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I (nostri) migliori anni del videogioco: 2004, quella che chiaman “la maturità”

Come qualsiasi essere umano, cerco segni, schemi, coincidenze anche dove non ci sono, esattamente come i tizi che scrivevano strampalate teorie sugli orsi polari e il fumo nero ai tempi di LOST. Ad esempio il fatto di essere nato lo stesso giorno di Shigeru Miyamoto può forse essere una coincidenza? O che Half-Life 2, forse il mio gioco preferito di tutti i tempi, sia uscito proprio il 16 novembre del 2004, giorno del mio compleanno? E nemmeno un compleanno qualsiasi, poi, ma il giorno del mio diciottesimo, atavico e casuale numerino che da anni segna il passaggio nell’età adulta. Mi piace pensare che insieme a me anche i videogiochi siano diventati adulti in quell’anno. In fondo l’era d’oro del NES era arrivata in Europa e America fra l’85 e l’86, rendendo il gaming come lo conosciamo oggi mio coetaneo. Narcisismo cabalistico a parte, il 2004 è stato un anno leggendario, che ha visto l’uscita di una serie di titoli seminali, in grado di plasmare e influenzare in gran parte il settore videoludico anche a distanza di anni.

Sul succitato Half-Life 2, unanimemente assurto a simbolo della crescita esponenziale della qualità del settore in quegli anni, non spenderò troppe parole. Definirlo rivoluzionario per l’epoca sarebbe riduttivo. Grafica mozzafiato, gameplay commistione di classico sparatutto in prima persona e puzzle basati su motore fisico, una narrazione che è tutto uno “show, don’t tell” da immersione totale. Una delle pietre miliari del settore anche a distanza di quattordici anni, ancora godibilissimo come ho potuto constatare solo qualche settimana fa, rigiocandoci durante la maratona natalizia di Kenobisboch.

Il tutto senza considerare che avrebbe indirettamente dato il via alla rivoluzione della distribuzione digitale con Steam, piattaforma che in verità all’inizio mi aveva impedito di giocare ad Half-Life 2 a causa di incompatibilità del sistema di protezione con alcune componenti del PC. Ma insomma, se poi il risultato finale è quello gli si perdona tutto, dai…

Ma per me il 2004 è anche l’anno di una grande conquista: la mia prima console. Ebbene sì, in diciotto anni di vita non avevo mai posseduto un qualche Nintendo o una qualche PlayStation tutta mia, dovendo rimediare le dosi di gameplay su quei settori da amici e parenti. Mossi a pietà, i miei compagni di classe, sotto suggerimento e pressione di JP, mio migliore amico ancora oggi, decisero di regalarmi una PS2 fiammante. L’evento svoltò definitivamente la direzione della mia vita, sbloccando potenziali di nerdità sopiti come Goku con un Kaio-Ken. Rimasi addirittura due giorni interi a casa dopo aver ricevuto l’agognato regalo, pur di recuperare tutto il tempo perso, saltando impunemente scuola coi classici “motivi di famiglia”, ché tanto le giustificazioni ormai me le potevo firmare io. Un titolo, fra quelli ricevuti in dono con la console, svettava senza troppi sforzi: Grand Theft Auto: San Andreas.

Non so voi ma io CJ lo ricordavo un po' diverso.

Se a diciott’anni questo luna park anni Novanta di stupro e saccheggio digitale non era tutto ciò che avreste desiderato dalla vita, c’era sicuramente qualcosa di sbagliato nella vostra testa. Certo, ho sempre considerato la Miami degli anni Ottanta di Vice City un’ambientazione molto più affascinante, ma non posso negare che l’esplosione di varietà, gameplay esotico e grandezza del mondo di gioco dell’episodio ambientato in California fossero un balzo in avanti per la serie. Le storie di rivalsa criminale che da sempre hanno caratterizzato la serie, in Grand Theft Auto: San Andreas, si intrecciano in maniera abile fra il serio e il faceto, con un elemento satirico molto più pronunciato. Ma poi la possibilità di modificare radicalmente il proprio personaggio, elementi RPG più profondi, poter guidare le bici e un mondo di gioco tre volte più grande del precedente, pieno fino all’orlo di cose da fare. Il tutto associato alle solite e fantastiche possibilità open world di GTA (derive psicopatiche col mitra in mano incluse). Insomma, erezione immediata e assicurata per qualsiasi adolescente dell’epoca.

E se Sony sparava cartucce di questa portata, Microsoft non poteva certo starsene con le mani in mano a guardare i giapponesi vincere la guerra delle console. Quindi sparò l’artiglieria pesante di Halo 2, uscito solo qualche settimana prima del titolo Rockstar. Ovviamente non possedevo una Xbox, quindi a Halo avevo giocato a casa di un amico, tutto in co-op, ripetutamente, alzando la difficoltà ogni volta. Feci lo stesso con Halo 2, e mamma mia quanta roba: dual wielding, due personaggi diversi da usare nella campagna, più veicoli e un online degno di tale nome. Halo 2 era troppo per essere solo un “more of the same” ma forse troppo poco per stravolgere completamente il feel del suo predecessore. Peccato solo per quel finale un po’ troncato, che ci fece incazzare non poco: “Sir, I’m finishing this fight!”, sì ma in Halo 3, chitemmuò.

Prima di questa baraonda totale di giochi di fine d’anno, usciva un po’ in sordina (almeno per me) Burnout 3: Takedown. Non sono un grande fan di automobilismo, ma il gioco di Criterion è pura adrenalina, anzi, puro protossido di azoto iniettato direttamente nel cuore, per accelerarne il battito al limite umano. L’approccio arcade al genere è semplicemente perfetto: liscio, senza fronzoli. Solo velocità, turbo, collisioni, schivate all’ultimo secondo. Una roba completamente fuori di testa che anche a distanza di anni riesce a farmi urlare dalla gioia quando riesco a buttare fuori strada gli avversari nei modi più assurdi, con quel bell’effettino in slow motion che non stanca mai. E quanta varietà, poi! Corse normali, corse a eliminazione e soprattutto la modalità Crash, in cui far rotolare la macchina per causare quanti più danni ed esplosioni possibili. Roba che ti rimane impressa sulla retina come il burn-in dei vecchi monitor a tubo catodico. Ciliegina sulla torta una colonna sonora pop-punk pompatissima, che ancora mi sparo in macchina sperando di non schiantarmi come nel gioco.

Madonna quanta roba in questo 2004, questo articolo si sta trasformando in una cantica dantesca! Come fai però a non parlare, pur brevemente, anche di quello che probabilmente è il mio Metal Gear preferito. Con Metal Gear Solid 3: Snake Eater, Kojima riesce nella difficile impresa di unire la sua visione cinematografica con un approccio open world. Quel che ne viene fuori è un risultato mastodontico e monumentale, che culmina in un finale che ti strappa il cuore, lo calpesta, gli dà fuoco e poi lo butta giù da una rupe. Una scena amara ma così reale e condivisibile che è anche rito di passaggio per la fine della nostra innocenza. Un peso sulla coscienza non solo per Big Boss, ma anche per noi stessi. Potete rivivere la morte della vostra gioventù comodamente grazie al video qui sotto, in particolare dal minuto 6:40 in poi.

E poi ancora un Unreal Tournament 2004, ultimo erede di quell’era di spara spara in multiplayer, goduria pura per chi era cresciuto con il suo predecessore e con Quake III Arena, ma stava lentamente vedendo l’ascesa di tactical shooter à la Counter Strike. Tenetevi pure le vostre fighettate lente, tecniche e ripetitive, per me gli shooter hanno raggiunto uno dei loro picchi qui, con movimenti frenetici, armi tamarre, mappe assurde, razzi in faccia e veicoli senza senso. Ah, ad avere ancora i riflessi di un diciottenne!

C’è talmente tanta roba, in questo 2004, da essere costretto a malincuore a tralasciare capolavori del calibro di Katamari Damacy, Fable, Star Wars: Battlefront e chissà quanto ancora. Ma la portata e la quantità di titoli usciti in questo anno mirabilis dovrebbe farvi pensare che proprio in questo periodo qualcosa sia effettivamente scoppiato, come una stella che accumula materiale e polveri per eoni e infine esplode in un istante solo. Forse avevano cominciato a capire come realizzare e sfruttare la terza dimensione, forse i programmatori erano diventati abili a sviluppare sulle varie console o magari fu solo un mero caso di espansione del mercato e dei soldi che girano nel settore. Sta di fatto che per la prima volta sentii che qualcosa era cambiato e che c’era stato un sostanziale salto di qualità, come un aereo che rompe la barriera del suono e può volare libero alla velocità che vuole.

Magari ero cresciuto e i videogiochi con me, raggiungendo, almeno in parte, quella che chiaman la maturità.

Bonus: l'intro di Katamari Damacy, perchè è perfezione lisergica e pop al tempo stesso che ci sta bene sempre e comunque.

Il 2004 riassunto in maniera arbitraria e incompleta: Burnout 3: Takedown, The Chronicle of Riddick: Escape from Butcher Bay, Fable, Far Cry, Final Fantasy XI, Grand Theft Auto: San Andreas, Half-Life 2, Halo 2, Knights of the Old Republic II, Ninja Gaiden, Pikmin 2, The Sims 2, World of Warcraft

Questo articolo fa parte della Cover Story "I (nostri) migliori anni del videogioco", che trovate riepilogata a questo indirizzo.