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Backlog #2: Mini Metro e Burly Men At Sea - Essenziale è fregno

Backlog è la rubrica in cui chiacchieriamo fuori tempo massimo di giochi che abbiamo recuperato nella nostra lotta infinita contro il cumulo di arretrati. Sono quei giochi troppo recenti per poter essere ammessi nell'ospizio, ma già troppo vecchi perché possa ancora interessare a qualcuno una recensione classica.

Io vivo a Chieti. Tutto, a Chieti, è drive-through. O walk-with-wookiee-through. Per andare a comprare pizza, pane, latte e biscotti da Mafalda, impiego non più di tre minuti, quattro se Wookiee deve fare la cacca. Da Mafalda al fruttivendolo (che mi porta l’acqua direttamente a casa) impiego ben 27 secondi. E dal fruttivendolo alla Piccola Salumeria Enocacioteca per acquistare prelibatezze costossisime ma squisitissime, altri 12 secondi. Tutto il resto si fa in auto, in moto o in bici, in assoluta comodità. Chieti, logisticamente, è una pacchia. 

Le metropolitane, invece, mi fanno paura. Sono metropolitanopatico. Il perché è presto detto.

Innanzitutto, la gente muore cadendo sui binari, spinta da futuri presidenti, tipo la giornalista di House of Cards. Inoltre, lì sotto si compiono stupri, si chiede l’elemosina, si respira aria malsana, si suonano grandi classici con il sassofono, si procede compressi come lemming frettolosi ed è sempre lunedì. E poi quei rumori striduli e repentini dei treni in arrivo, gente che si spintona per non morire tranciata dalle porte scorrevoli, maniglie sudice e pali ai quali tenersi che ospitano tonnellate di germi, fuliggine, depressione, oscurità. Ad eccezione di quelle giapponesi (perfette, linde, pinte e a prova di me stesso), le metropolitane mi fanno paura, mi fanno schifo, mi ci perdo e sono uno strumento del demonio. Fanculo esse!

Ciò premesso, Mini Metro (goduto su iPad) è un gioco di squisita strategia ingegneristica, che va nettamente provato (a patto di possedere 4,99 euro).  

Guarda caso, qui a Paolo Giacci hanno rubato portafoglio e passaporto. Per dire, eh. 

Tre modalità di gioco (classica, estrema e senza fine), dodici città sparse worldwide (da Londra fino ad Auckland, passando per New York City, Parigi, Berlino, Melbourne, Hong Kong, Osaka, San Pietroburgo, Montréal, San Paolo, Il Cairo… senza appunto Chieti, che non abbisogna di simili mezzucci su rotaia) in cui sfogare le proprie ambizioni di ingegneria civile o le proprie frustrazioni legate al trasporto pubblico.  

Tutto, in Mini Metro, si compie con un dito. Si tirano e si uniscono linee ferroviarie, stazioni e fatti metropolitani. Naturalmente, ogni città è caratterizzata da velocità, ostacoli e colori differenti (fiumi, ponti, tunnel, scambi di binari, giornaliste morte… ), e va da sé che ogni partita è diversa e tutta nuova. Può durare tre minuti o chissà quanto. Le città crescono in maniera causale e casuale, al ritmo suadente ed elegante di Disasterpeace (altro che mendicanti sassofonisti). Il giocatore deve prodigarsi affinché tutto scorra fluido e senza intoppi, supportando un numero sempre crescente di passeggeri, sfruttando tutti i bonus e gli strumenti a propria disposizione, gestendo cose come un ibrido tra SimCity e Scotland Yard (senza Mister X, taxi e autobus). 

Ogni mappa creata è una vera e propria opera d’arte, nel classico stile astratto, essenziale e riconoscibilissimo di Harry Beck (usabile anche come sfondo del desktop), e l’esperienza di gioco è coinvolgente, stimolante, frenetica e rilassante. Il puzzle di Dinosaur Polo Club è perfetto per fruizioni rapsodiche in metropolitana, ma meglio ancora su una panchina al parco botanico di Chieti, mentre i passerotti cinguettano e la pizza di Mafalda gronda olio. Il giochetto ha anche la modalità notturna e quella per daltonici, così può giocarci pure il mio carissimo amico Paolo Paolo Giacci Composer Paolo Giacci.

Che, per l’appunto, divenne daltonico nella metropolitana di Milano, a Famagosta.

Ora basta metropolitane, passiamo a barbe, storielline marinaresche e grafiche altrettanto esiline, delicatine, raffinatine. Con Burly Men At Sea

I Burly Men At Sea sono tre barbuti marinai alle prese con un'avventura grafica sui generis, simile ad un libro animato, alle prese con una mappa misteriosa. Non si clicca, non si tappa e, ovviamente, non si blasta (non si gioca neppure, a dirla tutta, ma si legge e si sceglie). Nel giochino di Brain & Brain si agisce esattamente al contrario, ovvero spostando la porzione visibile dello schermo, per azionare i suoi meccanismi narrativi e lasciare che un folklore "tipo scandinavo" (sebbene gli sviluppatori siano statunitensi) sbocci in tutta la sua essenzialità.  

Un bel giorno, i tre pescatori rinvengono tra le squame di un pescewookiee un'antica pergamena, ma chiamiamola pure mappa del tesoro, suvvia. Decidono dunque di tornare sulla terraferma, per ravanare informazioni preziose tra gli abitanti dell'isola. 

Queste sì sono barbe, porco il cazzo.  

Il giocatore interpreta il ruolo del vero e proprio narratore, detiene le redini del tutto, gestisce il ritmo, può influenzare gli eventi e si ritrova a leggere porzioni di testo in un inglese raffinato, si direbbe aulico, spesso umoristico, sempre in perfetto gergo marinaresco di tempi che non esistono più. 

Burly Men At Sea è un vecchio libro interattivo digitale per bambini cresciuti, del quale non si può raccontare un beneamato senza spoilerare. Dunque, frechete. Con il doppio clic è possibile parlare con un isolano o compiere azioni del tutto inutili. Non mancano bivi e finali differenti, dunque è consigliabile goderselo più e più volte, in lungo, in largo e in tutta la sua essenziale bellezza barbuta. Graficamente, il gioco è delizioso, delicato, senza fronzoli. La colonna sonora è di gran classe, con effetti audio bellissimi, raffinati, che uno non direbbe, e invece. 

Due ore e cinque euro ben spesi.