Outcast

View Original

Racconti dall'ospizio #173: Il mio grasso grosso Iron Horse

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti. Questo racconto, fra l’altro, avviene nello stesso spazio tempo di quest’altro racconto. Potete leggerlo prima, dopo, o non leggerlo del tutto.

See this content in the original post

Ravascletto, 2 febbraio 1987

Siamo appena arrivati in questo posto senza senso ai confini della realtà e sono già stufa. Diario mio, ma perché deve esserci tanta ingiustizia al mondo? Perché bisogna per forza fare la settimana bianca in montagna? Tu dici: si chiama bianca per qualcosa. Va bene, ma è una autentica violenza. Un’imposizione a un’intera classe di scuola media: si va tutti a sciare. E se a me non me ne frega niente di sciare? E, infatti, a me non me ne frega niente di sciare. Sto benissimo in camera mia a fissare il poster di Joy (sic, ndr) Tempest ascoltando il suo gruppo. Senza le mie stupide compagne di classe. Senza i miei, se possibile, ancora più stupidi compagni maschi. Già sul pullman volevo smontare, o smontare il pullman per avere un incidente in cui morivamo tutti, o morivano solo loro.

Oggi niente sci, per fortuna. Tempo di arrivare all’hotel Bellavista - vorrei tu avessi gli occhi per vedere cosa intendano per “bella vista” - e di fare le solite stupide cose da studenti delle medie in settimana bianca. Come in quei film delle vacanze che vanno di moda. Sembra che sia figo andare in vacanza. Come se appena sei in vacanza tu diventassi in automatico una persona migliore, più felice. Sono certa che per me sia l’opposto.

Ora sono in camera, dal bagno Gemma continua a parlarmi di ragazzi e dei suoi struggenti piani di conquista maschile per la settimana bianca. Diario, te lo metto nero su bianco ora: la sua sarà una settimana totalmente in bianco, altro che bianca. Anche la mia. Lei ne soffrirà, io invece ne sarò felice. Maschi. Mi fanno pena tutti. Be’, quasi tutti, lo sai…

Ravascletto, 3 febbraio 1987

Questa settimana non passerà mai. È appena martedì. La mattina è passata in una lentissima via crucis con tre prof e venti studenti ingolfati tra skipass da acquistare, sci da noleggiare, lezioni di sci da concordare. In faccia mi sentivo una mummia, secca e asciutta dal freddo, ma mi sudavano le ascelle per il Moncler maledetto. Fa piangere che almeno metà classe abbia lo stesso piumino. Esci dalle elementari, molli il grembiulino e che si fa? Ci si veste di nuovo tutti uguali, e in più facendo spendere un sacco di soldi ai genitori. Ma papà e mamma sembrano tenerci tantissimo, che io sia vestita non “bene”, ma “bene come gli altri”. Non sono sicura di voler crescere in questo mondo.

La lezione di sci è stata noiosa e faticosa. Il mio corpo è troppo grosso e grasso per fare ‘sta roba. Odio il mio corpo. Odio il mio corpo. Odio il mio corpo. Odio il mio corpo. Odio il mio corpo. Odio il mio corpo. Odio il mio corpo. Odio il mio corpo. E il mio nome. Ti puoi chiamare Agata solo se sei superbella. Domani mi do malata o mi invento qualcosa.

Ravascletto, 3 febbraio 1987 - sera

Prima serata vera e propria “in società”. Cioè, la società di un albergo montano di una montagna di serie B costituita da compagni di classe. Le ragazze ballano e vogliono i lenti per ballare coi loro principi azzurri. I principi azzurri ballano al massimo qualche canzone veloce degli Europe (per l’esattezza: The Final Countdown, Rock the Night, Cherokee, Ninja, fine) e per il resto stanno o sul calciobalilla o sui videogame. Sono stata a guardare la scena per un po’, ho pensato che forse non mi dispiacerebbe ballare la musica che mi piace, o anche la musica che non mi piace ma con chi mi piace, poi mi sono vergognata e sono tornata in camera.

Lui era ovviamente ai videogiochi con gli altri, o meglio, era ai videogiochi in mezzo agli altri. Ma è sempre solo, in mezzo a tutti. Mi piace per quello. Perché è solo, impacciato, grigio in volto, ossessionato. Mi piace perché è come me. Ma mentre io non mi piaccio, a me lui piace, e mi piacerebbe piacergli. Se gli piacessi, potrebbe aiutare anche me a piacermi, no? Ah, non so bene spiegarlo.

Ravascletto, 4 febbraio 1987

Oggi sono rimasta in albergo tutto il giorno sostenendo che mi erano venute le cose. Il prof di ginnastica è sempre imbarazzatissimo riguardo tutto ciò che riguarda le ragazze, mi ha dispensato dall’andare a sciare prima che quasi iniziassi la frase, solo a vedere la mia faccia fintamente sbattuta.

Rimanere tutto il giorno qui è stato stupendo. Il silenzio della neve, Il Walkman, gli Europe, dormire, non vedere nessuno. Questo, almeno fino a quando le donne delle pulizie mi hanno intimato di lasciare la stanza. Vabbè. Sono scesa giù nella sala ricreativa, deserta. I videogiochi spenti, nel silenzio assolato della mattina, erano innaturali, come un pianoforte senza i tasti. Non mi è stato facile accenderli. Il fischio dei televisori, ecco cosa mancava nel silenzio. Bello. Come quando papà guarda la tivù e io sono nell’altra stanza. Fa casa, quel suono.

Sai che non avevo mai giocato a un videogioco, prima? Non di questi qui da bar. Sì, coi compagni di classe capitava, a casa, quando ti invitavano per fare i compiti e poi ci si rompeva le scatole e si giocava col Vic 20 comprato dai genitori con una vaga idea che ci si potesse studiare. “Sì sì, lo usiamo per i compiti”, e come no. Ma questi giochi da sala, diario, sono roba per gente senza senso di colpa, gente che non deve nascondersi. È anzi un mostrare agli altri quanto si è bravi, o in generale mostrare che ti piace giocare ai videogiochi, che fai parte di questa cosa. Io non faccio parte di questa cosa, ma con nessuno attorno, beh, posso togliermi la curiosità di capire perché i maschi ci passino le serate, invece che ballare con le ragazze Carrie.

I giochi dell’albergo sono tre, uno è il solito Pac-Man, l’altro una roba di Formula 1 che non potrebbe interessarmi manco se campassi cent’anni… ma il terzo mi è piaciuto un bel po’. È una cosa molto diversa, nuova, almeno per quanto ne so uno. È un videogioco western. Lo sai che mio padre è fissato coi western. Fin da piccola, mi ha costretto a guardare con lui film anche davvero violenti. Soldato Blu. Quello dell’uomo chiamato cavallo. Ma anche quelli ancora più vecchi, addirittura in bianco e nero. Questo videogioco si chiama Iron Horse e mi ha ricordato uno di questi vecchi film, lI cavallo d’acciaio. È di uno dei registi preferiti di mio padre, anche se non ricordo il nome (John Ford, ndr). Però, quel film mi aveva colpito perché gli indiani erano cattivissimi, o insomma, difendevano con violenza la loro terra minacciata dalla ferrovia sempre più lunga e presente. Mentre in questo Iron Horse qui, gli indiani non ci sono, almeno non fino a dove sono arrivata io. È più semplice se tutti, buoni e cattivi, sono bianchi, nessuno protesta “poveri indiani”, penso sia questa la ragione. Tu sei lo sceriffo e devi percorrere tutto il treno per fermare i criminali che ci stanno scappando sopra con i soldi rubati sul treno stesso. Lo so perché all’inizio del gioco lo vedi proprio: un criminale che dice “Mani in alto!” in inglese con un fumetto sopra la testa. Il gioco, da vedere, è bellissimo, ha questi dettagli che i giochi su computer non hanno. Puoi anche scegliere tra tre diverse armi: una pistola, una frusta e i pugni (che sembrano meno potenti messi a fianco di pistola e frusta, ma in realtà fanno fare molti più punti!). E la musica! La musica è davvero come quella dei film, sembra quella di Un tranquillo week end di paura, che in effetti fa molto western (è il banjo, ndr). Non il solito biru biru dei giochini. Insomma, questi videogiochi possono anche essere interessanti. Mi sono proprio appassionata, tanto che ho speso cinquemila lire. Cinquemila lire vuol dire venti partite, ora che ci penso. Tutti i soldi che mi avevano dato i miei per questa settimana bianca. Ma tanto, che ci dovevo fare? Ai confini della realtà, a tredici anni, in mezzo al nulla… dovevo andare a sbronzarmi in discoteca come mia cugina? E soprattutto, con cinque sacchi? Per carità. È andata bene così, è stata una giornata… interessante. Scommetto che papà sarà ben curioso di questo gioco, quando gliene parlerò. È ben più curioso di me, quando si tratta di tecnologia. E di western.

Quando gli altri sono tornati, ero già abbastanza stufa di videogiocare, e poi di certo non volevo farmi vedere dalle mie compagne, che già pensano che sono strana, se poi mi metto a giocare a Iron Horse così, di punto in bianco, in mezzo a tutti i maschi, poi mi prendono per il culo da qui a forever.

In realtà, Iron Horse si riferisce fin dal titolo a La grande rapina al treno, un film del 1903 considerato uno fra i più seminali della storia del cinema, quello più seminale. Dai Ressya Gotou, il titolo giapponese del gioco, significa in effetti “La grande rapina al treno”. E questo poster promozionale del film è praticamente identico all’introduzione del gioco!

Ravascletto, 5 febbraio 1987 - pomeriggio

È stato sorprendentemente facile restare in albergo anche oggi. Stamattina ho giocato duro di nuovo, facendomi prestare dei soldi da Gemma - le ho detto che erano per gli assorbenti. Ma ora devo prepararmi - tra pochissimo gli altri torneranno dalle piste e io… io devo farlo. Magari mi prenderanno per il culo, ragazze, ragazzi, cani, gatti, tutti. Ma io voglio vedere la faccia di lui quando, senza dire niente, infilerò una moneta da 500 in Iron Horse e arriverò al terzo blocco. Ho anche imparato a usare tutti e tre i tasti, voglio dire. Resterà di stucco, e magari si accorgerà che esisto anch’io, mi parlerà, o almeno mi guarderà giocare. È un inizio di qualcosa? È l’ultima occasione, che poi domani sera si riparte per tornare a casa!

La conversione per Commodore 64, uscita in Europa solo in compilation, almeno secondo me, faceva cagarissimo. Alcuni la difendono, ma solo per scarso senso critico e lacunosa capacità di contestualizzazione storica.

Ravascletto, 5 febbraio 1987 - sera

Diario, tutte cazzate. Ha continuato a giocare imperterrito a Pac-Man tutta la sera come un ritardato. Tutta. La. Sera. Io sono arrivata, viola in faccia, ma non mi sono data per vinta. Ho messo la moneta in Iron Horse, e giù tutti a perculare senza pietà. Merde. Mi fanno schifo. “Cicciona, ti piace il cavallo di ferro, eh” “Non sapevamo fossi brava ai videogiochi… e infatti non lo sei!” Morirete tutti, mi fate sentire il peso del mio corpo, mi fate odiare me stessa, ma prima di tutto odio voi, morite malissimo, e stasera vi odio dieci volte di più. LUI ha continuato a giocare. Non ha alzato lo sguardo nemmeno un attimo. Nemmeno per assistere al curioso spettacolo di una ragazza - io, per giunta - che gioca a un videogioco. Era una dichiarazione d’amore bellissima. Forse la più bella che farò mai in vita mia. Ed è andata bruciata. Spero solo di diventare fighissima da grande. O che lui si dimostri lo sfigato che già sembra essere, in modo che io possa umiliarlo senza fare niente, semplicemente perché è lui a essere inferiore.

Perché è permesso a noialtre di pensare che possa succedere chissà che, se poi non succede niente? Perché tutto questo potere dell’immaginazione, solo per restare deluse? Odio tutti. E se lui non avesse detto nulla, nemmeno alzato lo sguardo, perché in realtà era imbarazzato? No, era solo lì come un androide fisso nel suo viaggio di Pac-Man. Un grottesco imbecille, altro che un poeta, Se ne andasse anche lui a ‘fanculo. Ho un nervoso che lo sfonderei a pugni, il videogioco di Iron Horse. Settimana bianca di merda. VITA di merda.

Il gioco ebbe relativamente scarsa diffusione e stranamente, a parte quella per Commodore 64, zero conversioni. Lone Ranger su NES, sempre di Konami, aveva una sottosezione che è un chiaro omaggio a Iron Horse. Ma Lone Ranger fa il verso praticamente a qualsiasi gioco esistente, quindi non fa testo.

Questo articolo fa parte della Cover Story più veloce del West, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.