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Da Tarantino a Boyle, il cinema che corregge la storia | Spoiler Zone

Una rubrica in cui parliamo di giochi, film, libri, la qualunque, a posteriori, senza farci alcun problema di spoiler. Insomma, se non avete ancora "consumato" ciò di cui si parla, statene alla larga, perché qui potremmo svelarvi ciò che non volete sapere!

Durante la notte fra l’otto e il nove agosto 1969, Tex Watson, Susan Atkins e Patricia Krenwinkel, tre membri della Manson Family, si introducono in casa di Roman Polanski e massacrano a coltellate cinque persone, fra cui l’attrice Sharon Tate, cambiando per sempre la storia di Hollywood e di Los Angeles. O così, perlomeno, si tende a pensare: i “Manson Murders” hanno un prima e un dopo, che segna la fine dell’innocenza hollywoodiana, distrugge l’innocenza della nuova generazione che sta emergendo e trasforma Sharon Tate da attrice talentuosa, carismatica, in divenire, a vittima di un’infamia. Assegnare a singoli eventi deflagranti un valore simbolico enorme è normale, a prescindere da quanto essi abbiano realmente fatto virare il percorso di un’epoca. Però quella notte ha davvero cambiato qualcosa, non solo nelle vite delle persone coinvolte, inserendosi in un contesto che comunque stava già mutando, seguendo il passo del ricambio generazionale.

Osservando da un altro continente, è forse difficile capire fino in fondo cosa significhi quella notte per chi a Hollywood, o anche solo negli Stati Uniti, ci viveva. Certo, leggere la descrizione degli eventi, o magari guardarsi un documentario, o l’agghiacciante puntata di Mindhunter dedicata all’argomento, non può lasciare indifferenti, ma manca comunque qualcosa. Quel qualcosa non manca a Quentin Tarantino, che all’epoca aveva sei anni, e chissà quanto ha davvero seguito e compreso le cose, quanto e come viveva i timori di quegli anni, filtrati attraverso gli occhi di un bambino a cui la cultura popolare insegnava a temere gli hippy e che improvvisamente vedeva il massimo incubo di quel pericolo concretizzarsi in maniera tanto sanguinaria. Poco importa se nella famiglia Manson c’era poco di hippy e molto di nazifascista, l’immaginario spingeva in quella direzione e, ancora qualche anno fa, Tarantino dichiarava in un’intervista di temere solo tre cose nella vita: una era Charles Manson.

C’era una volta a… Hollywood nasce, come tutti i film di Quentin Tarantino, da un’insieme di idee, amori e suggestioni. Lo spunto principale era l’intenzione di raccontare la transizione che colpì Hollywood in quegli anni e solo in un secondo tempo è arrivata, naturale e inevitabile, l’idea di legarsi agli eventi di Cielo Drive. Forse altrettanto inevitabile, poi, la decisione di affrontare la questione armato di bianchetto, come già fatto con Bastardi senza gloria e Django Unchained. Tarantino aveva la chance di correggere un errore enorme della storia contemporanea, di cambiare una tragedia passata e ricucire una ferita che sente ancora aperta, ma soprattutto, ed è quello forse l’aspetto più toccante del film, di restituire a Sharon Tate la sua dignità di essere umano, di persona e non di vittima, di toglierle di dosso le macchie di sangue che quella notte le ha lasciato addosso nell’immaginario collettivo.

Nel suo ultimo film, Tarantino porta avanti (almeno) tre discorsi contemporaneamente, tutti fondamentali, tutti di pari dignità. Sul piano più immediato e letterale, viviamo un paio di giornate assieme a Rick Dalton e Cliff Booth, entrambi sul viale del tramonto, uno dei due mezzo fallito già in partenza, entrambi capaci di fare ben più di quel che sembri a un primo sguardo. Rick è sconfitto dalla Hollywood che cambia ma ha ancora dentro di se la forza di tornare il grande attore che è stato, nel momento in cui scende a patti con la realtà e scava dentro sé stesso. Ha però bisogno di Cliff, suo amico e sua controfigura, tanto al cinema quanto nella vita, che anche fuori dal set, anche quando ci si ritrova a cambiare la storia massacrando massacratori, si carica il grosso del lavoro sulle spalle e gli lascia spazio per il money shot e la gloria. Attraverso loro due, poi, Tarantino racconta un’epoca, o forse due epoche che s’intersecano, mette in scena il nuovo che oblitera il vecchio e ci illustra come la vecchia Hollywood faticava ad abbracciare la nuova. A uno strato superficiale, il film è soprattutto queste due cose, è un racconto buffo di fantasia su cui si appoggia una meravigliosa ricostruzione storica. E poi c’è Sharon Tate.

Si è detto tanto del modo in cui Tarantino la utilizza e, per fortuna, si è detto anche che è perfetto. La Sharon Tate di Margot Robbie è una donna splendida, gentile, sincera, onesta, disponibile; è un sogno, viaggia leggiadra per il film, si racconta come idea purissima, incontaminata, di ciò che le è stato negato. Ogni singola cosa che fa nel film, dal modo in cui osserva il mondo, al piacere con cui vive le sue azioni quotidiane, passando per il semplice dare un passaggio a una ragazza per strada e quell’innocente aprire il cancello sul finale, è l’esatto opposto di tutto ciò che fa Rick Dalton. Per ogni azione di Sharon, c’è qualcosa di corrispondente e opposto da parte di Rick. È il nuovo, è diverso, è splendido, deve ancora essere rovinato, deve ancora scoprire la corruzione, la decadenza del successo, e si racconta tutta in quella scena meravigliosa, abbacinante, della gita al cinema, in cui Margot Robbie osserva Sharon Tate sullo schermo gigante con due occhi spalancati e ricchi di sogno. Rick Dalton, invece, cazzeggia davanti alla TV sminuendo il proprio lavoro, mentre lo analizza col bisturi del professionista navigato. La poesia l’ha persa per strada e sta cercando disperatamente di ritrovarla.

La parte conclusiva di C’era una volta a… Hollywood arriva e colpisce come un martello, soprattutto se per qualche motivo non te l’aspetti. L’esplosione di violenza è catartica, rabbiosa, esce dai confini del racconto e si rivolge diretta verso chi trasformò quella notte in una tragedia, distruggendolo e dissacrandone l’immagine mitologica. Sharon Tate non vi entra nemmeno in contatto, non viene sporcata dai quei fatti, e l’errore viene corretto, bruciato, cancellato dalla storia. Non è tutto un sogno puro e ottimista, perché in fondo là fuori c’è ancora il male minaccioso, ma la vecchia Hollywood si carica un’ultima volta sulle spalle la nuova Hollywood, che la abbraccia generosamente e se la porta dietro in una versione più bella e gioiosa della sua storia.

L’8 novembre 1980, in tarda serata, Mark David Chapman porta a compimento un progetto pianificato per mesi, intercettando John Lennon sull’ingresso del Dakota, il residence newyorkese presso cui abita, e sparandogli cinque colpi, quattro dei quali lo colpiscono alla schiena. Lennon morirà in ospedale e gli eventi di quella notte colpiranno a fondo l’intero pianeta. Richard Curtis e Danny Boyle, rispettivamente sceneggiatore e regista di Yesterday, affrontano questo tragico evento in maniera simile a quella adoperata da Tarantino nel suo film, trattandolo come un errore storico che va corretto e non degnandolo neanche per un attimo di essere menzionato, rappresentato, ricordato, se non attraverso il non detto e il non accaduto. Ma ci arrivano lungo una direttrice completamente diversa.

Il loro film è interessato soprattutto al racconto più letterale, una dolce commedia romantica che viene piazzata al centro di tutto e conserva fino all’ultimo la sua importanza primaria. Il contesto è diverso da quello pensato da Tarantino perché il mondo di Yesterday non è alternativo in partenza, parte dal nostro universo e ci trasporta, tramite un meccanismo che non viene mai spiegato, in una realtà fittizia nella quale i Beatles non sono mai esistiti. Quella ricostruzione meticolosa a metà fra realismo estremo e fantasia totale che caratterizza C’era una volta a… Hollywood lascia qui spazio a una semplice spolverata di contesto: il mondo alternativo di Boyle è poco più che una barzelletta, in cui si gioca a trovare le differenze dettate dalla mancata nascita dei Beatles e le si mette in scena come buffe gag. La più facile, ovviamente, è che neanche gli Oasis sono mai esistiti, ma ce ne sono diverse altre, molto meno lineari, a cominciare dalla scomparsa della Coca-Cola. Ma se queste sono a malapena simpatiche boutade di contorno, quel che Curtis e Boyle hanno da dire sull’importanza dei Beatles arriva tramite il comportamento di quei tre personaggi che, per qualche motivo, si ricordano della loro esistenza/assenza. Il protagonista della vicenda ottiene fama e denaro sfruttandone le canzoni ma alla lunga sente il peso insopportabile dell’essersi appropriato di tutto quel che si portano dietro. Gli altri che “sanno”, però, lo ringraziano, perché la mancanza, in piena consapevolezza, sarebbe stata insopportabile. E il mondo abbraccia con amore e trasporto quelle canzoni, anche se a suonarle e cantarle non sono gli interpreti originali, grazie alla loro forza trascendentale.

E poi c’è la correzione. L’errore storico da sistemare, da annullare, cui si può finalmente porre rimedio, anche se solo per la durata di un film, grazie alla magia del cinema. Yesterday ci mostra un mondo in cui John Lennon non è stato ucciso, vive anzi sereno la sua vita, inconsapevole della propria opera. Nella fantasia di Tarantino, correggere l’errore ci conduce, presumibilmente, a un mondo migliore. Nella fantasia di Boyle, correggere l’errore rischia di portarci a un mondo peggiore. Ma che gusto ci sarebbe, a correggere un errore a caro prezzo? No: se possiamo salvare John Lennon senza rinunciare alla musica dei Beatles, facciamolo. E in quei pochi minuti di gioia cinematografica che ne vengono fuori non c’è nulla di consolatorio o rassicurante, perché quel momento di correzione, in fondo, finisce soprattutto per ricordarci che l’errore storico si è verificato e non possiamo porvi rimedio.