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Loving: basato su una storia vera, ma senza menarsela

Ci sono due tratti fondamentali che accomunano i film di Jeff Nichols e rendono molto vicine storie potenzialmente assai lontane, a prescindere che si parli di apocalisse, criminali nascosti fra le paludi, bambini coi superpoteri o amori proibiti negli anni Cinquanta. C'è la capacità di riassumere ogni volta con momenti semplici, una o due battute efficacissime gettate lì all'improvviso, la potenza del sangue, del rapporto famigliare, dell'amore profondo fra un genitore e un figlio, ma anche di quei legami che col sangue non hanno a che vedere ma riescono lo stesso a diventare fortissimi. E c'è il desiderio di trattenersi, di non eccedere mai con la spinta formale verso l'emozione, il patetismo, la lacrima facile, che è in fondo poi l'approccio grazie al quale esplode la forza di quei momenti così semplici ed efficaci.

Ecco, il bello di Loving sta anche e soprattutto qui, nel modo in cui Nichols si avvicina al più classico canovaccio da "basato su una storia vera" e ne sovverte le tradizioni attraverso il suo stile. Un altro regista avrebbe messo in scena la famiglia Loving puntando sulla forza dell'emozione, sul crescendo musicale, sul racconto delle vicende giudiziarie, sulle scene madri fatte di sguardi intensi e monologhi rotti dal pianto, sui "cattivi" che vengono sbeffeggiati quando finalmente il bene trionfa. Nichols, invece, si limita a raccontare in maniera tranquilla, sommessa, ma proprio per questo straziante quando deve esserlo, le vicende di due persone che vorrebbero solamente vivere la propria vita e per questo vengono arrestate e costrette lontano da casa. Si percepisce tutta la potenza di un "caso" fondamentale per la storia americana, ma viene spinta nelle retrovie di fronte a una vicenda umana, circoscritta e mai spettacolarizzata.

Il rovescio della medaglia, forse, sta nel fatto che un film così trattenuto e impegnato ad evitare le emozioni facili avrebbe avuto bisogno di maggior sintesi, ma è davvero un problema da poco. E in ogni caso il bello di Loving sta anche nella maniera fantastica in cui valorizza due attori molto bravi e dalle interpretazioni non banali. Quello di Joel Edgerton è un uomo semplice, sconfortato, che non vuole saperne nulla delle grandi lotte e anzi forse non le capisce neanche troppo bene, pensa che sarebbe il caso di risolvere tutto in maniera ben più semplice, con una chiacchierata a base di logica. Perché in fondo loro due non fanno male a nessuno. Quella di Ruth Negga è una donna determinata, pur nella sua rassegnazione e nella delicatezza con cui approccia ogni questione, decisa a riottenere ciò che le hanno strappato. Le loro sono due interpretazioni eccellenti e complesse, a cui giustamente Nichols si affida in toto, toccando solo di sfuggita tutto quel che ruota attorno e concentrandosi invece sul mostrare ogni cosa attraverso il loro sguardo privato e personale.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, un mese fa, secco e pulito. L'ho visto in lingua originale e qui potrei infilare un pippone sul fatto che un film impostato in questa maniera e con queste interpretazioni è davvero un peccato vederlo doppiato, ma insomma, che ci dobbiamo fare? In Italia arriva questa settimana.