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Devil's Third: aspettando il diavolo

Ivan è un nerboruto mercenario di origini russe che sta scontando una pena a vita in un penitenziario di Guantanamo. L'incipit narrativo che lo vede protagonista scomoda addirittura la teoria di Kessler: una serie di collisioni tra detriti spaziali compromette il funzionamento di moltissimi satelliti in orbita intorno alla terra. L'interruzione di ogni comunicazione militare e civile getta la popolazione mondiale nel panico. Devil’s Third è l'opera prima dei Valhalla Game Studios, un gruppo di sviluppatori giapponesi diretti da Tomonobu Itagaki.

Notate la ricchezza degli interni.

Noto per aver dato vita a serie come Ninja Gaiden e Dead or Alive, il famigerato game designer ha deciso di mettersi in proprio (o è stato "allontanato?"), e a fine agosto il mondo intero potrà mettere le mani sulla sua nuova creatura. Il pericolo è che possa scatenarsi qualcosa di molto simile a quella teoria di Kessler tanto strombazzata nella trama. Come i più brillanti di voi avranno intuito - e perdonatemi il sarcasmo visto che il primo incredulo sono io -  Devil’s Third non si presenta molto bene. La cosa buffa è che Itagaki, come una bizzarra caricatura nipponica di Richard Benson, continua a tesserne le lodi. Non c'è giorno in cui i suoi cinguettii su Twitter non ammoniscano gli scettici, rimarcando le stupefacenti qualità del suo titolo. Un "già annunciato capolavoro incompreso". Questo sì che è mettere le mani avanti!

La sintesi di Devil's Third: distogliere l'attenzione con qualcosa di inconfutabilmente degno di plauso.

Raggiungendo vette inedite di ilarità, il game designer si è prodigato in paragoni quasi blasfemi nella loro palese sbruffonaggine. Pur rimanendo in sede di preview, è assolutamente chiaro quanto Devil’s Third sia un prodotto rozzo, acerbo, tecnicamente arretrato e ludicamente basico e non posso non rendervi partecipi della cosa.

La sua natura ibrida, ahimé, non funziona: da action risulta semplicistico e poco reattivo, mentre da sparatutto restituisce un gunplay misero condito da un'IA nemica risibile. Ma parlavamo di Ivan, l'uomo dagli occhiali da sole incollati al viso e gli innumerevoli tatuaggi a ricoprirne ogni centimetro di pelle. La lotta di quest'uomo tutto d'un pezzo si terrà contro i suoi ex commilitoni. In una situazione critica di tale portata, il governo degli Stati Uniti non avrà altra scelta che liberare dalla prigionia il tatuato eroe, nell'estremo tentativo di scongiurare il disastro planetario.

Guai ad avere più poligoni del protagonista!

Devil’s Third ostenta chiaramente le sue velleità da B movie, e non sarebbe neanche un peccato! I vari personaggi, totalmente improbabili ma dal design più che discreto, sono quasi un’irriverente caricatura di un Metal Gear Solid a caso. La bella, il buono, il colonnello (che sembra un film con Edwige Fenech e Lino Banfi, ma non è così), la guerra, il cameratismo, l'amicizia, il terrorismo, la lealtà verso una causa: un coacervo di luoghi comuni messi insieme con tanto sadico gusto per il kitsch da lasciare attoniti. Non ha alcun valore aggiunto l'esagerata violenza se le esecuzioni diverse per ogni arma sono figlie di un button mashing quasi randomico. Non importa la doppia valenza ludica se passando in prima persona l'arma ricopre metà schermo e l'impressione è di sparare con una fionda. Se poi il level design è elementare e la demenza artificiale dei nemici potrebbe dar vita a un canale YouTube a tema, allora potrete rendervi conto anche voi quanto sia precaria la posizione di Devil’s Third.

In alcuni momenti la grafica potrebbe apparire quasi piacevole.

Certo, non è ancora tempo per tirare le somme: nonostante il blando motore grafico viaggi costantemente sotto i 30fps, i modelli poligonali dei protagonisti non sono male. Poi c'è il muliplayer, che con le sue irriverenti modalità potrebbe quasi riuscire a divertirci.

Quel che fa sorridere, tuttavia, è quanto il titolo di Itagaki si prenda sul serio, rendendo ancora più pretestuoso e involontariamente comico lo spirito dell’intera esperienza. Aspetto con ansia di essere ferocemente smentito, ma lo faccio senza trattenere il fiato: ci tengo alla pelle.