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In Yakuza 0 ti manca solo il sapore del sashimi

Lo ammetto subito, così magari evito di dovermi mozzare un dito per espiare la colpa: ho sempre dedicato pochissimo spazio alla serie di Yakuza. Quando uscì nel 2005, lo snobbai platealmente e solo col tempo ho affinato un certo gusto per le avventure del “Drago di Dojima” e per le sue violente passeggiato per Kamurocho.

E se pensate che sia stata una follia, concordo con voi, perché la serie di Yakuza è più di un videogioco, è un corso avanzato di nipponicità, un frullato di tutto ciò che i giapponesi rappresentano per la cultura mondiale, del loro modo di fare videogiochi e di mescolare epicità e ridicolo, commedia e pathos, come se fossero semplicemente due fili che si intrecciano per creare una corda più salda.

E visto che l’emozione più grande che stiamo vivendo in questi anni è la nostalgia, Yakuza 0 non poteva che capitare al momento giusto, sia per raccontarci l’origine di Kazuma Kiryiu e di Goro Majima, sia per come riesce a calarci nelle versioni anni Ottanta di Tokyo e Osaka, trasformando un serissimo e letale malavitoso in una sorta di Otaku che passa le sue serate tra Out Run e Space Harrier.

Tutto ciò è però legato anche al rapporto del geek medio italiano col Giappone, un legame non molto lontano da quello tra un vichingo e il Valhalla. Il Sol Levante è visto come un luogo lontano e idealizzato, fatto di scorci bellissimi, neon, presente e passato, scolarette che non esistono e persone che improvvisamente ti mostrano il loro tatuaggio su un polso prima di ucciderti. Yakuza riesce a rendere tutto questo e a fartelo vivere dall’interno, non ti tratta mai come un gaijin, ma dà per scontato che tu conosca la materia e che probabilmente in Giappone alla fine ci sei stato e ti sei reso conto che era tutto vero, anche quel rapporto con le donne non particolarmente sano.

Un banale giretto per Kamurocho o Sotemburi (o dovrei dire Kabuchiko e Dotombori?) si trasforma dunque in un vero e proprio assalto frontale alle nostre sinapsi, fatto di luci, locali, vestiti, sensazioni, citazioni che ci permettono di mescolare il cinema di Kitano e Crying Freeman, il body sushi di Black Rain e Orange Road, mazzate violentissime e visite nei negozietti di video porcellosi. Perché alla fine i giapponesi sono così, perennemente in bilico tra forma e sostanza, fra segno ed esecuzione. Una dicotomia che trova in Yakuza 0 una fra le sue più belle metafore. In quale gioco possiamo fare un duello mortale il secondo prima e quello dopo spassarcela al karaoke come se fossimo un impiegato della Sony al venerdì sera?

Yakuza 0 è tutto questo e riesce ad esserlo oggi, ovvero con un pubblico che è sempre più variegato e con una grafica degna di mostrarci le pozzanghere di pioggia in cui si riflettono i neon dei ristorantini di sushi e dei supermercati aperti tutta la notte. Ma riesce ad esserlo soprattutto perché guarda indietro, ai completi orribili, alle giacche con le spalline e a una figura del gangster giapponese ormai resa icona e assolutamente contemporanea al periodo storico. Il suo gusto per il vintage si ripercuote anche nei menù di gioco, nel loro essere così vecchi come design e impostazione che sembrano usciti dal primo capitolo.

Poi, sì, volendo, ci sarebbe questa storia che ogni tanto bisogna anche menare le mani, ma come spesso accade quando dietro c’è lo spessore della narrazione, le meccaniche di gioco pure e semplici, anche se ben strutturate per quanto riguarda il combattimento, finiscono in secondo piano.

Perché alla fine tutto ciò che vuoi in Yakuza 0 è vivere le assurde avventure dei suoi personaggi, buttarti di testa in un mondo che ti apparteneva anche se era a migliaia di chilometri di distanza, ritrovare quei luoghi in cui magari hai passeggiato quando finalmente sei riuscito a prendere quell’aereo, ascoltare il tuo boss che ti urla contro col tono di un daymio che ti ordina di fare seppuku e indossare i panni di uomini che lottano come leoni per un pezzo di terra che non vale niente e vale tutto, come l’onore di un samurai.

Questo articolo fa parte della Cover Story "I (nostri) migliori anni del videogioco", che trovate riepilogata a questo indirizzo.