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Nessuno vive per sempre, incluso No One Lives Forever | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Non so perché giopep abbia lanciato l’idea di scrivere due righe a proposito di No One Lives Forever, ma ricordo bene l’entusiasmo con cui ho emesso - metaforicamente - un sonoro “io!” alla chiamata.

No One Lives Forever non è uno dei giochi migliori su cui abbia mai messo le manacce, per carità, ma è certamente uno dei miei preferiti; dovete sapere che uno degli FPS che ho giocato di più è stato il mitico GoldenEye su Nintendo 64 (qui trovate un ospizio acconcio); all’epoca del nintendone non avevo un PC molto performante, e Half-Life - per fare un esempio - per molti anni è stato solo quel gioco con i granchi mutanti che vedevo a casa di mio cugino.

Che stile, che eleganza, anche con pochi poligoni!

Quando qualche anno dopo, finalmente, ho messo le mani su un PC semi-decente, cominciò l’impennata del backlog (mai arrestata) e con essa il recuperone di tanti giochi e generi non molto rappresentati su console Nintendo. No One Lives Forever (NOLF, da adesso in avanti) fu uno di quelli, e onestamente mi ci voleva; nel periodo di strafogamento di sparacchini e GDR occidentali, il mood dei miei videogame era piuttosto cupo: dal thriller sci-fi a tinte horror di Half-Life fino all’epica da fine del mondo di Baldur's Gate II, passando per le sfumature noir di Max Payne (a proposito, ecco un pezzo a tema), il mio giocare era sì appassionante, coinvolgente, intrigante… ma sempre senza quella patina di genuino divertimento dal sapore di cazzeggio che, sotto sotto, mi ha sempre attratto. E NOLF era genuinamente divertente, autoironico - forse troppo - a un livello superficiale ma dannatamente intelligente; in una versione decisamente sopra le righe degli anni Sessanta la giovane - e diciamolo, ammiccante - Cate Archer è un agente segreto armato di tutto punto e piena zeppa di gadget nascosti, in pieno stile spy-movie d’epoca. Fermagli per capelli che nascondono un kit di scassinamento, granate nei rossetti, accendini che celano mini-lanciafiamme, tutto il repertorio della femme fatale più classica e stereotipata che, invece, nasconde una donna forte, volenterosa e pronta a tutto. 

Le sezioni con veicoli sono sempre state un punto forte di No One Lives Forever, sia nel primo che nel secondo episodio (da cui proviene lo screen).

Così come doveva esserlo il giocatore: l’intelligenza artificiale era molto sviluppata (per lo meno, per la sua epoca) ed era quindi decisamente stimolata l’inventiva del giocatore nel provare diversi approcci ai livelli. Un po’ - con le dovute proporzioni - come per Deus Ex (qui la monografia), altro recuperone darkettone dell’epoca. Io preferivo iniziare con lo stealth, ma puntualmente venivo scoperto - i nemici erano sensibili al rumore dei passi su diverse superfici! - e quindi poi pem-pem-pem! a tutta foga con le varie armi equipaggiabili e diverse munizioni per cinquanta sfumature di piombo sul corpo dei cattivoni. 

E in genere NOLF si divertiva proprio a sollazzare il giocatore buttando di tanto in tanto sezioni a bordo di veicoli (la mitica Vespa!), boss fight e persino dialoghi a scelta multipla; il tutto con una piccola vena collectathon per i completisti o per chi, come me, voleva giocare un po’ di più con Cate Archer. A tal punto, anche il sistema di valutazione di fine livello mi piaceva da pazzi, con tanto di mini “award” come il mitico “Thanks For Not Getting Hurt” in caso di completamento di livello senza alcun danno.

Insomma, No One Lives Forever rappresenta un po’ quel genere di giochi un po’ naïf, un po’ cazzoni ma ricchi sia di anima che di perizia che poi - scusate la franchezza - sarebbe stato affossato dalle cinematic experience tutte giallomarroni dell’epoca PS3: console che ha regalato bei giochi, eh, ma non proprio coloratissimi; tra questi, appunto, NOLF, che ha raccolto tanto (è stato in lizza per diversi premi), finendo tuttavia troppo presto nel dimenticatoio.

Un po’ come la nuova trilogia di Hitman, NOLF ha molto “giocato” sugli scenari esotici e affascinanti ed esotici, come una Marocco in pieno stile anni Sessanta.

Mi piace pensare che parte della sua eredità sia stata raccolta da Wolfenstein: The New Order, altro gioco che ho adorato per il suo gusto verso l’esagerazione e lo sci-fi d’epoca pieno di gadget improbabili, ma soprattutto la voglia di rendere sempre variegata l’esperienza del giocatore tra uno sparo e l’altro; a essere onesti, tra decine di spari e altre decine. Ma ci siamo capiti.  E forse è un caso che anche il nuovo corso di Wolfenstein sembra essersi un po’ afflosciato dopo uno spin-off che non ha riscosso ‘sto gran successo, ma è molto probabile che veda troppo sottotesto (inesistente?) tra i due titoli.

L’unica realtà è che Cate e il suo modo così autoironico mi mancano un bel po’ e, insomma, se Lara Croft ha avuto i suoi reboot a suon di arco e lacrime, perché non miss Archer?.