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Halloween è come il purè istantaneo: pure se non monta, va giù

L’ultima volta che ho visto un Halloween al cinema correva il 1998. Mi trovavo al solito Festival del Film di Locarno, quando il direttore artistico Marco Müller, per dare fiato agli spettatori tra un drammone di sfighe e un film cinese (o tra un drammone di sfighe cinese e l’altro) decise di proiettare in Piazza Grande Halloween - 20 anni dopo. Come si dice, un po’ di bastone e un po’ di carota.

All’epoca, il film diretto da Steve Miner e interpretato, oltre che da Jamie Lee Curtis, da alcuni giovani attori che da lì a poco si sarebbero fatti strada (Josh Hartnett, Michelle Williams, Joseph Gordon-Levitt), tentava di rilanciare la serie scomunicando a livello di continuity tutti i sequel usciti fino a quel momento. Unica eccezione a questa tabula rasa, Il signore della morte, in modo da mantenere il legame di sangue tra Laurie e l’assassino con la maschera del capitano Kirk.

Halloween - 20 anni dopo non lo ricordo malvagio, e di recente mi ha fatto piacere scoprire che sul trattamento della sceneggiatura aveva messo le mani pure Kevin Williamson. Il che, tra le altre cose, spiega la presenza di un cameo dedicato a Scream e chiude il cerchio con Michelle Williams (Williamson è stato lo showrunner di Dawson's Creek).

A vent’anni di distanza, eccomi di nuovo davanti a un tentativo di rilancio della serie: l’Halloween di David Gordon Green, scritto assieme all’amico Danny McBride e prodotto da Jason Blum, cancella tutti i sequel e i reboot dell’originale del 1978, compresi quelli di Rob Zombie. Stavolta si leva dalle scatole persino Il signore della morte, presentandosi - in termini di continuity - come il diretto successore de La notte delle streghe. Tra gli interpreti principali, tornano Jamie Lee Curtis (che aveva giurato di non prestare più il volto a Laurie Strode, e invece) e Nick Castle, ossia il Michael Myers originale. A questo proposito, agevolo un veloce riassuntino dei fatti a cura dell’Avvocato.

L’allegra rimpatriata organizzata da David Gordon Green ci riporta a Haddonfiel, Illinois, città natale di Myers e teatro dei suoi omicidi, passando per il manicomio di Smith's Grove dal quale il killer era già evaso quarant’anni prima. Èd è proprio nel manicomio che ritroviamo il nostro all’inizio del film, in attesa del trasferimento in una prigione di massima sicurezza fissato, con assai poco discernimento, per l’imminente trentuno di ottobre.

Nonostante la rinnovata continuity imputi a Myers “solo” cinque omicidi, il killer viene presentato - attraverso una delle scene più suggestive del film, tra l’altro – come il pezzo più grosso giù a Smith's Grove. Quasi un essere sovrannaturale, il cui carisma dialoga direttamente con lo spettatore ricordandogli che, nonostante tutto, quella che ha di fronte è un’icona del cinema horror, nella cui maschera convergono ben più di cinque delitti. Non importa in quale dimensione narrativa siano stati consumati.

E mentre Myers va incontro alla propria sorte, Laurie si porta ancora addosso le cicatrici di quella nottataccia. La donna ha trascorso gli ultimi quarant’anni avvolta dallo stress, paventando il ritorno della sua nemesi, mandando al diavolo due matrimoni e il rapporto con la figlia Karen (Judy Greer), trasformandosi in un letale mix tra Sarah Connor, Danielle Rousseau e la gattara de I Simpson.

E chi l’ammazza?

All’inizio della vicenda, la troviamo arroccata nella sua casa-fortezza, dove tiene alte mira e difesa sparando a dei manichini. Apparentemente, l’unico affetto rimastole è rappresentato dalla nipote teenager Allyson (Andi Matichak), che tenta in ogni modo di riportare la pace in famiglia ma finisce suo malgrado con l’ereditare la corona di reginetta dell’urlo della nonna.

Il cast, sia quello principale che di contorno, è una delle cose migliori del film, e oltre ai succitati vi trovano spazio anche: il bravo Toby Huss di Halt and Catch Fire, che interpreta Ray, marito di Karen; Will Patton, nel ruolo del navigato poliziotto Hawkins; Haluk Bilginer, in quelli dello scombinato Dr. Sartain. Anche il gruppetto di teenager che ruota attorno ad Allyson, composto da Vicky (Virginia Gardner), Cameron (Dylan Arnold), Dave (Miles Robbins) e Oscar (Drew Scheid), se la cava piuttosto bene. In effetti, per come sono stati scritti e diretti, tutti i ragazzini paiono usciti da uno slasher di trenta o quarant’anni fa, il che è OK per molti aspetti, meno per altri. Ma ci arrivo dopo.

Quella in mezzo fa la babysitter.

Sempre tra i pregi, infilerei tutta la faccenda del rapporto vittima/carnefice, che innesca a sua volta una riflessione non scontata sulla potenza delle reciproche influenze e dei simboli. Bene anche i dialoghi; in particolare, ho apprezzato la cura riposta da Green e McBride verso certe chiacchierate di contorno e i giochi “so meta” attorno alla violenza (il film è “Rated R”) e alla mitologia della serie. Persino nei confronti di certi legami scomunicati, che qui tornano trasfigurati - con un certo gusto - in leggende metropolitane.

Eppure, al netto di tutta questa roba buona, il film mi ha trasmesso un non so che di artificioso, e alla lunga si son freddate le manette.

La regia di David Gordon Green è solida e pulita, ma non brilla per personalità, e in generale il suo Halloween è avvolto da un effetto Stranger Things fin dai titoli di testa. Il desiderio di realizzare uno slasher alla vecchia finisce per scendere un po’ troppo nell’omaggio a Carpenter (autore delle musiche, tra l’altro) o per perdersi nella strada dei riferimenti vintage, tra vecchi flipper e monitor di sorveglianza catodici, resi ancora più catodici da certe scelte di fotografia.

Soprattutto - ma riconosco che qui si entra davvero nel campo della sensibilità personale – Halloween non mi ha messo paura. Ci ho trovato poca suspense, nonostante un paio di sequenze davvero azzeccate come quella del bagno o, di nuovo, quella iniziale. Sarà anche che, boh, non so quanta originalità si possa pretendere oggi da una roba del genere (legata, tra l’altro, a quell’altra, che il genere lo ha praticamente inventato), ma anche le varie trovate di Myers mi sono parse poco creative. Con tutto che, a livello di costruzione e caratterizzazione, il personaggio è stato gestito abbastanza bene.

Riconosco comunque che gli ingredienti ci sono tutti, manca solo un po’ di tocco. Come per certi purè istantanei: puoi misurare le dosi al millilitro e seguire le istruzioni alla lettera, ma se decidono di smontarsi, si smontano. E non significa necessariamente che il sapore faccia schifo, eh; è più una questione di consistenza.

Ho guardato Halloween in anteprima grazie a una proiezione stampa alla quale sono stato cortesemente invitato. Il film era in lingua italiana e senza troppi patemi, ché almeno uno dei personaggi non si perde in chiacchiere.