un non luogo - i nostri device?

Siamo sicuri che sarà tanto diverso da questi spazi di pixel che ogni giocatore riempie, concedendo parte di sé, del suo tempo, finanche della sua identità?

Alla fine l’autocritica è forse la cosa che spaventa di più. Più delle bollette. Il venire a patti col fatto che certe cose che diamo per scontate, in realtà, sono solo illusione e alienazione. E Pony Island spaventa un po’ per questo: non è molto diverso da quando ci mettiamo da soli, stesi, al buio, non abbiamo sonno e cominciamo a pensare su noi stessi.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata alle città di paura, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.