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Paura e delirio a Chieti – LA COPPA! in sala giochi (est. 1980)

Paura e delirio a Chieti – LA COPPA! in sala giochi (est. 1980)

“LA COPPA!” era una vecchia espressione esclusivamente teatina, fortemente radicata negli anni Ottanta e oggi dimenticata dai più, che in sostanza vuol dire tutto, non vuol dire niente e si integra perfettamente con “FRECHETE” e “FREGNO”.

“La coppa” era (ed è ancora oggi, per chi può permettersela) un’elevazione morale dello spirito e del colletto dell’Avirex. “LA COPPA!” poteva essere il riassunto perfetto di un oggetto o di una situazione top, la definizione del miglior relax possibile in una data circostanza o l’unica esclamazione possibile quando trovavi diecimila lire dimenticate nelle tasche di un jeans. “LA COPPA!” era persino un saluto da proferire con estrema convinzione o scaramanzia.  

“LA COPPA!” si poteva fare a bordo di una Lancia Delta fresca di concessionario, su un Motron truccato o con le Timberland tirate a lucido. “Fare la coppa” voleva dire sentirsi un po’ come Fonzie e atteggiarsi da superfregno. “Andare a coppare” (dall’aramaico antico “Andare a cùccare”) voleva dire ovviamente uscire per acchiappare. Spesso e volentieri, “LA COPPA!” si faceva all’interno di una sala giochi. Tipo Marisa. O Bruno. Che a Chieti erano la stessa sala giochi. E forse anche la stessa persona: Bruno Mars.

Tipo Marisa. O Bruno. Che a Chieti erano la stessa sala giochi.

“LA COPPA!” era uno stato temporaneo e magico. In sostanza, era l’equivalente marrucino della stellina di Super Mario. Il punto è che io, però, negli anni Ottanta non potevo fare “LA COPPA!”, perché avevo dai tre ai dodici anni. Ma soprattutto, avevo i capelli a caschetto, di cui vi agevolo una prova fotografica.

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Capelli a caschetto che, se da una parte facevano molto Stranger Things, dall’altra dicevano chiaramente: “Sono un moccioso indifeso, rubatemi gli spiccioli”.

Entrare in sala giochi, così, era un autentico e necessario atto di coraggio, una prova iniziatica che doveva compiersi ogni volta, al richiamo del bellissimo gameplay d’epoca.

Bruno (o Marisa che dir si voglia), era un luogo oltremodo deviante, assolutamente pericoloso, irresistibilmente ammaliante. Era in fondo a un vicolo sporco, in fondo a una discesa piena di murales, dietro le scalette dove la gente andava a fare a mazzate. Un antro generalmente troppo fumoso e notoriamente malfamato, in cui calarsi a proprio rischio e pericolo. Il gusto del proibito era palpabile e dicotomico: tanti coin-op da favola, quanto altrettanti teppisti che vi si appoggiavano a fumare una sigaretta.

C'era il diciottenne che sembrava avere già quarant'anni (di galera), il biondino schizzato coi capelli a spazzola e il tirapugni El Charro, quello che a tredici anni aveva già rimediato due ergastoli e tre cicatrici in faccia, un paio di giganti che torreggiavano bislacchi agli angoli del biliardo e tutta una schiera di reietti il cui sguardo era meglio non incrociare, oppure FRECHETE senza respawn.

Loro: gente priva di scrupoli. Io: nano coi capelli a caschetto e i pantaloni a coste di velluto.

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La pratica videoludica arcade era primariamente una questione di mera sopravvivenza fisica, e solo poi di pura prestazione ai comandi dell'agognato cabinato. La concentrazione massima (Out Run) e l’adrenalina perversa (Super Hang-On) erano continuamente smorzate da un sottile strato di terrore, ansia e patemi di vario genere. Voltare le spalle a tali criminali – ben sapendo di quali soprusi e angherie fossero capaci - era una roulette più chietina che russa, un brivido inedito, una partita a Double Dragon con la morte.

A quei tempi, l'essere necessariamente coraggiosi, l'essere videogiocatori per cui non solo il pigiar tasti, ma anche già lo stare là fosse un rischio necessariamente cercato, faceva sì che non si poteva affatto rinunciare al malsano altrove di una vecchia e malfamata sala giochi.

Oggi, quando ascolto Magical Sound Shower, mi vengono ancora dei brutti flash vietnamiti.

 LA COPPA!

LA COPPA!

NOTA: In questo articolo avrei dovuto esplorare la poetica del tamarro da sala giochi anni Ottanta. Non ci sono riuscito. Ho divagato a lungo su “LA COPPA!”, un’espressione per me cruciale, bellissima e di grande utilità sociale, che purtroppo oggi sta scomparendo. Dunque, è mia intenzione oppormi con forza al lento oblio de “LA COPPA!”. Più COPPA e meno swag per tutti!!!

Se volete approfondire la bellezza delle sale giochi degli anni Ottanta, leggetevi il Racconto dall'ospizio fregno di Lorenzo Fantoni

Questo articolo fa parte della Cover Story "Stranger Things e gli anni Ottanta", che trovate riepilogata a questo indirizzo.

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