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Pole Position, un giro di qualifica lungo quarant'anni | Racconti dall'ospizio

Pole Position, un giro di qualifica lungo quarant'anni | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Tra i miei generi preferiti i giochi di guida hanno sempre avuto un posto speciale, e quando bazzicavo le sale giochi era abbastanza naturale che gran parte dei miei gettoni finissero in qualche cabinato munito di volante. Il mio amore per le corse in generale deriva quasi sicuramente dalla passione ferrarista di mio padre con cui, sin dalla più tenera età, guardavo i Gran Premi dove gareggiavano campioni come Lauda, Piquet e ovviamente Villeneuve, vera icona per noialtri fan dei motori.

Il volante nei giochi di guida per altro, per un bambino o un ragazzino era un vero e proprio feticcio perchè lo avvicinava come nessun altro controller a quella realtà: guidare una macchina, normalmente appannaggio dei soli adulti.

Nel 1982 avevo nove anni e, sinceramente, non so dire se proprio quell’anno che misi le mie maninie pacioccose sul cabinato di Pole Position. Ricordo, però, che quando lo vidi, come al solito lì nel bar vicino al negozio di mio padre, fu amore a prima vista. Il gioco Namco aveva una grafica mozzafiato, era colorato, velocissimo e, ovviamente difficilissimo. Pole Position non rappresentava un semplice gioco di guida, bensì la cosa più prossima alla simulazione di uno dei miei sport preferiti. 

Non solo si correva su un circuito vero (certo, con qualche differenza, ma il layout era comunque quello del circuito del Fuji, lo stesso dove Lauda nel ‘76 si ritirò prendendo il mondiale) ma era presente anche il giro di qualifica che, se affrontato in maniera corretta, permetteva di partire anche in pole position, appunto.

Era anche presente una primitiva, ma efficacissima e comprensibilissima, sintesi vocale che con quel “Prepare to qualify” introduceva il giocatore all’inizio dell’evento. 

Data l’estrema difficoltà del gioco quella frase, spesso e volentieri, era l’unica che potevamo sentire in quanto era molto probabile che non si superasse, almeno le prime volte, il giro di qualificazione, il che voleva dire che le nostre cento lire sarebbero durate pochi secondi.

Poi però col tempo, vedendo altri giocare o anche per puro caso, si capivano alcune meccaniche che potevano essere utili; una di queste consisteva, nelle curve a gomito, nel dare un colpo fortissimo al volante per farlo girare velocissimo, e poi fermarlo al temine della curva. 

Non era semplice e le prime volte era abbastanza comune schiantarsi sui cartelloni pubblicitari a bordo pista, ma con un po’ di allenamento e qualche migliaio di lire era possibile diventare dei piloti provetti.

E l’allenamento era assolutamente necessario anche perché, a causa della visuale adottata, la maggior parte delle curve era cieca e non si poteva sapere cosa avremmo trovato nei successivi metri, almeno fino a quando la pista non si sarebbe raddrizzata. Qualsiasi contatto con gli avversari o con gli oggetti a bordo pista (sì, anche il traliccio del traguardo) significativa esplosione immediata (eravamo negli anni ‘80, non c’è da stupirsi), e il tempo di Out Run dove un drammatico incidente si risolveva con un quasi innocuo capottamento dovevano ancora venire.

Per rendere il tutto ancora più frustrante non mancavano delle pozze di olio che facevano ovviamente slittare l’auto verso un qualsiasi ostacolo. Una cosa che però mi sconvolgeva, al tempo, e sinceramente ancora oggi rivedendo le immagini su YouTube o facendo una partita sul MAME, era l’incredibile fluidità del tutto.

La pista scorreva a un numero impressionante di fotogrammi al secondo e nel 1982 era sicuramente il gioco graficamente più incredibile che si potesse trovare in una sala giochi. 

Un tempo in cui i giochi da bar erano un sogno inarrivabile per le console casalinghe, Atari 2600 o competitor che fossero, era semplicemente fantascienza. Pole Position rimane a tutt’oggi una pietra miliare della storia del videogioco, il primo gioco di guida veramente realistico, uno spettacolo per gli occhi, per chi giocava; e per le tasche, per chi esponeva il cabinato.

Come molti titoli all’epoca la versione deluxe permetteva al giocatore di sedersi all’interno del mobile immedesimandosi ancora di più in un pilota di Formula 1.

Sono passati quarant’anni dall’uscita di Pole Position, e tantissimi altri giochi con cabinati incredibili hanno fatto capolino nelle sale giochi dei tempi d’oro (Out Oun, Winning Run, Sega Rally e Daytona per citare i miei preferiti); eppure, l’opera di Namco ha sempre avuto per me un sapore speciale, con la sua fluidità pazzesca, i colori sparati e la difficoltà fuori dalla grazia di Dio.

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