Racconti dall'ospizio #30 - Tomb Raider: starring deficiente

Racconti dall'ospizio #30 - Tomb Raider: starring deficiente

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Siamo nel 1996 e ho sette anni. Quest'anno non ho affatto giocato al primo Tomb Raider e non lo farò per molto tempo. Ancora mi sto chiedendo se farmi regalare una PlayStation o un Nintendo 64. Opterò più in là per la prima.

Il primo che gioco è il terzo capitolo della saga, siamo quindi nel 1998, ma solo a spizzichi e bocconi, senza finirlo, non è mio quindi non mi sento “in obbligo" di completarlo. In obbligo, già, perché le cose stanno così: io ho un problema. È qualcosa di recondito che infesta la mia mente sin dalla tenera età (beh sicuramente da quando avevo sette anni)... sono un completista cronico. Cioè, non è che finché non completo un gioco al 100% non gioco ad altro, però mi sento sporco se non ci provo, almeno. Quindi via di subquest, di extra, di record, tutto per sbloccare lo sbloccabile di ogni titolo che mi ritrovo in mano. Come ho detto, non è che se la cosa non va a buon fine mi blocco, anzi, perlomeno so valutare quando è il caso di fermarmi, perché probabilmente quel 100% va oltre le mie probabilità. Cosa c'entra questo con Tomb Raider? Adesso ci arriviamo, calma.

Passano gli anni, vedo da un amico il secondo capitolo della saga, gioco (anche qui in prestito e non bene) il quarto episodio e sul quinto sento solo i racconti di un'amica. Insomma, Lara Croft mi sfiora, mi intriga, ma non riesco a vivere le sue avventure nel modo giusto. Poi arriva l'era dei 128 bit e leggo sulle riviste che la saga non è più quella di una volta. Poi arriva l'HD che dona solo un “trilogy pack” delle avventure dell'era post PS1 e, se sommiamo che pochi anni prima la Jolie aveva quasi ucciso il brand con due filmacci, capite anche voi che la voglia di avvicinarsi alla saga sparisce del tutto.

Passiamo al 2014. Da neo-possessore di PS4, sono intrigato dal giocarmi il Tomb Raider del 2013, uscito sul finire dell'era PS3/Xbox 360, che è da poco sbarcato sulle console next-gen (ormai current gen. Cioè, contando Pro e fra non molto Scorpio, forse, ex-current, ma insomma) ma qualcosa mi frena. Cosa? Che il seguito sarà esclusiva Xbox One, che non possiedo. OK, lo sa anche Pulcinella (latore di tutti i segreti umani) che è solo temporale come esclusiva e che il giocò sicuramente arriverà poi su PS4 (come difatti è successo) ma, ehi, finché non è ufficiale, io al Tomb Raider del 2013 non posso giocarci, perché sì, sono anche un “completista di saghe” e giocare al primo capitolo di qualcosa che non potrei continuare (almeno in tempi relativamente brevi) proprio no.

Poi, però, ecco che le voci di Rise of the Tomb Raider versione PS4 si fanno ormai insistenti e, arrivati al 2015, è tempo di recuperare il primo, giusto?

Sbagliato.

La nuova saga di Lara Croft, dalla maggior parte dei mortali (voi) presa come un totale reboot, non lo è per me (e per pochi altri immagino), ma può (come non può, certo) incastonarsi perfettamente negli anni fra l'incidente aereo che ha cambiato la vita di Lara e il primissimo Tomb Raider, in cui la nostra eroina era ormai quasi quarantenne e navigata esploratrice.
E io, prima di questo “reboot”, alla saga di Tomb Raider mica ci ho giocato per intero. Come già accennato, qualcosa su PS1 e niente su PS2.

Non va bene, devo pagare il giusto tributo a Lara. Del resto, in qualche modo, mi era sempre interessato recuperare le sue avventure e la “scusa” di provare poi questa nuova incarnazione è perfetta per un po' di sano shopping nel mondo del retrogaming. Inizia così una lunga ricerca online per portarsi a casa (senza spendere un capitale) tutti i capitoli di Tomb Raider che hanno portato a questo “reboot” (le virgolette sono sempre d'obbligo). Ovviamente, tutto deve essere rigorosamente originale e “boxato” (ovvero munito di custodia e manuale di istruzioni, nel caso a leggere fosse qualcuno poco avvezzo al mercato videoludico), perché il digitale mi repelle così tanto che sono disposto a spendere anche dieci volte tanto per avere tra le mani una cartuccia o un CD con cui giocare. E non giocando su PC, i prezzi si alzano automaticamente (se mi state schifando, probabilmente fate bene, viste le cose che vi sto raccontando di me).

Ma tutto questo per raccontarvi cosa? OK, OK, adesso ci arrivo davvero.

Lara alla ricerca dei vecchi episodi.

Siamo alla fine del 2015 e gli ingredienti ci sono tutti: ho tutti i Tomb Raider (dal primo del '96 all'Underworld del 2008), ho dove giocarli, manca solo una cosa... cercare come si completano al 100%. Eh sì, la mia malattia non mi abbandona nemmeno nei miei tragici recuperi retrogiocosi e almeno capire come approcciarsi al completismo della saga è obbligatorio. Internet corre presto in aiuto e scopro che finire completamente i Tomb Raider non è complesso, basta raccogliere tutti i segreti dei livelli e via, a posto così.

Perfetto, mi dico, con qualche guida online sarà una passeggiata finirli a dovere. In questo racconto, però, voglio concentrarmi sul primo episodio, dato che l'articolo vuole anche celebrare i 20 anni della saga. Il primo Tomb Raider prevede un tot di livelli, in ognuno dei quali sono presenti aree segrete che contengono oggetti bonus quali medikit o munizioni. Finendo il livello, verrà mostrato quante aree segrete sono state trovate e finendo tutti i livelli e trovando tutte le aree si ottiene.... NULLA. Non ci sono trofei, parliamo di un gioco del 1996 per PS1, non di un remaster. Quindi, perché mai finirlo al 100% vent'anni dopo? Che domande: per riuscire a dormire. Tra l'altro,  un bug presente su PS1 (non gioco su PC, ho detto!) prevede che, anche trovando tutti e tre i segreti dell'ultimo livello, questo segnerà sempre e comunque “2 segreti su 3 trovati”. Pazzesco, solo un deficiente potrebbe quindi mettersi d'impegno per completarlo, lottando contro la legnosità di quello che è un gioco invecchiato malissimo e con la consapevolezza nel cuore che comunque nulla segnalerà che lo si è davvero finito in tutto e per tutto.

Signori, state leggendo di quel deficiente di cui sopra.

E così eccomi qui, a 27 anni, a raccontarvi di quella notte del 2016 in cui ho finito l'ultimo livello di Tomb Raider.

No, al 100% non si sbloccano foto osè di Lara

La farò breve, che già per spiegarvi come sono arrivato a questo punto ci ho messo pure troppo. Innanzitutto, chiarisco che è un gioco che mostra ancora oggi, con la sua tridimensionalità ed esplorazione libera, con i suoi enigmi e le sue poche ma evocative musiche (e, diciamolo, anche con le tette gigantesche della protagonista, un po' sogno erotico di molti adolescenti dell'epoca, ma pure ultratrentenni, via) i muscoli di PS1 e quindi cosa lo ha portato a diventare uno dei brand più famosi della storia del media videoludico.

Però sono passati 20 anni e anche un gigantesco treno sopra al primo Tomb Raider, che prevede davvero dei salti pixel-perfect spesso mal pensati (in questi casi si dice polygon perfect?) e lo fa offrendo le movenze di una esploratrice di tombe più imbalsamata delle mummie che va a ricercare: legnosità e lentezza la fanno da padrona e i checkpoint sono messi col contagocce. Quindi, se cadi in un baratro, rischi di doverti rifare anche mezz'ora buona di livello.

Eccomi così in una notte di Gennaio 2016 (3.00 a.m.) a saltare da un (effettivo) parallelepipedo all'altro dentro i resti del regno di Atlantide (SPOILER!), con la legnosità e la lentezza di cui vi dicevo e a cui (m'ero scordato) dovete sommare un lag nei comandi che dura il tempo di dire “Addio mondo” tra il momento in cui premete il tasto X e l'effettivo salto di Lara.

Ora sono le 4.00. Da un'ora non ho fatto un progresso che sia uno, perché quest'ultimo livello è davvero davvero ostico.

Decido di rilassarmi e ascoltare qualcosa mentre gioco. Un podcast. Outcast. Outcast Magazine (presumo, a memoria, eh, l'episodio ultimo uscito entro quel mese. Ricordo che in quel momento parlava Ugo Laviano). Sentire voci umane e non i versi di Lara nel silenzio delle profondità di una caverna mi desta dall'essere uno zombie senza emozioni che da più di un'ora salta e cade in continuazione e il livello diventa più facile. Ma qualcosa mi fa morire a un passo dalla fine: Andrea Maderna (giopep).

Vi spiego: non vi ho detto che stavo giocando su PS3, quindi, ogni tanto, a distrarmi nei salti ci pensavano anche i vari accessi alla console della mia lista amici, che facevano sì che un pop-up mi avvisasse che “Mario666 è online – Mario 666 è offline”. E chi va offline in quel momento? Di notte? E non perché stesse giocando, fra l'alltro, stava probabilmente guardando Netflix, perché io lo conosco. Chi? giopep, appunto. Il paradosso è che in quel momento lo stavo anche ascoltando in un podcast. Ah, le bellezze del mondo virtuale.

Non posso bestemmiare ad alta voce, è notte. Deglutisco forte e mi auto-impongo di finire quel livello entro la fine del podcast e, mi auguro, entro le sei del mattino. Le 6.00 arrivano davvero. Non sento più le mani, ripeto pezzi di livello a colpi di memoria muscolare, ovviamente sbagliando sempre negli stessi punti. Però, ecco la proverbiale luce in fondo al tunnel, ecco la fine, ecco l'ultima sequenza di salti. Barando come pochi, ho già visto come farli nella maniera giusta in un video su Internet, sicuro anche di prendere l'ultimo segreto (che prevede un salto extra particolarmente difficile) e archiviare questo primo Tomb Raider, per poi passare agli altri.

Il podcast è ai saluti finali, da quel poco che ancora comprendo, non lo sto più nemmeno ascoltando per restare concentrato sullo schermo. Sono anche in pace con giopep, che ho perdonato per avermi fatto morire prima, sono totalmente zen, ecco che premo X, pronto a librarmi nel cielo con un salto che mi porterà ad evitare di cadere nella lava sottostante e dal '96 mi farà balzare presto al '97 con Tomb Raider 2.

Cado miseramente.

"Addio, mondo”.

Auguri Tomb Raider.

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