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La diseducazione di Cameron Post mi fa venire voglia di menare la gente

C'è una strana atmosfera, in La diseducazione di Cameron Post, figlia della specie di frullatone da cui nasce il film. È una produzione indipendente americana, che si porta dietro un certo look e un certo approccio minimalista ormai fin troppo identificabile, che potremmo chiamare "Sundance sezione dramma". È un qualcosa di ormai talmente codificato da essere considerato quasi un genere, un genere da cui molti si fanno respingere. Ma c'è anche altro. La seconda regia di Desiree Akhavan è una sorta di Qualcuno volò sul nido del cuculo avvolto nell'amore per The Breakfast Club, un film di denuncia delle istituzioni e di dramma umano filtrato attraverso una lente young adult e immerso in un'ambientazione anni Novanta, mai molesta ma presente con forza nelle scelte musicali e nel guardaroba dei personaggi. Va a pescare in un momento storico preciso ma, come spesso accade, risulta attualissimo nel suo raccontare quanto la gente non sia capace di tenersi le mani in tasca e farsi un'enorme dose di fatti propri quando si parla di sessualità altrui.

La Cameron Post del titolo, una Chloë Grace Moretz molto brava in un ruolo molto diverso da quelli in cui siamo abituati a vederla, è un'adolescente orfana che viene beccata in effusioni con la sua innamorata dai genitori adottivi e spedita in un centro di rieducazione sessuale, nella speranza che sia possibile porre rimedio alla sua corruzione morale. Qui trova un ambiente accogliente, all'apparenza pacifico e positivo, dove la violenza psicologica non è esplicita ma si insinua in maniera subdola, nella maniera in cui prova a convincere i ragazzi che l'omosessualità non esista, che sia solo una difficoltà momentanea nella lotta contro il peccato, figlia di traumi infantili mai debitamente affrontati. E i momenti più struggenti sono quelli in cui le certezze della protagonista iniziano a vacillare, i normali dubbi di un'adolescente tornano in superficie e Cameron esprime lampi di disgusto per se stessa, si riconosce stremata da questo continuo dubitare della propria natura imposto dall'alto, inizia a chiedersi se non stia sprecando la sua unica occasione di imboccare la via corretta.

La diseducazione di Cameron Post è un film lieve, che sfiora appena la carnalità e il desiderio così centrali nell'esistenza di qualsiasi adolescente degno di questo nome. Non è, insomma, Bad Mouth ma è forse ingiusto fargliene una colpa. In questa sua leggerezza di tocco, nello sguardo sarcastico con cui l'adolescente protagonista osserva quel che le accade attorno, nelle scelte visive, per esempio l'utilizzo un po' didascalico ma efficace dei colori, Akhavan trova una forma di racconto che, pur nella risaputezza del canovaccio, sfugge alla prevedibile deriva tragica per puntare invece sulla speranza e sulla forza dell'amicizia. È semplice, a tratti anche ingenuotto, ma sincero ed efficace nel suo parlare di pratiche che meriterebbero solo schiaffi e calci in culo e sono invece a tutt'oggi ben più comuni e diffuse di quanto uno penserebbe, o spererebbe.

Il film è uscito ieri nelle sale italiane. Io l’ho visto a luglio, perché a quanto pare questa è la settimana dei film che ho visto mesi fa, quindi non mi assumo responsabilità: magari è molto peggio di come me lo ricordo. Oltretutto, insomma, lingua originale, le solite cose.