Cosa resterà di BioShock The Collection?

Cosa resterà di BioShock The Collection?

BioShock è stata una delle proprietà intellettuali che più hanno segnato l’immaginario videoludico della scorsa generazione. Grazie al successo enorme del primo capitolo, infatti, schiere di giocatori hanno imparato a conoscere il nome di Ken Levine, director e sceneggiatore già dietro quel capolavoro immortale rispondente al nome di System Shock 2, e ad apprezzare la sua cura per gli ambienti di gioco, il setting e una visione di un medium che, nelle sue intenzioni, deve essere in grado di raccontare bene senza rinunciare alla componente più ludica.

È anche una delle IP che più hanno sofferto, nel corso dei suoi anni, di una travagliata e difficile gestione. BioShock 2 è stato concepito da menti e creato da mani diverse da quelle coinvolte nella nascita del suo papà, mentre Infinite ha subito numerosi ritardi, modifiche e cambi nel team di lavoro. Ma tutto ciò non ha mai intaccato il fascino di un brand che, sin dalla sua prima uscita, si è sempre fatto notare. 

E ora che le vecchie console sono nel dimenticatoio e i PC sono ben più potenti di prima, i tre BioShock ritornano tirati a lucido, con tutti i DLC e alcune simpatiche aggiunte, su PS4 e One. Su Steam, invece, solo i primi due BioShock si ripropongono in versione riveduta e pimpata, perché Infinite a quanto pare era già troppo più master race all’epoca. Statece.

Io ci ho giocato su PS4 e, dopo ore tra ritorno sui vecchi passi e situazioni inedite (all’epoca non avevo giocato alcuni dei DLC ), ho avuto modo di farmi un’idea piuttosto precisa su ciò che, oggi, questo BioShock: The Collection può rappresentare. 

È certamente una ghiotta occasione, a basso costo, per chi si è perso questi tre titoli all’epoca e vuole recuperarli in una veste tecnica più al passo con i tempi. E grazie al cazzo, direte. Prego, rispondo. Però è anche un modo per chi non ha più PlayStation 3 e Xbox 360 per rivivere momenti che in passato sono stati esaltanti; le numerose aggiunte quali dietro le quinte e interviste ai creatori rappresentano un succulento contorno che i fan della serie - o i più curiosi - possono gustarsi con calma, sgranocchiando nel frattempo le missioni aggiuntive, magari prima non reperite insieme ai giochi base. La proposta può però lasciar interdetti i giocatori PC, che tecnicamente sono abituati a ben altro e non hanno Infinite nel pacchetto, e i meno enthusiast degli ultimi lavori di Levine. Tipo Calcaterra, che fa il brontolone perché System Shock 2 è più bello di ogni BioShock uscito dopo di lui.

Forse, le interviste ai creatori sono, al netto dei DLC, la vera succosa aggiunta del pacchetto.

Forse, le interviste ai creatori sono, al netto dei DLC, la vera succosa aggiunta del pacchetto.

E non avrebbe tutti i torti. Perché, pur con il loro fascino, i tre BioShock sentono abbastanza il peso del tempo, ognuno per una ragione diversa. La Rapture del primo BioShock è ancora bellissima ma il gameplay appare decisamente “ingessato”, le fasi FPS lente e macchinose, con componenti di personalizzazione che inoltre sono fin troppo all’acqua di rose. Il minigioco dedicato all’hacking, invece, risulta più fastidioso che altro e, paradossalmente, dal punto di vista delle meccaniche, tutto sembra più datato di quanto giocato anni prima ancora con System Shock 2 che, insomma, è sì un capolavoro ma non possiede certamente la scioglievolezza di un Lindor. Ma la già citata Rapture, i diari vocali - altro lascito di System Shock 2 - e l’estetica che unisce la fantascienza tipica dello steampunk ad alcuni elementi horror rendono il viaggio nell’utopia distopica del primo BioShock ancora più che godibile.

BioShock 2 rimedia parzialmente a certi difetti del suo predecessore, con un’azione decisamente più solida e una virata più decisa e concreta verso il mondo degli FPS. Ciò che guadagna sul fronte prettamente sparacchino, però, lo perde dal punto di vista dell’ispirazione generale. L’assenza del direttore d’orchestra Levine si sente e le avventure del Soggetto Delta non convincono come quelle di Jack, anche solo per una Rapture meno riuscita della prima e per la minor consistenza della narrazione. C’è però un appunto da fare e risponde al nome di Minerva’s Den: cinque ore di ottima scrittura per un DLC che, a conti fatti, finisce per essere più memorabile del gioco a cui si aggancia.

Si arriva infine ad Infinite, titolo che più di tutti gli altri BioShock ha spaccato a metà il pubblico. La splendida costruzione (anche visiva) di Columbia fa da contraltare a un gameplay da FPS di quarta categoria, povero di spessore e salvato solo parzialmente da alcune adrenaliniche sezioni legate al gancio in grado di viaggiare su monorotaie sospese. Io, però, sono tra quelli che hanno amato la narrazione di Infinite, con tutte le sue ambiguità e momenti dal sapor d'acqua nel brodo. Ecco, ci fossero state meno sparatorie e combattimenti un pelo più bilanciati (mi riferisco alla parte nel cimitero), BioShock Infinite sarebbe stato davvero sontuoso. Dai, datemi la modalità walking sim per bearmi dei panorami di Columbia e fatemi contento. E poi a me i temi sci-fi sulle dimensioni parallele affascinano da sempre. Così come le “retcon” ben pensate, come Burial At Sea, espansione episodica di Infinite che riesce infine a legarlo al primo BioShock e alla sua bella Rapture. 

Ed ecco adesso una lieta foto comparativa che piace tanto ai giovani.

Ed ecco adesso una lieta foto comparativa che piace tanto ai giovani.

Una saga piuttosto disomogenea, quella di BioShock, che però è legata dal tema comune delle scelte e delle conseguenze che queste possono portare. Il che non si traduce necessariamente in un gioco come Sua Santità Planescape: Torment, ma viene declinato in una struttura decisamente più guidata e meno complessa, ma in grado di intrigare, se non affascinare, grazie soprattutto al design di mondi intrisi di personalità e ambiguità, tra la fiducia irrazionale nel progresso del primo BioShock e il razzismo e il fanatismo religioso di Infinite, con in mezzo il cupo romanticismo di Minerva’s Den.

Una saga che merita di essere giocata, fosse anche per coglierne, a distanza del clamore e del fragore ai tempi dell’uscita, pregi e difetti di titoli ben lontani dalla perfezione, ma comunque dotati di idee e personalità. OK, un po’ meno per BioShock 2, vero. Ma, come accennato più su, i punti critici con gli anni forse potrebbero pesare sulla bilancia di alcuni giocatori ben più delle qualità positive. Insomma, potrebbe davvero essere che questa Collection sia più a uso e consumo di chi i BioShock li ha giocati già che per i pischelli che vogliono scoprire quei giochi tanto amati dal cugino più grande. Vi ho avvisato. 

Per riprendere quindi il titolo: cosa resterà di questi BioShock? Forse Columbia e Rapture come esempi di bei mondi videoludici e forse alcuni personaggi, come Andrew Ryan, i cui deliri sui log vocali risultano ancora oggi ben scritti. Certamente non le fasi shooter e probabilmente nemmeno il level design inteso come articolazione di mappe e scenari, mai davvero convincente fin dal primo episodio. E certamente non il papà Levine, che dopo Infinite ha lasciato il suo pargolo per andare a pascolare presso altri lidi. Chissà se un giorno figlio e padre torneranno a incontrarsi sugli scaffali di qualche libreria Sony, Microsoft o PC. 

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Ho giocato a BioShock: The Collection su PS4 non accusando minimamente il passaggio da pad a mouse e tastiera, periferiche di input usate all’epoca dei miei primi viaggi tra Rapture e Columbia. Ah, come al solito, se acquistate il gioco su Amazon passando dai nostri link ci fate ricevere una piccola percentuale di quanto spendete, senza sovrapprezzi per voi. Potete farlo su Amazon Italia a questo indirizzo qui o su Amazon UK a quest'altro indirizzo qua.

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