eXistenZ #14 – Silent Hill: Revelation

eXistenZ #14 – Silent Hill: Revelation

eXistenZ è la nostra rubrica in cui si chiacchiera del rapporto fra videogiochi e cinema, infilandoci in mezzo anche po' qualsiasi altra cosa ci passi per la testa e sia anche solo vagamente attinente. Si chiama eXistenZ perché quell'altro film di Cronenberg ce lo siamo bruciato e perché a dirla tutta è questo quello che parla proprio di videogiochi.

Nell'episodio di dicembre di questa rubrica, avrei voluto scrivere di Silent Hill: Revelation, solo che qua a Monaco, al cinema, non me l'hanno passato nelle sale che proiettano film in lingua originale, e quindi ho finito per scrivere di Ralph Spaccatutto. Che non mi ha esattamente fatto impazzire, ma, insomma, avevo comunque l'impressione che mi fosse andata meglio. A quel punto, il secondo film ispirato alla serie di Silent Hill l'ho messo nel gruppo dei “dai, prima o poi lo guardo”, senza averne troppa voglia. Fino a che, qualche tempo fa, mi spunta l'Alez a dirmi che l'aveva visto, che era di un brutto incredibile e che avrei dovuto scriverne. E quindi mi ha incuriosito e, alla prima occasione di “Oddio, che scrivo nel prossimo eXistenZ?”, me lo sono guardato. E, beh, maledetto Alez.

Un'istantanea dalla miglior prova d'attore del film.

Un'istantanea dalla miglior prova d'attore del film.

Ora, intendiamoci, io non ho alcun problema nel divertirmi con le trashate un po' buzzurre, quelle cose oneste e simpatiche che non mi sentirei di definire “buoni film” ma, insomma, hanno il loro fascino da risate ganassa e rutto libero. Voglio dire, in questa rubrica ho parlato bene di Resident Evil: Retribution. Ma il problema di Silent Hill: Revelation non sta nell'essere un brutto film o una trashata. Il problema è che è una robaccia inutile, barbosa e onestamente un po' patetica. È un filmetto ai limiti del trash che si prende insopportabilmente sul serio e prova a convincersi di stare raccontando il grande dramma. È una porcheria senza spina dorsale, pallosa e vuota, i cui unici spunti “interessanti” stanno nel far caso a questa o quella fesseria inserita a caso per omaggiare il fumetto. Fa cacare, insomma.

Ma partiamo dalle basi, anche per inquadrare un pochino quel che sto dicendo. Il primo Silent Hill cinematografico è stato scritto da Roger Avary e diretto da Christophe Gans. È un film decoroso, con alcuni momenti molto suggestivi, una sceneggiatura un po' à la caz nella scrittura dei personaggi, degli attori comunque abbastanza convincenti, una rielaborazione non male del nostro amico con la testa a piramide, qualche passaggio francamente imbarazzante (punto il dito sulla “mappa” e sul pacchianissimo confronto finale con le catenazze), ma anche un bel finale amarognolo e discretamente in linea con la poetica della serie di videogiochi. Insomma, non è niente di che, ma fa il suo dovere, per essere un film basato su un videogioco non è neanche male e può pure vantare il colossale colpo di scena derivante dall'essere un film con Sean Bean in cui Sean Bean non muore. Aggiungiamoci anche che Gans e i suoi hanno fatto un discreto lavoro sul piano visivo. Del resto, stiamo parlando del regista di Crying Freeman, uno che ha definito il concetto di “adattamenti copia carbone” ben prima che lo rinverdisse Zack Snyder. Insomma, non benissimo, ma tutto sommato bene. Io non ci ero impazzito, ma, ehi, a posto.

Poi Roger Avary è finito in prigione mentre scriveva la sceneggiatura del seguito e hanno affidato tutto a Michael J. Bassett. Forse era un segnale divino.

Poi Roger Avary è finito in prigione mentre scriveva la sceneggiatura del seguito e hanno affidato tutto a Michael J. Bassett. Forse era un segnale divino.

Ecco, al confronto di Silent Hill: Revelation, al confronto di questa roba amorfa che la guardi e non ti capaciti di quanto e come si possa sbagliare un seguito, il simpatico filmetto di Christophe Gans sembra Shining. Dall'inizio alla fine, Revelation è un tripudio di cose che succedono a caso, insopportabili spiegoni per esporre strampalati meccanismi narrativi e citazioni a valanga infilate a calci in culo perché evidentemente non c'è bisogno di interpretare, basta “omaggiare”. Succedono cose, così, quasi senza motivo, poi i personaggi si fermano cinque minuti a spiegarci cosa sia accaduto e cosa stia per accadere, quindi si riparte. Ogni tanto c'è un “buh”, ogni tanto si vede del sangue, i vari mostri si mettono, ehm, in mostra, mostrando (OK, la smetto) anche un lavoro di design decoroso, seppur un po' sputtanato dall'inguardabile ragnone in computer grafica che si manifesta a metà film. E poi? E poi Sean Bean che non muore ma comunque muore per il LOL, testina di piramide che si rende ridicolo sul finale, le infermiere che hanno la loro inevitabile (o)scena senza senso, dei dialoghi da far sanguinare le orecchie e una conclusione che sembra suggerire almeno tre seguiti diversi, “omaggiando” Silent Hill: Origins, Silent Hill: Downpour e pure 'sta fava.

A completare il delizioso pacchetto di feci ci pensa un cast di attori che oscilla fra quello “famoso” che stacca l'assegno mangiandosi il budget e facendo faccette per cinque minuti, degli incapaci certo non aiutati da una sceneggiatura indecorosa, la controfigura di Michelle Williams e una lunga serie di apparizioni a caso del coniglio Robbie. Un disastro completo, purtroppo sostanzialmente promosso dall'aritmetica: è costato la metà del primo episodio e ha incassato la metà del primo episodio. Evidentemente ha fatto il suo dovere e non è quindi da escludere che si vada avanti su questa strada. Nel frattempo Roger Avary è uscito di prigione, magari alla prossima butta meglio.

"Oh mio Dio, ma veramente nella sceneggiatura c'è scritta questa cazzata?"

"Oh mio Dio, ma veramente nella sceneggiatura c'è scritta questa cazzata?"

E insomma, maledetto Alez. Fra l'altro io il film me lo sono guardato in lingua originale, magari in italiano migliora, o peggiora, o whatever. Ah, l'ho visto a casina bella, quindi in 2D. Non so come possa essere in 3D. Di sicuro c'è qualche inquadratura fatta apposta per tirarti roba in faccia. Voglio morire. Devo andare in ferie. Addio.

Librodrome # 26 – 1999: MBF e l'innovazione tecnoludica

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