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The Americans è la serie TV più meravigliosa e sottovalutata di sempre

The Americans è la serie TV più meravigliosa e sottovalutata di sempre

Aldo Grasso, principale critico televisivo del Corriere della Sera e accademico presso l’Università del Sacro Cuore di Milano, ha sempre indicato il network della HBO come principale esponente di quella che lui stesso ha più volte definito come “serialità televisiva americana”, un concetto che enfatizza la differenza che c’è, avvertibile soprattutto fino alla prima metà degli anni 2000, fra i prodotti statunitensi e quelli europei, caratterizzati da un ritmo ben più cadenzato. Se domani dovessi intervistare Aldo Grasso, una delle prime cose che gli domanderei sarebbe senza dubbio se reputerebbe adatto ascrivere anche FX come capofila di questa serialità televisiva americana. Perché, alla luce della produzione di cui si sta rendendo protagonista negli ultimi anni, lo è senza dubbio, con buona pace dei vari HBO-fag (di cui, ad onor del vero, faccio parte anch’io).

Prima The Shield, Sons of Anarchy e Justified, oggi American Crime Story, Fargo, Legion e The Americans. Soprattutto The Americans, una serie TV eccezionale, spesso immeritatamente passata inosservata agli occhi soprattutto del pubblico; un prodotto che, passate la banalità, più invecchia e più diventa buono, come il vino. Dopo tre stagioni più che ottime, Joe Weisberg, autore della serie, è riuscito infatti a mettere a punto la migliore stagione di The Americans, talmente perfetta da non poter passare inosservata nemmeno ai Golden Globe, che finalmente – alla buon’ora – hanno dato due nomination agli attori protagonisti. Niente premi, ma poco importa, perché questa stagione è stata davvero straordinaria. 

Foto approvata dal Collettivo Universitario Autonomo di Bologna.

The Americans parla di questa coppia di spie russe che vivono a Washington durante gli anni ’80, periodo concomitante all’elezione di Ronald Reagan e, soprattutto, alla Guerra fredda fra Stati Uniti e U.R.S.S. che sta giungendo alle fasi finali. La coppia in questione è rappresentata da Philip ed Elizabeth Jennings, interpretati rispettivamente Matthew Rhys e Keri Russell (i due, tra l’altro, fanno coppia fissa anche nella vita reale; che gossip interessanti, vero?), e rappresentano appieno lo stereotipo della tipica famiglia americana. Benestanti, due automobili, due figli adolescenti, il prato perennemente verde che circonda la tipica ed accogliente casa su due piani. Tutto nella norma, se non fosse per il fatto che, appunto, Philip ed Elizabeth sono delle spie sovietiche che forniscono puntualmente informazioni sulle azioni americane al KGB.

Fra qualche basso e tantissimi alti, The Americans riesce ad articolare nelle sue prime tre stagioni uno splendido rapporto di trame e sottotrame fra i pochi, pochissimi personaggi rappresentati. Pochi ma buoni, si intende. Il risultato è uno splendido prodotto seriale sulle spie che riesce a tenerti incollato allo schermo nonostante un ritmo tutto sommato anche abbastanza compassato, nell’attesa di quell’accellerata che c’è sempre, e quando accade, beh, crollano i muri a suon di applausi.

“Pronto, parlo con La Zanzara? Ah, è Outcast? Vabbè è uguale”.

Questa formula è rimasta abbastanza inalterata per le prime tre stagioni. Un inizio abbastanza lento e poi un costante crescendo che va a culminare intorno alle ultime puntate dei tredici episodi totali, da quaranta minuti ciascuno, di cui si compone ogni season. Per questa quarta stagione, invece, Joe Weisberg ha voluto cambiare le carte in tavola, partendo in quinta fin dall’inizio e catapultandoci nell’occhio del ciclone dopo appena una manciata di puntate. Non è solo il corso degli eventi a prendere una piega interessante e per certi versi inaspettata, ma anche il rapporto fra i protagonisti.

Il rapporto fra Philip ed Elizabeth, ad esempio, in questa quarta stagione viene ulteriormente approfondito, trascendendo da ogni tipica crisi di coppia a cui si assiste di solito, riuscendo per far entrare lo spettatore all’interno di un’intimità che davvero in pochi casi si riesce ad avvertire, soprattutto con questo mix fra vigore e sensibilità. Una figura che assume ancora più importanza rispetto al passato è poi la figlia più grande dei Jennings, Paige, per certi versi classica nel modo che ha di affrontare la tipica crisi adolescenziale, ma che inserita in un contesto del genere, cioè con due genitori che fanno le spie sotto copertura, riesce a far trarre nuova linfa anche ad un cliché stereotipato qual è quello della ragazzina che “nessuno mi capisce, lasciatemi stare, viva Ringcast!”.

Paige Jennings, villain principale di questa quarta stagione.

Mi sto mettendo d’impegno, giuro, ma proprio un difetto a questa quarta stagione di The Americans non riesco a trovarlo. In termini di regia è un continuo crescendo che non vi dico, gli attori sono splendidi (ma che coppia è, quella dei coniugi Jennings?), l’interpretazione degli anni ’80 è, come al solito, magnifica e mai macchiettistica. Ecco, forse, a trovare il pelo nell’uovo, si potrebbe indicare una gestione del ritmo, spalmato nei tredici episodi, non proprio canonica e che potrebbe spiazzare quelli che, solitamente, si aspetto di arrivare alla puntata di end-season in erezione. Qui si è piuttosto deciso di lasciare spazio all’hype, con cliffhanger grossi come le stanze della White House. Una scelta che non mi dispiace, ma che non tutti potrebbero apprezzare. Fossero questi, i problemi (della vita, ovviamente, ma anche delle serie TV, si intende).

Ho visto questa quarta stagione di The Americans settimanalmente, episodio dopo episodio, e nonostante non apprezzi particolarmente questa pratica del guardarmi le robe ogni sette giorni, questa volta, con The Americans, è stata un’esperienza bellissima. Qui da noi la serie TV si è conclusa giusto ieri sera, con il tredicesimo episodio trasmesso su FOX Italia (canale 112 di Sky). Ad aprile, invece, dovrebbe iniziare negli Stati Uniti la quinta stagione; così, detto giusto per informazione.

Old! #198 – Febbraio 2007

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