San Francisco: il sogno esistenziale di ogni videogiocatore romantico

San Francisco: il sogno esistenziale di ogni videogiocatore romantico

NB: Questa bloggata viene pubblicata postuma. Nella notte, Fotone è stato colpito da tragedia alla schiena e non potrà quindi partire per San Francisco, perdendosi dunque l'occasione di godersi per l'ottava volta consecutiva la sua amata GDC. Stringiamoci forte attorno a lui leggendo le parole di amore che aveva vergato, oltre al viaggio in compagnia a cui teneva tanto. Ma non stringiamoci troppo, ché gli fa male la schiena.

giopep

Gabbiani che volano e scagazzano tra i grattacieli, barboni che dormono dietro i muri degli Starbucks, leoni marini che prendono il sole e “barriscono” come se non ci fosse nessuno a riderne alle spalle, zuppe di vongole dentro scodelle di pane, patatine con tonnellate d’aglio, elevatissima promiscuità sessuale, vecchi coin-op con messicani scorreggioni, funiculà e funicolari, spacciatori che ti propongono fatti bizzarri, salite salitissime (con pendenze che sfiorano anche il 30%), discese discesissime (con pendenze che sfiorano anche il 30%), grossi camion incastrati tra i vicoli di Chinatown, gente che esce ed entra volando, esplosioni verdi e una prigione da cui è impossibile evadere, a meno che non ti chiami Clint Eastwood.

Questa è San Francisco, luogo magico, per me unica alternativa possibile e vivibile - nel mondo conosciuto - a Chieti o Kyoto. Se poi ci aggiungi che lì si consuma anche la Game Developers Conference, beh, l’entusiasmo borderline si fa barzottissimo. Perché?  

San Francisco è esattamente così. Pixellosa. 

San Francisco è esattamente così. Pixellosa. 

A San Francisco, ho toccato, abbracciato Yu Suzuki. E già basterebbe per un dab di quelli atomici.

E invece no, c’è dell’altro.

Mi sono inchinato dinanzi al Professor Toru Iwatani (Faculty of Arts, Department of Game, Tokyo Polytechnic University). Ho accarezzato i capelli di John Romero. Ho fatto la fila dietro Ron Gilbert. E l’anno dopo l’ho rivisto (per un’ora!) in una stanza d’albergo. Ho assistito a una conferenza seduto a due decimetri da Hideo Kojima. E ho toccato (il toccare è un tema piuttosto ricorrente: il tatto è il più demistificatore dei sensi, quindi frechete) Hideo Kojima. E poi sono andato in bagno, e Hideo Kojima era di nuovo lì. Ho condiviso un divano (e un controller) con Tony Hawk. Ho pianto (dalle risate) con Andrea Pessino. Ho chiesto a Jason VandenBerghe di registrare videomessaggi scemi. Ho mangiato i panini di Ike’s Place. Ho comprato un casco di Iron Man. Ho sorseggiato del thé in un antico giardino giapponese (‘na cacata). Ho bevuto birra dando le spalle a Naomi Kyle. Ho posato accanto a Jade Raymond. Sono entrato in un sottomarino. E due volte ad Alcatraz. E anche nel bagno “gender neutral” del Moscone Center. Ho fatto acquisti (senza colazione) da Tiffany. Ho avuto la febbre a trentanove e mezzo. Ho visto Hidetaka Swery Suehiro con una scimmia finta in braccio. Ho ascoltato Tetsuya Mizuguchi mentre parlava di sborra. Avete letto bene, sì: sborra.

Ho usufruito delle sostanze psicotrope custodite all’interno dei cassetti del castello di Dreiskull. Ho percorso in bicicletta il Golden Gate senza usufruire delle sostanze psicotrope custodite all’interno dei cassetti del castello di Dreiskull. Ho assistito a una conferenza della NASA! Ho dormito in tenda, tra gli orsi e Paolo Giacci. Ho acquistato mutande, calzini e t-shirt perché mi hanno perso/smarrito/fatto brillare la valigia. Ho incontrato Gesù che blaterava ad alta voce, all’incrocio tra la West e la North Hall. Ho mangiato un hamburger nel pub più vecchio/antico/vai a sapere delle California. Ho visto i Golden State Warriors stracciare i Dallas Mavericks in una Oracle Arena che andava letteralmente a fuoco. Ho mangiato pesce gatto. Ho cagato pesce gatto. Ho colorato vagine. Ho odiato giopep. Ho amato giopep. Molto più di quanto lo abbia odiato.

Chiudersi e installarsi in un passato e in un futuro che rivive prevalentemente alla GDC di San Francisco. Questo è il sogno esistenziale del giocatore romantico.

Lo dice pure Jack Burton.

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