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Mostri grossi carinissimi: Super Dreadnought Girl 4946

Mana Emiya mi conquistò al primo sguardo.

Non sono mai stato un fan del moe (termine giapponese che indica ciò che è "tenero e carino") standard, preferendo personaggi femminili con un che di eccessivo, sia in senso morbidoso (Yuko Kanoe, Yumeko Jabami) che spigoloso (Hitagi Senjougahara, Kaska, Angelise), fino a sconfinare nella psicopatia pesante (Yuno Gasai).

Mana Emiya era invece quarantanove metri e quarantasei di normalissima "carinosità", per quanto possa essere "normalissima" una liceale alta quarantanove metri e quarantasei (se chiedete a me: appena tre su cinque nella scala di misurazione dei Normali Studenti Giapponesi).

Tokusatsu in naked apron. Non ci facciamo mancare nulla.

Certo, Takeshi Azuma avrebbe poi confermato per tutti i sei numeri di Super Dreadnough Girl 4946 (Chou Dokyuu Shoujo 4946, in originale) e nel successivo Otaku Teacher, di avere un talento naturale nel far risaltare personaggi "banalmente moe", ma quando ne scrissi ai tempi sul Miglior Sito di Critica Fumettistica Presente su Pianeti Sondati da Perseverance, la cosa mi prese a tal punto che mi dilungai su Mana come personaggio femminile e non come protagonista a tutti gli effetti di un tokusatsu con mostri grossi che distruggono l'umanità.

Vediamo di rimediare adesso e rimarcare che la componente "romance comedy con aliena" era solo una delle parti che decretarono il gradimento di Super Dreadnought Girl 4946. Il resto era la struttura tokusatsu-drammatica che vedeva un eroe "mostruoso" andare in crisi periodicamente tanto per il continuo sopravanzare di forze ostili controllate da una misteriosa regia occulta, quanto per la progressiva presa di coscienza del significato mortifero della sua stessa esistenza, e della conseguente lacerazione tra le "normali" persone vicine, poche e fedeli fino al sacrificio personale, e i manovratori lontani. Persino in buona fede nell'operare scelte opportunistiche crudeli verso una singola "arma senziente", ma favorevoli alla maggioranza.

Trattandosi fortunatamente di una commedia e non di Lei: l'arma finale, alla fine i buoni sentimenti erano destinati a trionfare grazie ad un cast praticamente composto da soli deus ex machina, tra cui:

  • L'amico d'infanzia otaku dalle specifiche sbroccate (status sociale, carisma, intelligenza, riflessi).

  • La sorella minore esorcista guerriera e, come da manuale, incestuosa.

  • L'adolescente straniera addestrata fin dall'infanzia da killer/spia-/one man army.

  • il "burocrate action" dalle prerogative politico-militari apparentemente illimitate.

  • il Mostro Redento di livello Leggendario (letteralmente) sotto copertura.

E Daitarn 3 puppa!

Poi, ovviamente, la coppia di protagonisti con la sua peculiare alchimia tra aggressivo tappetto e remissiva gigantessa e altrettanto peculiare "routine di potenziamento" da innescare, come da tradizione tokusatsu, nel momento di maggiore crisi con effetti via via sempre più eccessivi, fino al tripudio finale che concludeva la progressione geometrica dell'alternanza tra "annientamento incombente e inevitabile" e "risoluzione epica" arrivando, letteralmente, a dimensioni ultraplanetarie con i poveri mostri giganti soddisfacentemente spiattellati a cinquine titaniche. Questo, tra l’altro, contraddicendo in maniera impietosa tanto la banalità secondo cui "le dimensioni non contano", quanto quella per cui "le ragazze minute sono più carine".

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai MOSTRI GROSSI, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.