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Racconti dall’ospizio #206 - Abbiamo bisogno di più Twisted Metal

Racconti dall’ospizio #206 - Abbiamo bisogno di più Twisted Metal

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

L’illuminazione è arrivata mentre registravamo il podcast per la Cover Story di questo mese: “Certo che da ragazzino avevo un po’ dei gusti di merda!”. Ripensandoci, all’epoca mi aveva affascinato molto di più l’azione crassa e hollywoodiana di un Syphon Filter che la ricercata esperienza cinematografica di un Metal Gear Solid. E, allo stesso modo, penso di aver passato molte più ore su Twisted Metal (e affini) che su tutto il resto della produzione videoludica di quegli anni. Ora, anche per scrivere quest’articolo, ho recentemente rimesso mano al gioco di “Macchine che Sparano” per eccellenza, con quella sensazione nello stomaco che ti dice “Secondo me, a rigiocarci ora, è una merda.” E se il vostro stomaco vi dice qualcosa, forse è meglio non ignorarlo. Effettivamente, non credo che abbia retto benissimo al peso degli anni: i controlli sono abbastanza terribili, la grafica ha quell’atmosfera cupa e poligonale che all’epoca davano al chilo e, in generale, il disperato tentativo di essere maturo e scioccante a tutti i costi risulta scadente e kitsch, e non nel modo giusto.

Si urlava RUSPA in tempi non sospetti.

Ma Twisted Metal era molto più che un‘accozzaglia di poligoni messi insieme con dubbio gusto. Era ribellione, anarchia e libertà. Aveva tutti gli elementi che potevano interessare a un ragazzino di dieci anni o giù di lì. Ecco una sintetica lista:

  • Macchine che sparano: presenti.

  • Esplosioni senza senso: presenti.

  • Colonna sonora rock/heavy metal: presente.

  • Violenza estrema goffamente presentata: presente.

Fun Fact: il primo Twisted Metal avrebbe dovuto avere sequenze animate con attori veri. Fortunatamente decisero di rimuoverle perché malfatte, come si può intuire da questo simpatico e truculento esempio.

Conteneva tutta una simbologia distruttiva e dissacrante, che ben si adattava allo stato d’animo di quegli anni di crescita, canalizzando buona parte della violenza ormonale dello sviluppo in un’attività tutto sommato innocua, come esultare sulla carcassa virtuale di una macchina avversaria fumante. A tutto ciò si aggiungeva il dolce sapore del proibito, del giocare a qualcosa di chiaramente concepito per un pubblico più adulto. Dove son cresciuto io, non c’era PlayStation che non fosse modificata e il giro di CD masterizzati aveva raggiunto le stesse dimensioni e le stesse forme dello spaccio di stupefacenti. Questo voleva dire che non c’era potenzialmente alcun controllo familiare su quanto girava sulle console, con somma gioia dei nostri amici del PEGI. Specialmente a casa di Enrico, i cui genitori sembravano l’antimateria dei miei: nessuna ansia, nessun controllo, nessun ammorbamento con brioscine e succo d’arancia alle cinque del pomeriggio. Enrico viveva da sempre nella sua stanza al secondo piano di casa propria, che condivideva con sua sorella più grande, sempre assente. Ed era un piano enorme, stracolmo di giochi, ma soprattutto senza che qualcuno venisse a controllare cosa stessero facendo due undicenni lasciati soli per un intero pomeriggio. Twisted Metal aveva tutto il sapore di sentirsi grandi, senza nessuna delle calorie delle responsabilità.

Non avrei mai creduto di dirlo ma un po’ mi manchi, Sweet Tooth, tu e quel camioncino dei gelati che urla “molestatore di bambini” da tutti i poligoni.

E vabbé la simbologia, vabbé la ribellione, ma questa americanata post-apocalittica era soprattutto puramente e stupidamente divertente. Abbiamo bisogno di più giochi come Twisted Metal, con quell’approccio arcade di pura adrenalina, perfetto per essere giocato a piccole tranche senza troppi fronzoli e preoccupazioni. Qualcosa che non richieda un cervello troppo acceso, che possa essere un angolo di paradiso e dopamina per aiutare a raddrizzare una giornata storta. E, a pensarci, non c’è niente di più semplice, infantile e appagante che prendere delle macchine e montarci sopra delle armi di distruzione di massa. È proprio tutto ciò che qualunque bambino ha fatto almeno una volta nella solitudine della sua stanzetta, con l’aiuto di una neanche tanto fervida immaginazione. E, a suo modo, Twisted Metal ha dato corpo e anima a quell’immaginazione, inventando di fatto un genere che ha fatto sfaceli in quegli anni e si è bruciato rapidamente, lasciando pochi eredi, se non nessuno.

Amici sviluppatori indie, visto che avete fatto un revival di ogni singolo oscuro genere mai comparso sulla faccia della Terra, dov’è il mio gioco di “Macchine che Sparano” nel duemiladiciannove, eh? Anche se forse, senza Enrico e il suo angolo di finto paradiso adulto, non sarebbe lo stesso.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a PlayStation Classic e alla prima PlayStation, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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