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NBA 2K18 è intelligente ma non si applica

NBA 2K18 è intelligente ma non si applica

Il leitmotiv che ha caratterizzato buona parte della mia carriera scolastica è riassumibile in questa frase: “Suo figlio è intelligente ma non si applica”. Una di quelle classiche banalità da copia & incolla, buona per essere appioppata a tutti quegli studenti svogliati che comunque alla sufficienza, e pure oltre, arrivavano senza grossi problemi; ma anche un modo cortese, e paraculo, per accontentare quei genitori stracolmi di aspettative nei confronti dei loro pargoli, a cui non sia mai che si dia una delusione. Comunque, questa storia del “È intelligente ma non si applica” è finita dopo i miei primi due anni di liceo classico. Dal terzo in avanti, si è infatti trasformata, vado a memoria, in robe del tipo “Suo figlio è un nullafacente, un cacacazzo che viene a scuola solo per riscaldare la sedia, per scassare l'anima al professor Meduri e molestare le compagne di banco”. E io, che sono più paraculo dei miei stessi insegnanti, potrei pure giustificarmi, col senno di poi, dicendo che non avevo abbastanza stimoli. Certo, magari, ora che ho qualche anno in più, capisco quanto sia importante per il mio bagaglio umanistico sapere cosa siano un volo pindarico o l’ermeneutica – tutte cose che non aiutano a trovare un lavoro, in caso ve lo stiate chiedendo – e quanto impararle realmente per bene mi avrebbe potuto aiutare nella mia formazione.

Non do però la colpa ai miei insegnanti. Non tutta, almeno. Una concausa rilevante è infatti da addebitarsi, oltre che alla mia indole adolescenziale da pseudo-ribelle, ai miei compagni di classe, per la maggior parte degli automi che proprio non avevano capito cosa fossero la competizione e lo stimolo a dare il meglio di sé; contava solo il numerino a fine semestre, per spingerli a studiare. Mancava quello che in inglese è definibile come peer pressure, ecco. Credo che questa stessa cosa stia accadendo anche ai ragazzi di Visual Concepts e al loro NBA 2K, che ormai da oltre un decennio è la simulazione cestistica per antonomasia. La serie di 2K Sports concorre infatti con il nulla, quando il nulla è denominabile sotto la dicitura di NBA Live, che sì, prova a stare al passo, ma proprio non ce la fa. Per assurdo, NBA 2K potrebbe proporre per tre, quattro anni consecutivi un gioco senza alcun tipo di miglioria di gameplay e riuscirebbe comunque a fare meglio della controparte di EA Sports, anche solo e unicamente con l’aggiornamento dei roster. Non c’è peer pressure, appunto. E quindi, dall’alto delle vette qualitative che comunque la propria serie ha raggiunto, gli amici di Visual Concepts si cullano, adagiandosi sugli allori; anzi, fanno pure di peggio. Visto che hanno il campo praticamente sgombro, monopolizzano quella fetta di mercato non indifferente che hanno imponendo le proprie regole e obbligando gli utenti, da svariate edizioni a questa parte, ad adattarsi ad un sistema di microtransazioni soverchiante, che ti obbliga, per forza, a spendere del denaro reale nei cosiddetti VC (Virtual Currency), la valuta virtuale del gioco.

I VC, a dire il vero, possono essere ottenuti dall’utente stesso; completando una partita di esibizione, una online, facendosi una partita nella modalità La mia carriera e via discorrendo. La discriminante è la quantità di crediti erogati, quasi irrisoria. Una partita di esibizione contro la CPU, che dura almeno una ventina di minuti se si lasciano inalterate le impostazioni predefinite, garantisce circa 600 VC (la quantità di crediti varia in base alla durata del match). Una in La mia carriera, la metà. Il punto è che, per avanzare nelle varie modalità di gioco offline, bisogna spendere ben più di quello che riusciremo a guadagnare semplicemente giocando. Esempio: sempre in La mia carriera, partiremo con un giocatore il cui overall corrisponderà a 60. True story: dopo aver fatto un all-in di VC sull’avatar da me creato, ad occhio e croce più di cinquemila VC, sono rimasto fermo ad appena 64 punti di overall; e credetemi, questo dopo più di quindici ore di gioco. Per altro, più si migliora con le abilità, più VC verranno richiesti per salire ulteriormente di livello. Il gioco, dunque, ti obbliga a spendere soldi reali nella propria valuta di gioco. “Se vuoi realmente progredire, devi pagare”, sembra essere l’antifona – oppure ti metti a farmare ore e ore per accumulare qualche VC in più. La valuta, poi, ha un impatto su praticamente tutto il gioco offline. Lasciamo perdere gli aspetti opzionali, come scarpini brandizzati o divise storiche da acquistare: tutto, anche la modalità Il mio GM, richiede delle microtransazioni per essere fruito appieno.

DeMar DeRozan, che dopo lo sketch con Drake e Will Ferrell è diventato uno dei miei giocatori preferiti, qui in tutto il suo stupefacente dettaglio grafico.

Sia chiaro che non caschiamo mica dal pero oggi, con questa edizione. È da NBA 2K14 che gioco annualmente ad ogni episodio della serie e ogni anno è la stessa storia: inizio tutte le modalità ricco di un entusiasmo che va poi a farsi benedire, castrato da microtransazioni a profusione. Poi il gioco non lo abbandono mica, anzi. Praticamente NBA 2K accompagna da anni ogni mia stagione NBA vissuta da spettatore, con la modalità Today, soprattutto, ad integrare tutte le botte adrenaliniche provocate dalle prestazioni delle varie superstar di cui è costellata la lega. Questo perché giocare ad NBA 2K, e NBA 2K18 non fa affatto eccezione, è sempre una meraviglia. Quindi perché, perché ottenebrare un lavoro di volta in volta sempre più certosino con le tanto odiate microtransazioni? Per i soldi, banalmente. E comunque, io rimango dell’opinione che in Visual Concepts, anche per via della competizione praticamente nulla, non facciano evolvere il gioco a sufficienza. Emblema di ciò è La mia carriera, cui si accennava prima e che mi ha fatto rimpiangere Spike Lee.

Praticamente si segue la storia surreale di tale DJ, del quale possiamo modificare solo l'aspetto estetico e il ruolo, che dopo il college era indeciso se continuare a giocare ad alti livelli a basket o buttarsi nella musica – cosa che, per chiunque abbia un minimo di cognizione dell’abnegazione che richiede l’NBA, fa abbastanza ridere di per sé. Comunque, dopo aver fallito con la musica, decide di riprovare con la pallacanestro e toh, guarda caso viene notato proprio da un osservatore della nostra squadra del cuore, da noi decisa in precedenza. Dopo una manciata di partite, entra a far parte prima del roster, e poi delle rotazioni in regular season. Io, che avevo scelto i Clippers col ruolo di playmaker, dopo una manciata di partite sono arrivato a far fare da cambio per Teodosic, che pure aveva una quindicina di punti più di me. Un irreale che diventa demenziale con le scene di intermezzo, peraltro non evitabili, in cui ‘st’imbecille di DJ, caratterizzato quanto un Teletubbies, ti ammorba parlando di quanto ama la musica. Dio santo. Arrivare fino al termine della stagione è stato veramente duro, credetemi.  

DJ ha talmente tanta personalità che può permettersi di darvi le spalle.

Che poi la carriera, in senso stretto, l’avrei potuta pure evitare, buttando direttamente il mio avatar virtuale nelle varie attività online da playground offerte ai giocatori in singolo. Che è una cosa positiva, in controtendenza rispetto al passato, dove eri per certi versi, almeno inizialmente, obbligato a giocare offline col tuo avatar. Il problema è che, una volta in partita, verremo brutalizzati da quasi tutti i giocatori presenti, il cui overall rasenta vette impressionanti per la questione delle microtransazioni precedentemente citata. O ti adatti, e paghi, oppure ti attacchi al palo, e farmi come un ossesso. Senza contare, tra l'altro, che questo tipo di attività sono fruibili attraverso La vita di quartiere, un hub centrale estremamente scomodo, e pure un po’ povero nella resa estetica, che va a sostituire il classico ed intuitivo menù. Tutto ciò è un vero peccato, anche perché, seppur non in modo rivoluzionario, le migliorie al gameplay ci sono state. La meccanica di tiro, ad esempio, in una lega in cui il rivoluzionario gioco perimetrale dei Golden State Warriors ha portato ad un’esplosione di giocatori virtuosi nel tiro da tre punti, è migliorata notevolmente. Tirare con Curry aiuta di certo, ma non basta per metterla dentro al canestro dall’angolo. Bisogna avere il giusto tempismo, affinato rispetto al passato, e non essere troppo contrastati dalla difesa avversaria. A tal proposito, ottimo il nuovo indicatore situato in alto nello schermo, che ad ogni tiro valuta sia il tempo di rilascio della palla che quanto siamo contrastati.

Il vero passo in avanti c’è stato però nella fisicità dei giocatori. Adesso difendere richiede molta più attenzione ed è impressionante come l’impatto fra gli statuari corpi dei cestiti sia fondamentale, soprattutto sotto canestro, per segnare o meno i due punti, restituendo un maggiore feeling di realismo. Quest’ultima sensazione è data anche dalla riprogrammazione dell’intelligenza artificiale. Non solo in fase offensiva, tanto che non è più così semplice assistere a crossover in successioni dei vari ballhandler come Irving o Harden, ma anche in fase difensiva, con gli avversari che leggono meglio le nostre contromosse. Di più: sempre in fase di possesso, i nostri compagni di squadra si muovono sul parquet in modo molto intelligente, cercando continuamente di farsi trovare in posizione favorevole. Poi, va da sé, quest’ultima componente dipende anche dall’abilità di chi ha il pad fra le mani, visto che NBA 2K, da sempre, offre una grandissima quantità di variabili di gioco, attuabili in base alla bravura del videogiocatore. Proprio a tal proposito, fa storcere il naso, e non di poco, l’assenza di un tutorial degno di questo nome, sostituito da uno abbastanza blando, utile solo per imparare i fondamentali del gioco.

Poi, graficamente, vabbè, non c’è scampo. NBA 2K18 è una gioia per gli occhi, com’era prevedibile. Di anno in anno, c’è sempre una maggiore cura riposta in ogni giocatore, soprattutto se si tratta di una superstar. Osservare tutte le movenze di Westbrook, ad esempio, è come fare un tuffo nella realtà. Fantastiche anche le intro musicali, che precedono ogni partita – quella con Humble di Kendrick Lamar è pazzesca – come lo sono poi anche i vari show presenti durante i match, con Shaq e Kenny Smith che si esaltano per ogni schiacciata a canestro e prendono in giro la superstar di turno che non ha reso a dovere. NBA 2K18 è, quindi, l’ennesima (quasi) imprescindibile simulazione cestistica targata Visual Concepts. In termini di gameplay c’era poco da migliorare, ma gli affinamenti ci sono stati in più di una sfaccettatura. Peccato che ci si sia fermati qui, però, presentando una modalità La mia carriera costellata da microtransazioni, legittimate sì dal monopolio di mercato, ma non giustificate, per quanto sono preponderanti, nei confronti dei propri utenti. Quindi anche quest'anno l'acquisto è d'obbligo? La risposta è appena sotto.

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Ho giocato ad NBA 2K18 su PlayStation 4 Pro grazie ad un codice gentilmente inviatomi da 2K. Continuerò a giocarci con ogni probabilità anche per i prossimi mesi, intensificando le mie partite in concomitanza dei playoff, quando cioè le cose si fanno serie e io mi esalto vedendo LeBron James tirare fuori il meglio di sé. NBA 2K18 è disponibile anche su PlayStation 3, PC, Switch, Xbox 360 e Xbox One. Come al solito, se acquistate il gioco su Amazon passando dai nostri link, ci fate ricevere una piccola percentuale di quanto spendete, senza sovrapprezzi per voi. Potete farlo su Amazon Italia a questo indirizzo qui o su Amazon UK a quest'altro indirizzo qua.

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