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La favorita agli Oscar

Apro con una parentesi che non c’entra quasi niente col film: scartabellando in rete per raccogliere materiali e informazioni, sono incappato in Kinetta, il secondo lungometraggio del cineasta ateniese Yorgos Lanthimos. Si tratta di un giallo a tinte fosche ambientato nell’omonima città di villeggiatura greca che, beh, è esattamente la stessa dove trascorsi una breve vacanza nel lontano 1994. Tipo che tra le foto di scena mi è parso di riconoscere il portico sotto al quale mi infrattavo per leggere Dolores Claiborne lontano da animatori molesti, o la piscinetta dove gli stessi ambientavano i loro giochi aperitivo a base di ouzo. Fine parentesi.

Non faccio in tempo a buttare giù due righe a proposito de La favorita, il mio nuovo film in costume preferito, che i tizi dell’Academy me lo candidano a ben dieci premi Oscar, pensa te. E allora vediamole, ‘ste nomination.

Si parte da quelle grosse, Miglior film e Miglior regia. Premesso che ho sempre trovato un po’ assurda la divisione tra l’una e l’altra, se lo chiedete a me ci stanno entrambe perché l’ultimo film di Lanthimos è pazzesco sia da guardare che da appicciare. A suo tempo avevo trovato davvero buoni pure The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro, soprattutto il secondo, ma un po’ troppo misurati e “distanti” per i miei gusti. In questo caso, il nostro, con ogni evidenza, si è messo profondamente in gioco a livello emotivo ed è riuscito ad abbandonarsi completamente al racconto e ai personaggi.

Nell’Inghilterra del 1700, tra gli spazi di corte si consuma la battaglia tra la nobile Lady Sarah (Rachel Weisz) e la giovane dama decaduta Abigail (Emma Stone) per il favore della regina Anna e tutto ciò che comporta: potere, accesso alla sfera politica, eccetera.

Rachel Weisz e Olivia Colman se la zabettano a corte.

Come ho già accennato in sede di quella recensione, La favorita affonda le mani nelle medesime tematiche di Maria regina di Scozia: in un mondo dominato da uomini, le donne – dalla sguattera alla regina, che anche in questo caso è una Stuart – devono lottare per imporre il proprio volere, la propria autorevolezza o semplicemente se stesse. Ogni loro passo viene impicciato da inghippi, cavilli e convenzioni sociali, mentre i gentiluomini passeggiano per i corridoi disponendo delle signore come meglio credono. Persino il margine di manovra di un politico come Harkey (Nicholas Hoult: scopro ora che prima di Fury Road è stato il ragazzetto di About a Boy e mi sento, tipo, mio nonno), per certi versi, supera quello della regina.

Quella mostrata da Lanthimos è una vera e propria selezione naturale: nell’economia del racconto, qualsiasi donna può ascendere socialmente - ma anche discendere altrettanto in fretta - a patto di sacrificare la propria umanità, la propria compassione e il proprio decoro. E di sviluppare un’astuzia da scacchista, beninteso, ché l’alternativa è quella di finire per strada “alla mercé di soldati sifilitici”.

#TeamEmma.

Olivia Colman, candidata all’Oscar come Miglior attrice protagonista, porta in scena una regina capricciosa, malinconica e afflitta da mille problemi di salute. Eppure, tutt’altro che sciocca e ben consapevole del potere che esercita sulle sue cortigiane. Alla base del triangolo, invece, Abigail e Sarah lottano per contendersi il favore, ciascuna con i propri requisiti: fresca e civettuola la prima, più austera e mascolina la seconda.

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Tra l’altro, la mano dell’Academy trascina la sfida anche fuori dal film, visto che sia la Weisz che la Stone sono in lizza per la statuetta di Miglior attrice non protagonista. Se lo chiedete a me, per quanto sia molto difficile pesare per numeri materiale del genere, le due interpretazioni si equivalgono nella loro diversità: da un lato, Emma Stone ha evidentemente lavorato su un registro più ampio, dal momento che al suo personaggio la scrittura impone un perenne gioco di finzione. Dall’altro, va riconosciuto a Rachel Weisz il merito di aver tessuto un equilibrio pressoché perfetto tra forza e debolezza, tra spregiudicatezza e sensibilità.

Il grandangolo arrotonda e "chiude" le scene.

A livello formale e per certi versi tematico, La favorita ricorda decisamente il Barry Lyndon di Kubrick. I due film condividono, oltre che la vita di corte, la cura maniacale per la composizione, per le scenografie e per i costumi (Oscar in ballo numero sei e numero sette), ma soprattutto certe scelte di illuminazione e cromatiche che rappresentano l’aspetto forse più potente del film di Lanthimos. Mica per caso, il direttore della fotografia Robbie Ryan è stato candidato all’Oscar (e se non se lo mette in tasca almeno lui, mi taglio una mano).

Diversamente da Kubrick, tuttavia, il cineasta greco non attinge alla pittura ma compone dei veri e propri diorama. Come soffocati dentro palle di cristallo, gli spazi del film descrivono una dimensione sferica, grazie all’uso di lenti grandangolari che sottolineano la metafora del palazzo-gabbia. Lo sguardo viene accompagnato da una curva all’altra attraverso il montaggio (candidato all’Oscar, e nove) che, già che c’è, sottolinea le gerarchie di potere.

La fotografia è pazzesca, sia tra le mura del palazzo che all’esterno.

Come accennato poco sopra, anche la sceneggiatura scritta da Deborah Davis e Tony McNamara (dieci!) ha qualcosa di Barry Lyndon: l’ambientazione, chiaramente, ma soprattutto i motivi di ascesa sociale e caduta in disgrazia.

Ciò nonostante, la cosa più vicina a La favorita che abbia visto di recente è nettamente Loro, di Sorrentino. La regina Anna di Olivia Colman, una donna che non ha visto crescere i propri figli e che, conseguentemente, non ha mai abbracciato pienamente l’età adulta, ha parecchio in comune col Berlusconi di Servillo. Sempre sugli stessi binari, seppure in scala differente, Abigail e Lady Sarah condividono la sorte dell’arrampichino di Scamarcio: vivere a uso e consumo di poteri che non potranno mai eguagliare, nonostante tutti gli sforzi. Il potere della regina, sì, ma soprattutto quello esercitato dalla società maschile.

Ho visto La favorita in anteprima stampa più o meno una settimana fa, eppure mi sono risolto a scriverne soltanto ieri, col film nelle sale di fresco. Poco male, ho avuto tempo per fare decantare i pensieri, dai.