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La profezia dell’armadillo al cinema non si è avverata

La profezia dell’armadillo al cinema non si è avverata

Questa cosa del film tratto da La profezia dell’armadillo, Zerocalcare l’aveva annunciata per la prima volta nel suo blog attraverso il racconto Una cosa complicata. Correva il 2014, Michele Rech era ancora piuttosto vicino all’esplosione del suo stesso fenomeno, il giovane autore partito dal web capace di intercettare il sentire della sua generazione (e pure di un bel pezzetto di quella precedente) e di servirsene per costruire storie alle volte leggere, altre volte agrodolci, un po’ malinconiche o nevrotiche.

Kobane Calling sarebbe arrivato solo nel 2015 e il reportage a fumetti dal confine turco-siriano avrebbe fatto da spartiacque nella produzione dell’autore di Rebibbia, oltre che in un pubblico che fino a quel momento era stato totalmente trasversale. Pare incredibile, ma all’uscita del volume non furono pochi i lettori a sentirsi traditi dal manifesto impegno politico di un fumettista che, fino a quel momento, avevano appiccicato solo alle storielle buffe di Lady Cocca che arranca con internet. Pare incredibile perché questo impegno, Zerocalcare, non lo aveva mai taciuto nemmeno nei suoi racconti più leggeri, senza contare che, ben prima dell’intuizione del blog, il nostro era stato attivo per anni come illustratore e fumettista nei giri della controcultura e dei centri sociali.

Comunque, attorno al successo del blog, l’Italia dell’internet si accorge di Zerocalcare e nel 2011 pure quella fuori: arriva la pubblicazione dell’albo La profezia dell’armadillo, un’antologia di racconti brevi che, al netto di molte divagazioni, gira attorno all’amore mai confessato del protagonista/narratore nei confronti di un’amica d’infanzia, Camille.

Il film omonimo, presentato in anteprima nella sezione Orizzonti all’ultimo Festival di Venezia e uscito nelle sale lo scorso 13 settembre, riprende la struttura dell’albo e prova a declinarla in chiave cinematografica. Purtroppo, lo fa con un esito che ho trovato piuttosto infelice. Dal primo annuncio sono trascorsi quattro anni e nel frattempo la regia è passata dalle mani di Valerio Mastandrea a quelle di Emanuele Scaringi, già autore di corti e co-sceneggiatore per Diaz - Non pulire questo sangue e Senza nessuna pietà ma alla sua prima esperienza con un lungometraggio.

Mastandrea si è comunque occupato della sceneggiatura assieme a Oscar Glioti, Pietro Martinelli e allo stesso Zerocalcare, e in qualche modo, la presenza dell’attore romano aleggia su questo coming of age, che ricorda certe produzioni degli anni Novanta come Tutti giù per terra o Cresceranno i carciofi a Mimongo, a loro volta ispirati al filone di Clerks/Singles/Giovani, carini e disoccupati.

Gli elementi del genere ci sono tutti, ma soprattutto le ansie: la nostalgia per l’adolescenza appena passata, il rapporto difficile col mondo del lavoro e con le responsabilità dell’età adulta, spalmate su un protagonista misurato e incline alla malinconia, Zero, e sulla sua spalla eversiva, Secco, che è a tutti gli effetti un Randal Graves.

«E poi, io non sono abituato alla felicità.»

Purtroppo, piuttosto che i riferimenti nominati sopra (compresi quelli italiani, più modesti), La profezia dell’armadillo mi ha ricordato sia per vocazione che per esito l’atroce Jack Frusciante è uscito dal gruppo, diretto da Enza Negroni nel 1996 e tratto dal romanzo omonimo di Brizzi. Per quanto la messa in scena di Emanuele Scaringi sia piatta, stereotipata e pucciata in tutti i cliché possibili del caso - con tanto di stacconi panoramici sulla città e musiche ridondanti - non è la cosa peggiore capitata al film. Perlomeno ha un suo decoro grammaticale e non va a nuotare al largo.

In effetti, non me la sento nemmeno di condannare gli interpreti principali, Simone Liberati nella maglietta di Zero e Pietro Castellitto (sì, è il figlio di) nella felpa di Secco, che attraversano come meglio possono il campo minato di una direzione veramente pessima, che dà il peggio soprattutto nei personaggi di contorno, interpretati quasi tutti da facce note come Laura Morante, Claudia Pandolfi (messe lì giusto a timbrare il cartellino ed eventualmente compiacere o allargare il target) e Kasia Smutniak, che compare in un cameo tanto sgangherato quanto inutile.

Stenderei un velo pietoso anche sull’armadillo interpretato da Valerio Aprea (noto ai più come lo sceneggiatore ricciolino di Boris), rappresentato in maniera sgradevole e posticcia, ma soprattutto completamente sacrificabile in termini di racconto. Molto più simpatica la comparsata di Adriano Panatta, che contestualmente non se la cava neanche male.

«F4! Va in automatico!»

In tutto questo baraccone, illuminati da Camille, Zero e Secco passano da una situazione all’altra in maniera pretestuosa nel migliore dei casi, e senza soluzione di continuità nel peggiore. La scrittura del film, già confusa e pasticciata di suo, nella smania di adattarsi all’opera di riferimento, dimentica le differenze linguistiche tra i medium. Cerca di dare un senso alle pagine vuote tra un capitolo e l’altro e forza la mano sulle unità narrative dei singoli racconti, nel tentativo di tenere assieme quella narrazione orizzontale che Zerocalcare, nell’albo, può permettersi di mettere in pausa o tenere in sottofondo.

Più La profezia dell’armadillo va avanti, più si fa goffo, caricaturale e squilibrato. Come se non bastasse, innesca un rapporto schizofrenico tra il presente del racconto e i flashback con Zero e Camille adolescenti (rispettivamente, Valerio Ardovino e Sofia Staderini), che con la loro freschezza danno fiato alle sequenze  più riuscite del film, oltre che quelle più cinematografiche ed emancipate dal linguaggio fumetto.

Ho la sensazione che Scaringi, se avesse adottato il medesimo registro dei flashback per tutto quanto il film, avrebbe forse consegnato un lavoro più armonioso, ma chi può dirlo? Allo stato delle cose, purtroppo, La profezia dell’armadillo è solo il brutto adattamento cinematografico di un buon fumetto.

Ho guardato La profezia dell’armadillo in lingua originale (ovviamente) e sono uscito dalla sala con un grosso interrogativo: perché diavolo non hanno fatto interpretare l’armadillo direttamente a Panatta?

«Dopo questo torneo, credo che mi dedicherò al cinema.»

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