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Il machismo ai tempi di Ray Donovan

Amo gli uomini duri, i veri maschi alfa. Sia chiaro, i miei orientamenti sessuali sono ben saldamente ancorati sul versante etero, eh. Nonostante ciò, ho un debole per i personaggi maschili tosti, quelli tutti d’un pezzo, che non devono mai chiedere nulla; soprattutto nelle serie tv, quando la fascinazione esercitata dai protagonisti a schermo è maggiore rispetto a quanto accade di solito, toh, nei film, essendoci un’ovvia dilatazione nei tempi di visione, e quindi uno scavo psicologico più approfondito. Raylan Givens, Harry Bosch, Frank Underwood: personaggi televisivi diversi, ma accomunati dal fattore di avere due palle grosse quanto una casa. E fra questi, forse più di tutti, rientra Ray Donovan, protagonista che dà il nome al telefilm di cui vi parlo oggi.

Prodotta da Showtime (network noto ai più per aver dato i natali a Dexter, Penny Dreadful, Shameless e via discorrendo), la serie parla del sopracitato Ray, interpretato da un maestoso Liev Schreiber, che di mestiere fa il fixer in quel di Los Angeles. Il fixer sarebbe quel tipo che chiami quando sei nei casini e non sai come uscirne. Tipo mister Wolf di Pulp Fiction, ecco. Va da sé che i principali committenti di Ray sono una miscellanea di rapper fuori di testa, star di Hollywood a dir poco eccentriche e tutto questo filone di gente qui, con più soldi che sale in zucca, e che chiamano il nostro fixer per mettere a posto dei pasticci spesso oltre la soglia del legale. Tutto ciò, soprattutto nelle prime due stagioni, dà origine ad episodi spesso dallo sviluppo verticale davvero ben scritti, con dialoghi allucinati e situazioni oltre il limite dell’assurdo. Dal canto suo, Ray Donovan si distanzia e di molto dalla sua clientela tipo. È un bestione irlandese di 1.90, glaciale nel suo essere pragmatico, e non disdegna le maniere forti per risolvere le faccende di cui si occupa, facendo spesso tradurre il tutto in episodi da un taglio action più che riuscito.

Se l’ambito per così dire “lavorativo” è quello in cui la serie si concentra principalmente, a prevalere con lo scorrere degli episodi è quello familiare, più intimo. Anche qui il campionario di protagonisti è tutt’altro che banale. Su tutti bisogna spendere almeno due righe per Mickey Donovan, padre di Ray interpretato da uno spettacolare Jon Voight; si tratta di un anziano con la passione per i culi grossi, specie se afroamericani, e con la fastidiosa tendenza a cacciarsi in casini ben più grossi di quelli cui è solito occuparsi il figlio. A completare il quadro di questa famigliola tutt’altro che allegra ci pensano i due (e mezzo) fratelli di Ray e la moglie di quest’ultimo, con annessi i due figli. In tal senso la serie ricalca quanto già visto ne I Soprano, con l’implosione del nucleo familiare dovuta principalmente alle minchiate combinate dal capofamiglia e dai suo modus operandi dalla connotazione prettamente patriarcale. Nulla di nuovo sotto il sole, in tal senso, ma il tutto è comunque reso in modo più che coinvolgente, facendo soprassedere sul sopracitato deficit di originalità a forza di unghie divorate dalla partecipazione emotiva che Ray Donovan riesce a mettere in gioco.

Come già detto, nelle prime due stagioni la serie TV si è contraddistinta quindi per questo sviluppo della trama verticale, bipartito fra le vicende della famiglia Donovan e i pazzi lavoretti che Ray doveva portare a termine. Una scelta che forse non ha pagato in termini di spettatori, tant’è che dalla stagione successiva il focus si è spostato su un plot centrale che ha occupato gran parte dei 12 episodi che compongono ogni annata di Ray Donovan. Nonostante questo cambio abbastanza netto, ma non per questo traumatico, il risultato si è rivelato altrettanto buono, soprattutto perché affiancato da uno scavo psicologico reale nei confronti del protagonista, Ray, che lentamente, puntata dopo puntata, svela al pubblico un lato diverso rispetto a quello da uomo di ghiaccio che abbiamo conosciuto negli anni precedenti; ciò avviene per gradi, in un modo mai schizofrenico, che culmina in un finale di stagione da applausi.

Insomma, Ray Donovan è una serie non esente da difetti, ma comunque da consigliare, soprattutto in virtù delle sue tre prime stagioni. Un po’ meno se si considera l’ultima, la quarta, terminata giusto di recente. A ‘sto giro si è preferito proseguire verso la direzione presa in precedenza, con un main plot più preponderante che lascia di volta in volta un po’ di spazio all’esplorazione psicologica sia di Ray che dei suoi familiari, e delle loro annesse vicende. Il problema è che proprio in tal senso le vicissitudini sembrano ripetersi, seppur mutando nei dettagli; un po’ come quando un tuo amico combina sempre le solite minchiate, e tu ad un certo punto ti stanchi di avercelo attorno, così vale per Mickey Donovan e i suoi figli, che tendono ad arrotolarsi sempre in situazioni più o meno simili a quelle già viste in precedenza. A non convincere pienamente sono anche i nuovi personaggi introdotti, a metà tra l’insipido e lo stereotipo. In ogni caso, i momenti di pathos sono presenti anche in questa stagione, riconducibili particolarmente alla parte finale, con quel paio di colpi di scena che ti fanno sobbalzare dal divano (e no, non mi riferisco alla cura dimagrante a cui è stato sottoposto, da una stagione all’altra, il buon Avi, uno dei soci di Ray, interpretato da Ann Biderman) e che un po’ servono a mitigare la sensazione di aver perso del tempo a seguire un telefilm ormai sulla via del tramonto. Sì, perché la sensazione è che Ray Donovan abbia preso quella triste strada percorsa dalle serie TV che ormai hanno poco da dire, ma vanno comunque avanti quasi per inerzia. A rafforzare questa impressione c’è la notizia del rinnovo per una quinta, e presumibilmente ultima, stagione.

Ray Donovan è arrivato dalle nostre parti in concomitanza del debutto italico di Netflix, con un ritardo di qualche anno rispetto all’uscita americana (ma quest'anno hanno iniziato anche a trasmetterlo su Rai 4). Dopo essermi guardato tutti i primi 36 episodi lo scorso marzo, ho seguito settimanalmente la quarta stagione, che Netflix proponeva in contemporanea con gli Stati Uniti.