Su The Young Pope, o sull'essere fuori luogo

Su The Young Pope, o sull'essere fuori luogo

Doverosa premessa: sono una persona discretamente ignorante a cui piace darsi un tono sfruttando la famosa combo spocchia e saccenza, ma in fin dei conti sono più le volte che improvviso e mi va di culo che quelle in cui so veramente di cosa sto parlando. Dico questo perché, onestamente, prima di The Young Pope non avevo mai visto nulla di Sorrentino: ho un’idea vaga del suo cinema, e da quello che leggo e sento da persone molto più preparate e informate di me, ho assimilato che il regista napoletano ha per certi versi raccolto il testimone di Federico Fellini, almeno per quanto riguarda quella grandeur onirica e visionaria che ricopre tutte le sue pellicole. E sia chiaro che dico tutto questo dall’alto di Wikipedia, dal momento che se non ho mai visto un film di un mio contemporaneo (?) come Sorrentino potete immaginarvi quanta familiarità io possa avere con le opere di Federico Fellini, tanto più che ho un’inspiegabile e fastidiosa ritrosia per il bianco e nero che non riesco proprio a farmi passare. Ad ogni modo, chi mi conosce sa che tendo a compensare le mie lacune con un uso morboso di frasi fatte, aforismi e citazioni, e proprio sulla pagina Wikipedia di Fellini si legge che il buon Federico si definiva "un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo". E, beh, così a naso direi che si tratta di una definizione che calza a pennello anche per Sorrentino, la sua produzione e, dunque, anche il suo giovane papa già venduto a mezzo mondo.

Posto che sto parlando di un cinema che evidentemente non mi appartiene e non conosco come dovrei/vorrei/potrei/whatever, ho sempre avuto l’impressione che nei salotti buoni del cinema americano le pellicole debbano essere una giusta miscela tra trama esilina-ma-presente-qb, attoroni che ingarellano il ruolo della vita/ci mettono un impegno esagerato, tempi dilatati e immagini da sfondo desktop. Praticamente, se vuoi vincere un Oscar per il miglior film straniero, devi confezionare un video di Kanye West che duri più di due ore.

E, insomma, non è un caso che uno come Sorrentino, che quella combo di fattori l’ha evidentemente sempre presa in pieno tanto da prendersi una statuetta, come Fellini prima di lui (4+1x!), sia riuscito a ottenere da Sky, Canal+ e HBO il budget e i pieni poteri per mettere in scena una serie da dieci episodi in cui fare il bello e il cattivo tempo, giocando con i santi importunando anche i fanti e diversi milioni di spettatori in tutto il mondo. Una testimonianza ulteriore di come il cinema, o in questo caso l’intrattenimento televisivo d’alto bordo, ristagni in una situazione di autoerotismo/edonismo dal quale non si salva neanche il regista meno mainstream del lotto, che pur di dare sfogo alla guerra che ha nella testa prende il soldo e incide su pellicola i suoi one liner e le sue visioni mistiche. In altre parole un successo, anche se forse non il nostro.

Sì, ché alla fine The Young Pope trova esattamente il suo senso in quella definizione di Fellini, lasciandoci l’idea che non ci fosse davvero un cazzo da dire per dieci puntate ma, ehi, quanto è stato fico sentirselo raccontare, almeno il più delle volte. Tra una pennichella e uno swipe su Tinder assistiamo infatti alla vita del nuovo papa, Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, un giovane americano interpretato dal londinese Jude Law (e vabbé) al quale, tutto sommato, questa faccenda della Chiesa finto progressista e amica di tutti che cercano di tirare avanti da Wojtyla a oggi non va mica tanto giù.

La prima enciclica di Papa Belardo.

La prima enciclica di Papa Belardo.

Un’ascesa/discesa nel tormento di questo giovane papa messo lì da un subdolo conclave, capitanato da un Silvio Orlando che, da buon napoletano, si trasforma nella voce di Sorrentino e ci ammorba le palle con il Napoli e stocazzo di Maradona ogni due per tre… no, scusate, momento. Assistiamo dunque a un’ascesa/discesa nel tormento di questo giovane papa messo lì da un subdolo conclave, capitanato dal cardinale Voiello, illuso di poter manovrare il Santo Padre e chiudere il cerchio di una Chiesa più user friendly in grado di massimizzare i ricavi.

Lenny, già orfano guardingo, una volta assunta la massima carica dello stato pontificio si dimostra però inamovibile, incorruttibile e diffidente, al punto da perdere contatto con le due figure “genitoriali” che l’hanno portato a diventare papa, in una sorta di distaccamento-metaforone che lo porta sempre più lontano dal sudiciume e dalla fallibilità terrena e progressivamente più vicino a Dio, con il quale il nostro sembra avere un filo diretto - questo sì - tutt’altro che metaforico, o dovuto al bizzarro abito bianco con il quale si fa vedere in giro.

O meglio, con il quale non si fa vedere in giro. Già, ché Lenny è un giovane papa ma soprattutto un papa ggiovane, e in un discorso pazzesco tiene subito a farci capire che Pio XIII non sarà il papa buono (e d’altronde ha scelto il nome dopo Pio XII, uno che “Mussolini l’ha mandato la provvidenza”) quanto un nuovo Kubrick, il terzo Daft Punk, un uomo tutto hype e mistero, un papa senza volto che non si farà vedere fino a quando il mondo non troverà Dio. E per trovare Dio, quale strada migliore della restaurazione? No scopare, no gay, no politica, no al colesterolo, #votano. Una strada improponibile per i prelati guidati da Voiello, che faranno di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote e far cadere il papa come un Ratzinger qualsiasi.

Un pratico riassunto della linea editoriale del papa.

Un pratico riassunto della linea editoriale del papa.

Dieci episodi se ne vanno dunque tra intrighi a corte, immagini pazzesche di una San Pietro ricreata in maniera certosina dallo staff di Sorrentino, e un’intepretazione magistrale di Law, che appena possibile si magna tutti: una Diane Keaton marginale, un James Cromwell che fa James Cromwell e un Silvio Orlando che si sbatte pure a parlare un ottimo inglese, seppure macchiato dai soliti dialoghi improbabili e ampollosi di Sorrentino (e, di nuovo, “soliti” lo dico sulla fiducia) che affliggono tutti i protagonisti. Ma anche dieci episodi che alla fine mettono insieme un film di Sorrentino da dieci ore, con quei ritmi dilatati e quei segmenti onirici che, oh, ogni tanto ti chiedi se hai visto veramente il papa che va a troie, o il papa che si scambia uno sguardo da limone con un canguro in CGI che sembra uscito da Afrika (nel senso che OK sì il budget però abbiamo la grafica PS3 e stacce).

E, soprattutto, dieci episodi alla fine dei quali non ti sembra sia rimasto molto, del buon papa stronzo per cui tutto sommato potevi anche fare il tifo, ché quando fa lo splendido con i suoi lacché, con Stefano Accorsi (maronn’ che sfaccimm’, Sorrentì) o quando si mette a tirare la linea dura è proprio uno spacco. Alla fine, dopo dieci ore di viaggione visionario in una Chiesa tanto impossibile quanto plausibile, rimangono un sacco di ottime cartoline, qualche one liner, e la sensazione che tutto sommato non ci fosse comunque molta volontà di dire davvero qualcosa, ché l’argomento è tutt’altro che terreno e, alla fine, a quelli nei salotti buoni basta un attore in parte e qualcosa con cui cambiare sfondo del desktop per crogiolarsi nella loro spocchia e saccenza. Noblesse oblige.

Stefano ha consegnato il pezzo alle quattro di notte, probabilmente senza avere più idea di dove si trovasse nella cosmicità dell'universo, quindi queste due righe accazzodecane le scrive giopep, ché tanto non c'ha niente da fare nella vita. The Young Pope è stato trasmesso su Sky Atlantic e si è concluso un paio di settimane fa. Ora lo trovate in chiesa, nel confessionale.

Amore e inganni, sentimenti anche no

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eXistenZ #46 – Adattamento perfetto. Che culo!

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