Innamoriamoci tutti insieme di Atlanta e di Donald Glover

Innamoriamoci tutti insieme di Atlanta e di Donald Glover

Ho sempre visto con sospetto quei fenomeni che stanno sulla cresta dell’onda fin da giovanissimi; non è che rosico, sia chiaro, piuttosto è che la fiducia, la mia, devono guadagnarsela. Li guardo col sospetto del tipico italiano e della sua relativa deformazione della cultura del merito, ecco. Comunque, per fare un esempio, io di Xavier Dolan non mi fidavo mica. A pelle, e per quello che leggevo a suo proposito, mi stava un po’ sui maroni, lo ammetto. Poi però ho visto Mommy, e beh, ogni mio pregiudizio è andato a farsi benedire. Con Donald Glover, invece, non sono mai stato prevenuto, o almeno non lo sono stato a tutto tondo. Inizialmente mi ha fatto una buonissima impressione.

Nella fattispecie, lui vestiva i panni del suo alias da rapper, Childish Gambino, che ascoltai per la prima volta con Because the Internet. Ragazzi, un discone, recuperatelo, fidatevi. Comunque, di Childish Gambino sono sempre stato un grande fan. Appena ho scoperto che, in realtà, si occupava anche e soprattutto di cinema e televisione, beh, un po’ la cosa ha iniziato a puzzarmi. Come può una persona normale, ad appena trent’anni, dedicarsi a due discipline riuscendo a raggiungere risultati eccelsi in entrambe? Con la formazione letteraria che ho alle spalle, mi viene in mente Pier Paolo Pasolini, ma beh, sono casi che si contano sulle dita di una mano monca. Ebbene, Donald Glover (aka Childish Gambino) ce la fa; non come Pasolini, ovviamente, ma in modo diverso – lungi da me dal fare paragoni del genere, sia chiaro. E per farcela intendo che spacca sia nella musica che, nel dettaglio, con la TV. Atlanta, la serie TV scritta, diretta e recitata da lui, Donald Glover, è una vera bomba.

Il pezzo è clamoroso, come anche il video.

Prima, però, un ulteriore passo indietro. Di gavetta, Donald Glover ne ha fatta; magari è una di quelle con corsia preferenziale, ci può stare, però l’ha fatta. Dico così perché entra nel mondo dell’entertainment, facendo lo sceneggiatore su 30 Rock, ad appena ventitré anni; da lì in poi inizia a ritagliarsi un ruolo, come attore, in tantissime produzioni di alto livello, come Girls e Community, la comedy che lo farà conoscere al grande pubblico e gli aprirà le porte del grande cinema, con ruoli in The Martian e in Magic Mike XXL. Nel mezzo di tutto ciò, ha tirato fuori due disconi (date un ascolto anche ad Awaken, my Love!, uscito nel 2016 e consigliato anche a chi non ama l’hip hop), sta girando lo spin-off di Star Wars dedicato a Han Solo e, soprattutto, ha tirato fuori Atlanta; sì, proprio quella serie TV che dovrebbe essere oggetto della recensione. Non ve la prendete, capitemi: una bella e massiccia introduzione alla mente dietro questo lavoro era necessaria: sia per contestualizzare, sia perché possiate capire l’amore che bisogna provare nei confronti suoi, di Donald Glover.

Già dal trailer odora di mezzo capolavoro (e di curry)

Innanzitutto, Atlanta è una comedy composta da dieci episodi, ciascuno della durata di circa 25 minuti, e si inserisce in un recente filone di comedy d’autore inaugurato soprattutto da FX, network a cui anche questo Atlanta fa capo. Dopo una prima puntata che ha lo scopo di introdurre i personaggi principali, ci si dedica a sviluppare la trama in una direzione decisamente più verticale che orizzontale. Glover l’altro gestisce benissimo il genere della commedia, come del resto testimoniano i suoi trascorsi.

In ogni caso, Atlanta parla di questo trentenne, Earn (interpretato dallo stesso Donald Glover), dalla situazione abbastanza instabile; dopo aver abbandonato la carriera universitaria, alterna lavori saltuari e svolti contro voglia solo per poter dare una mano al proprio nucleo familiare, composto da una compagna che lo mantiene e dalla piccola figlia. Un giorno Earn scopre che suo cugino ha iniziato ad essere virale su YouTube. Il suo nome d’arte è Paper Boi e Earn decide sin da subito di volergli fare da manager. Un pretesto che narrativamente dà poi il là ad una miriade di situazioni, una più assurda dell’altra, e in cui viene a galla tutta la bravura di Donald Glover.

L’hit con cui Paper Boi è diventato virale è rigorosamente trap, giusto per stare al passo coi tempi.

Sia chiaro, però, che Atlanta si inserisce sì nel già citato filone di comedy d’autore, ma non lo fa seguendo la linea tracciata da Louis CK con il suo Louie, in cui troviamo comici ad interpretare ruoli fittizi che ripercorrono eventi autobiografici. L’intento di Atlanta è infatti ben diverso. Ripercorrendo situazioni che magari sono anche tratte dal proprio vissuto (l’autore è infatti originario della città capitale della Georgia), ma che poi danno vita a situazioni che interpretano e vivono, a modo proprio e diverso dal solito, la realtà degli afroamericani. Atlanta non è infatti solo una serie TV sull’hip hop: si parla un po’ di tutto, dai rapporti di coppia alla discriminazione di genere, ma soprattutto si focalizza sull’integrazione razziale, tematica sempre attuale d’oltreoceano. E lo fa non solo strappandoti via un sorriso per via della sua natura comica, ma anche prendendo le distanze dal modo forse anche fin troppo classico con cui la cinematografia degli ultimi trent’anni ha ritratto questo scorcio di vita vissuta in America.

Boyz in the Hood, per fare un esempio, è lontano chilometri e chilometri da Atlanta, e non solo per via della sua vena drammatica. Donald Glover ha infatti deciso raramente di rimarcare i tratti tipici della cultura americana, dando una visione più ampia del fenomeno e focalizzandosi a tutto tondo sull’essere neri in America solo in qualche episodio sui dieci totali di cui si compone la serie (quello su Justin Bieber, ad esempio, è tanto illuminante quanto divertente).

“Ladies and gentlemen, Justin Bieber!” “Maccosa…”

In Atlanta, insomma, non si ride tantissimo. Certo, ci sono i momenti pazzi e quelle battute che vi faranno piegare in due dalle risate, ma non sono nemmeno tanti come toh, in Master of None, una serie TV per certi versi abbastanza simile a quella scritta da Donald Glover. I momenti di riflessività sono poi esaltati da una regia sapiente, che sa essere essenziale ma che riesce anche a concedersi qualche virtuosismo quando necessario – ci sono delle panoramiche sulla città di Atlanta mozzafiato, ad esempio. E ovviamente, com’è scontato, in più di un'occasione c’è Donald Glover. Proprio lui, sempre lui, che si è anche occupato della colonna sonora. Ma che mostro è quest’uomo? Talmente trascendentale da obbligarti a dare almeno un’occhiata ad ogni roba su cui mette mano, in pratica. E forse, ad essere sinceri, questo Atlanta è il suo lavoro, in assoluto, più riuscito.

Ho guardato Atlanta un episodio alla volta, di settimana in settimana, ovviamente in lingua originale. Anzi, ma che dico, una serie TV del genere deve essere tassativamente goduta in lingua originale. Dalle nostre parti è stata trasmessa da FOX Italia (canale 112 di Sky) e si è conclusa giovedì scorso con un doppio episodio. Il pezzo che avete appena letto, invece, l’ho scritto con Because the Internet in sottofondo, ci tenevo a dirlo.

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