Tacoma - Welcome to the machine

Tacoma - Welcome to the machine

Se c’è un fondo di verità nel dire che ogni opera di narrazione contiene, in qualche misura, un messaggio politico o sociale, proponendo una satira distorta del momento in cui è stata concepita, credo sia altrettanto vero che una delle chiavi per una buona narrazione sia quella di saper costruire una storia che avvolga, quasi a nasconderla, quella stessa satira che le dà vita. Il trucco, quindi, starebbe nel consegnare ai posteri qualcosa di più di una semplice rilettura, una versione in altro contesto di una finestra su un mondo destinato a cambiare da qui a cinque anni che, oltre a sapere di già visto adesso, rischia soprattutto di invecchiare precocemente. 

Tacoma è la seconda opera di quei Fullbright che, qualche anno fa, diedero vita a Gone Home, uno dei primissimi walking simulator, nonché uno dei pochi ad aver consegnato davvero un metro di paragone per quanto riguarda la narrazione, in un genere che del raccontare una storia fa il suo cardine. Nonostante la categoria ne abbia viste parecchie da quando ho scritto questo articolo, rimane che i walking simulator siano un genere polarizzante, in cui non solo la “tolleranza” del fruitore fa tutta la differenza del mondo (e in questo senso, do per scontato che chi non apprezza la categoria stia già ignorando Tacoma), ma in cui è soprattutto il coinvolgimento narrativo a sancire il successo di un’opera, più che mai soggettivo e sindacabile.

È il 2088, e sulla stazione orbitale Tacoma si è appena consumato un misterioso dramma. La Venturis Corporation, impero capitalista proprietario della stazione, assolda Amy Ferrier (e quindi il giocatore) affinché scopra cosa è successo all’equipaggio, esplorando i corridoi e le stanze in cui, fino a poche ore prima, lavorava come piccole formichine spaziali. Un’affascinante caccia al tesoro asincrona, che per certi versi ricorda quella di Alone With You: gli ambienti di gioco in cui ci troveremo appaiono vuoti e quasi lugubri, abitati come sono da semplici memento di una vita passata, ma grazie all’escamotage della realtà aumentata saremo in grado di accedere ai filmati registrati dall'intelligenza artificiale della stazione, assistendo a pochi minuti di vita dell’equipaggio per volta.

Arrivi in una stanza, fai partire la registrazione, ascolti quello che hanno da dire le figure colorate che una volta facevano parte dell’equipaggio. Per quanto spartana, però, l’interfaccia fa capire immediatamente che, come al solito, quello che viene detto in pubblico è solo una parte di quello che vediamo: la curiosità ci farà muovere su e giù per la timeline, oltre che per le aree della Tacoma, alla ricerca di informazioni e background di quello che, più che un equipaggio, è soprattutto il lato umano al servizio di un’entità quasi senza volto. 

Il problema di Tacoma, però, è che nonostante una media di scrittura comunque elevata e un’evidente volontà di fornire un background ricco e convincente, non riesce fino in fondo a consegnare un gruppo di protagonisti convincenti, che sotto alla superficie — che con un po’ di cinismo si potrebbe quasi definire macchiettistica — abbia motivazioni, particolarità, relazioni e timori a cui legarsi, in qualche modo. Dopo un’oretta di esplorazione (sulle tre richieste per completarlo, con calma), il pattern dietro alla scoperta degli intrighi della stazione spaziale riesce già a passare da “ah, carino!” al risaputo, e le storie umane che vengono alla luce non sono poi così incredibili o coinvolgenti come quelli emersi dalle pareti di casa Greenbriar.

Strega comanda colore.

Detto questo, è innegabile che anche qui, come in Gone Home, l’atmosfera di Tacoma è pazzesca per tutta la durata della scampagnata e, proprio mentre camminiamo di fianco alle vite di questo precariato caleidoscopico, quello che lascia maggiore curiosità dell’aspetto narrativo è l’ambientazione sci-fi, che come dicevo in apertura avvolge la vicenda senza, però, riuscire a nasconderne la satira. Ed è un peccato, non tanto perché quanto si intravede nelle sequenze finali sia particolarmente nuovo o illuminante, quanto più perché, se fosse emerso un po’ prima, o con una maggiore forza durante le primissime fasi della nostra indagine, probabilmente Tacoma avrebbe lasciato un gusto diverso da quello di una storia carina, sì, ma che tutto sommato ci sembra di aver già visto, letto e giocato un sacco di volte.

Ho acquistato Tacoma su GOG, e ho ascoltato, letto ed esplorato praticamente tutte le cavità della Tacoma. Sono state tre ore piacevoli, ma sono arrivato alla fine concludendo che, tutto sommato, è Moon scritto da un sindacalista incazzato (per altro, se avete visto Moon e non c’avete voglia di spendere venti sacchi, secondo me siete a posto anche così). Il gioco è tutto in inglese, con i sottotitoli in inglese. Effrechete.

Pyre - Ogni maledetta domenica

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Old! #219 – Agosto 1977

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