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Io e Kojima: una storia infelice

Il primo Metal Gear Solid su Playstation lo presi giapponese. Credo di essermi anche masturbato sulle immagini di quel gioco, prima dell’uscita. E di solito lo facevo con la Ferilli. Ovviamente, giocandoci in quella splendida lingua incomprensibile, non sapevo del “trucco” per sconfiggere Psycho Mantis, ma riuscii lo stesso a venirne a capo in uno scontro di un paio d’ore (due ore e quaranta, forse), nel quale passavo la maggior parte del tempo sdraiato dietro a una scrivania. Lo adorai la prima volta e le tre o quattro successive e non credo di aver mai più rigiocato a un videogioco tante volte.

Per giocare alla demo di Metal Gear Solid 2 comprai Zone of The Enders, di cui mi importava il giusto. Di quella saga ho un vago ricordo, non posso dire certo che mi abbia cambiato la vita. Metal Gear Solid 2, invece, mi travolse e impressionò, però fu anche il primo videogioco con il quale mi addormentai pad in mano. Oggi la cosa mi stupirebbe meno, con l’età mi capita più spesso, diciamo, ma all’epoca ero forte, bellissimo e pieno di entusiasmo per la vita: qualcosa non aveva funzionato, con me.

Metal Gear Solid 3 era davvero un gioco meraviglioso, pieno di chicche deliziose nascoste all’occhio meno attento. Nascoste a me, insomma. Oggi ci si riempirebbe YouTube, con le sue trovate, con quell’attenzione ai piccoli, insignificanti dettagli che trasformano un palcoscenico in qualcosa di più grande e concreto. Ci misi forse otto anni, a finirlo, non ricordo nemmeno perché mi passò la voglia di giocarlo e lo lasciai a prendere polvere per tanto tempo. Mi capita di rimanere impietrito di fronte a qualcosa che sono sicuro di non poter capire, almeno non a fondo.

A Metal Gear Solid 4 giocai invece al lancio, devo avere ancora il moncherino della limited da qualche parte in casa (no, aspetta, il moncherino è del quinto episodio), e l’unico ricordo importante che ho di questo episodio è l’interminabile e faticosa e dolorosa e no, dico davvero, interminabile sequenza finale.

Su Metal Gear Solid V non ho niente da criticare. Devo ancora finirlo ma di sicuro lo farò, un giorno: per trenta ore mi era sembrato un gioco splendido. Oltre che fisicamente prestante, però, sono anche un uomo d’azione e quei caricamenti su PlayStation 4, quelle lungaggini tipiche da schermata giapponese che se ne frega dei giorni nostri, non le ho mai trovate invitanti a sufficienza. Magari su PC, magari a poco…

Insomma, io e Kogima non ci capiamo sempre, siamo troppo diversi, io e lui. Ma non lo detesto, affatto, e sono contento che in questo pigro mondo videoludico ci sia anche qualcuno con una visione, con un sogno, che salga sul palco dell’E3 tra le urla di chi riesce ad amarlo più di quanto abbia mai fatto io. Come per Nintendo Labo, non è sempre importante quello che piace a noi, è importante che esista qualcuno che voglia fare sempre un passo avanti, perché quando poi tutti lo seguiranno, e lo fanno sempre anche se non ce ne accorgiamo, io potrò essere lì ad approfittarne.

Questo articolo fa parte della Cover Story "Metal Gear e Hideo Kojima", che trovate riepilogata a questo indirizzo.