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Io, Dio e bin Laden. Ma soprattutto, Nic Cage

Un merito che devo senz’altro riconoscere a Io, Dio e Bin Laden, è che mi ha raccontato la storia di Gary Brooks Faulkner. Immagino sia scontato, per un americano, conoscere le avventure dello strampalato carpentiere del Colorado che tra il 2007 e il 2010 - all’epoca, il nostro era pressapoco sulla cinquantina e viveva a scrocco a casa di amici - si fece quasi una dozzina di avanti e indietro dal Pakistan nel tentativo di stanare Osama bin Laden su investitura, a detta dello stesso Faulkner, di Dio in persona.

Mi pare che qui in Italia della faccenda si sia parlato poco, a suo tempo. Di contro, pur tra mille controversie, negli Stati Uniti Faulkner è diventato una sorta di moderno Don Chisciotte, al punto che la sua avventura, nel 2016, è stata trascinata in un film direct-to-video prodotto da Condé Nast, e in uscita nelle sale italiane il prossimo 25 luglio, su distribuzione di Koch Media.

Ah, prima che me ne scordi, nota a margine: l’idea di ravvivare la piattezza della stagione cinematografica estiva con qualche ripescaggio inedito dalle nostre parti non è male. Perlomeno, meglio che niente.

Comunque, Io, Dio e Bin Laden – che in originale fa Army of One, tanto per – è stato scritto da Scott Rothman (Draft Day) assieme a Rajiv Joseph, sceneggiatore attivo soprattutto in teatro; la regia è stata invece affidata a Larry Charles, a sua volta produttore di show televisivi come Seinfeld, ma noto al grande pubblico soprattutto in via del sodalizio con Sacha Baron Cohen e di film come Il dittatore, Brüno e Borat.

Al di là della vicenda già di per sé assurda, la pellicola mette in scena il mondo scombinato e allucinante di Faulkner: un bizzarro mix di patriottismo, estremismi vari, misticismo e visioni, condito da una nota hippie tanto per non farsi mancare niente. Nel suo nécessaire da viaggio, per dire, non mancavano mai, tra le altre cose, una katana acquistata attraverso una televendita, occhiali per la visione notturna, e dell’hashish.

In questa foto c'è Nicolas Cage abbracciato a un asino, con una katana. Lo riscrivo: in questa foto c'è Nicolas Cage abbracciato a un asino, con una katana.

Dopo un breve attacco dedicato all’infanzia del protagonista, che butta un po’ di basi motivazionali e inaugura la faccenda della “sacra spada”, Larry Charles consegna il personaggio nelle mani di Nicolas Cage, che al netto di un’interpretazione giocoforza farsesca e sopra le righe, riesce a infilare tra le pieghe del racconto - anche per la faccia incasinata e bellissima che si ritrova - quella nota di malinconia che di solito accompagna le battaglie contro i mulini a vento.

Il Faulkner del film è un uomo completamente allo sbando; uno sconfitto col gabbio alle spalle e mille problemi tra le mani, a cominciare da quelli di salute e dalla mancanza di soldi. Eppure, incapace di arrendersi all’idea di non essere destinato alla grandezza. Tra l’altro, più che di Dio, questa fissazione sembrerebbe essere opera della pervasività dei media americani verso i quali il film porta una blanda critica, pur senza scavare troppo a fondo.

Certo, c’è anche tutta la faccenda dell’instabilità economica. Ma anche quando a Gary si presenta l’opportunità di sistemarsi assieme alla ex compagna di scuola Marcy (Wendi McLendon-Covey), una donna semplice che tuttavia riesce a cogliere la bontà d’animo dell’uomo, lui non può comunque sottrarsi ai suoi propositi ossessivi .

In generale, guardando il film e qualche intervista a Faulkner su YouTube, mi sono fatto l’idea di un tizio terrorizzato a morte dalla normalità. E non tanto per questioni di monotonia o anonimato - quello mi è parso più un alibi – ma piuttosto, come spesso succede, per la paura di non essere all’altezza.

Wendi McLendon-Covey dà vita al secondo personaggio più riuscito del film (nonché quello che mi ha fatto più tenerezza).

Non riuscendo a gestire le cose di tutti i giorni, Gary sceglie la follia del gioco al rialzo. E allora via per altre fughe, sull’onda di un escapismo tanto fisico quanto mentale, che porta l’uomo a creare un campo di distorsione della realtà all’interno del quale sgorgano mille teorie del complotto. Uno spazio “magico” dove può dialogare con Dio (che nel film ha la faccia e i capelli del comico Russell Brand), e dal quale trae la forza per influenzare le persone che gli gravitano attorno: gli amici, il suo medico (Matthew Modine), poliziotti e commessi che finiscono per essere sopraffatti dalla sua tempra inarrestabile.

E forse, oh, alla fine ha avuto ragione lui. Pare che nel 2010, pensando a un ipotetico biopic sulla sua vita, Gary si fosse immaginato al cinema col volto di Nicolas Cage “figo come in Con Air”. Beh, quel film ora c’è. E allora, a uno così, che gli vuoi dire?

No, davvero, che gli vuoi dire?

Ad ogni modo, tolta la bizzarra vicenda del protagonista e la presenza di un Cage davvero in forma in versione Drugo, con i capelli lunghi e la barba, il film va e viene. La regia di Larry Charles, nel complesso, funziona, ma fatta eccezione per un paio di buone idee (per esempio la messa in scena delle varie apparizioni di Dio), mi è parsa un po’, come dire, monocorde. Magari è un problema mio, visto che anche i film con Baron Cohen non mi hanno fatto impazzire. Magari è colpa della scrittura, che privilegia un po’ il taglio farsesco finendo col dare meno luce alla complessità del protagonista. Resta che alle parti più rocambolesche ambientate in Pakistan, quelle della caccia a Osama bin Laden (che a un certo punto compare pure, interpretato da Amer Chadha-Patel), ho preferito di gran lunga la rappresentazione dell’America di borgata, genuina e piuttosto centrata (per quel che vale la mia, ché in effetti non ci ho mai vissuto, nella provincia americana).

Pure, per certi versi, Io, Dio e Bin Laden corre la stessa gara di The Disaster Artist, ma gira un po’ più lento. Entrambi i film portano in scena personaggi assurdi, folli e un po’ tristi. Tanto privi di talento quanto incapaci di accettare i propri limiti. Il film di Franco, tuttavia, è più armonioso e riuscito di quello di Charles, fermo restando che il 27% che leggo su Rotten Tomatoes mi pare un’esagerazione al ribasso. È vero, Io, Dio e Bin Laden non sarà il film dell’anno (2016), ma di sicuro non è sgradevole né antipatico. Come ho detto, ha i suoi momenti, passa via liscio, e poi c’è Cage in vena di dare. Insomma, non vi sto dicendo di prendere e correre in sala, ma se una sera vi dovesse capitare di passeggiare “per caso” davanti a un cinema dove proiettano Io, Dio e Bin Laden, fossi in voi ci farei un pensiero, ecco.

Ho guardato Io, Dio e Bin Laden grazie a un’anteprima stampa alla quale siamo stati gentilmente invitati. È stato OK, ma non posso fare a meno di segnalare che, proprio come The Disaster Artist, col fatto che ci sono di mezzo personaggi reali e sopra le righe, il film di Larry Charles soffre particolarmente il doppiaggio italiano (e, probabilmente, quello in qualsiasi altra lingua). Ah, quando tra i titoli di coda è comparso il nome di Harvey Weinstein - il film, lo ricordo, è del 2016 - mi ha fatto stranissimo.