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Deckard Player One - Perché, dopo quarant'anni, Blade Runner è ancora il punto di riferimento della fantascienza

Che bel ricordo, che ho, di Ready Player One. Nonostante le sue tante ingenuità, è stato capace di farmi tenere gli occhi appiccicati alle sue pagine per giorni. Anche perché, in modo furbastro, al suo interno nasconde un momento che è un atto d’amore verso uno dei miei film preferiti: Blade Runner. Io oggi dovrei raccontarvi perché il film di Ridley Scott è tanto importante, non solo per il cinema, ma come dimostra Ready Player One, anche per la letteratura, i videogiochi e tutte quelle robine che ci piacciono tanto. Anzi, ancora di più, è stato importante nella mia vita personale, visto che su Blade Runner ci ho scritto la mia tesi di laurea, il cui titolo suonava all’incirca così: Intelligenza artificiale: il test di Turing sui replicanti di Blade Runner. Fico, eh?

Allora, diamo per scontato che voi siate all’oscuro di cosa sia Blade Runner (perché è l’unico modo in cui posso mettermi nei panni di chi deve spiegarvi il perché sia stato seminale). Il modo più semplice di raccontare cosa sia il film sarebbe: Blade Runner è un film di fantascienza del 1982, diretto da Ridley Scott e tratto da un racconto di Philip K. Dick intitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. A volersi già soffermare su quanto detto, ci sono almeno un paio di particolari che vi dovrebbero far rizzare le orecchie: Ridley Scott veniva da un capolavoro come Alien e Philip K. Dick è stato il più grande scrittore moderno di fantascienza. Però Scott era pure uno abbastanza gagliardo da stare attento al materiale di partenza, sì, ma giusto quel che serviva per permettergli di dirigere un buon film, prima che un buon adattamento. E quindi, il suo Blade Runner era profondamente diverso dal libro da cui traeva ispirazione. Anzi, se avete presente l’immaginario di Blade Runner, allora sapete che ha stabilito uno standard. E quello standard è rimasto tale e quale fino a oggi. Si può dire senza ragionevoli dubbi che quella città cupa, notturna, piovosa e quell’atmosfera al neon malinconica e divorata dalle pubblicità è, ancora oggi, il grande contenitore in cui racchiudere tutti i racconti di genere. Cioè, guardiamoci in faccia, Blade Runner è diventato proprio un genere a sé. Contate sulle dita di una mano gli esempi di film di fantascienza che si svolgono in un contesto urbano che non ricorda in nessun modo quello di Blade Runner. Sapete di quante dita avete bisogno? Zero. Quel modo di fare lì si è impresso nella mente di una generazione di cineasti, di scrittori, di sviluppatori, di grafici e di spettatori che dal 1982 si immaginano così il futuro hard boiled di un mondo ambiguo.

Se poi volessimo mettere i puntini sulle i, nemmeno a livello di sceneggiatura ci si è spostati troppo più in là rispetto ai dilemmi posti in Blade Runner. È vero che in qualche modo quei dilemmi lì esistono da che esiste il cinema (e, ancor prima, da che esiste la filosofia), ma il lavoro di Scott li ha romanticizzati al punto che se uno dovesse raccontare il senso del film in due righe sarebbe: “Un poliziotto si chiede se sia eticamente giusto uccidere o meno degli androidi ribelli”. L’etica, la reazione di fronte alla vita e alla coscienza che fiorisce dalla macchina, è diventata ben presto il perno attorno a cui gira gran parte dei film di genere. Ve ne potrei citare un milione, ma magari citateveli voi, così facciamo prima. Quando uno parla di androidi, il senso del film è quasi sempre questo: “È giusto trattarli come macchine?”.

Ecco, ora aggiungiamo un altro strato: Blade Runner è intelligente anche nel darci una risposta lontana dall'assolutismo del sì o del no. Perché il film fa un passo indietro e si chiede: “Sì, ma cos’è una macchina?”. Questo è da sempre uno fra i punti su cui si interroga chi studia le intelligenze artificiali. Mettiamo caso che in un futuro molto lontano noi fossimo in grado di dar vita a un’I.A. tale quale a quella umana, quindi capace di provare sentimenti. A questo punto, a meno di non voler cadere nel paradosso cartesiano e giustificare la nostra superiorità in quanto detentori di un’anima (scadendo nel metafisico e buonanotte al secchio), ci troveremo davanti a un dilemma per niente banale: quell’essere con le nostre stesse fattezze e la nostra stessa capacità emozionale può essere considerato umano? Oppure, solo perché è un insieme di istruzioni e meccanismi, resta comunque una macchina? E cosa siamo noi, se non esseri che agiscono seguendo certe istruzioni e che funzionano grazie a meccanismi come il cuore, una pompa che in caso di malfunzionamento può essere sostituita e aggiustata grazie a dispositivi meccanici? Se allora gli androidi potessero provare sentimenti, convinzioni, ideali, se fossero pronti a morire per difenderli rammaricandosi con nostalgia dei “momenti che andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia” cosa li distinguerebbe da noi?

Rispondendo alla domanda con un’altra domanda: come fanno in Blade Runner a rendersi conto di chi è un replicante e di chi è umano? Ecco il collegamento con Ready Player One. A un certo punto del romanzo di Ernest Cline, Wade, il protagonista del libro, deve superare un Test di Voight-Kampff, una “prova” per dimostrare di essere un uomo e non una macchina. Questo test, che Scott e Dick scrissero basandosi sulle teorie del Test di Turing Totale, prevede che il soggetto risponda a diverse domande e venga giudicato a seconda delle reazioni del suo corpo, dei movimenti involontari come il battito delle ciglia o la contrazione dei muscoli facciali. Cioè, in un mondo in cui l’uomo è capace di creare l’intelligenza, capite che un test di questo tipo è ormai quasi inaffidabile. Per gli androidi, il risultato è sempre ambiguo; con gli uomini, specialmente quelli affetti da deficit del linguaggio, come per esempio l’autismo, potrebbe portare a falsi positivi. Turing, allora, messo di fronte a questo paradosso, aveva allargato le braccia: se esistesse un androide così indistinguibile da un uomo al punto di arrivare a superare il test e ingannare chi ha davanti, non avremmo altra possibilità che considerarlo umano.

Qui sta l’ultima, grande magia di Blade Runner. Nel film, il protagonista Rick Deckard è un cacciatore di androidi, un poliziotto che ha il compito di “ritirare” i modelli difettosi e che si innamora inevitabilmente di una donna artificiale, Rachael. Destabilizzato dai suoi sentimenti, alla ricerca di un senso nella sua vita in cui non ha fatto altro che uccidere i simili di Rachael, nel finale Deckard viene a conoscenza di una verità ancora più sconvolgente: forse lui stesso è un replicante. Il film lascia in dubbio spettatore e personaggio (dubbi confermati dallo stesso Scott, parzialmente smentiti dal sequel), ma la cosa più importante che fa è proprio provocare un sentimento ambiguo in chi sta guardando. Deckard si comporta come noi, come gli esseri umani… ma se fosse un androide? Se non fosse stato il film stesso a spingerci in quella direzione, decadrebbe il senso stesso della domanda. Potremmo considerare un androide in tutto e per tutto uguale a noi esseri umani? Cavolo, chi lo sa, perché tanto non avremmo altra scelta che farlo.

Vi state incartando? Bene. Questo è il perché, dopo quarant'anni dall’uscita, Blade Runner è ancora il punto di riferimento del cinema di fantascienza.

Questo articolo fa parte della Cover Story su Ready Player One, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.