Ludophìlia #3 – Chi gioca deve diventare un altro

Ludophilia

Una rubrica di approfondimento che corrobora mente e joypad, curata da uno che l’avrebbe voluta intitolare “I Love Tara Long”.

L’essenziale di ogni processo videoludico, quello che cioè accomuna tutti coloro che decidono d’incominciare un videogioco e portarlo a compimento, è quel sentimento di costante incertezza, quella sorta di indecifrabile sospetto nei confronti della realtà, che produce a sua volta un insopprimibile senso di insoddisfazione. Un sottile sentimento che, se alimentato da un’adeguata dimestichezza con il medium e i suoi controlli, porta ad aumentare e diversificare le sfere di evasione ereditate dalla propria cultura, inducendo a generare l’esistenza quasi tangibile di altri mondi, nuovi altrove e un’esistenza migliore: quella virtuale.

Il tecnoludico ai tempi del colera.

Uno dei grandi segreti del processo che v’è dietro lo smarrimento rapito di chi gioca con le OMI migliori, dunque, sembra essere proprio connesso a questa dinamica: mentre la pratica ludica acquieta momentaneamente certe insoddisfazioni reali, accresce d’altro canto una perversa quanto affascinante forma di stupore interiore, una sensibilità non conformista rispetto all’esistenza, un qualcosa che – piaccia o meno – rende coloro che (video)giocano più adatti e ricettivi nei confronti dell’infelicità e della malinconia. Chi ha la pretesa d’incominciare un videogioco, allora, si vedrà necessariamente costretto ad inventarsi “un altro”, un sé vicario, che si assumerà il dovere fare le sue veci all’interno della materia virtuale, ovvero di giocare i suoi videogiochi. Un altro, in pratica, che vivrà in solitudine le sue angosce e tutti i game over, perennemente coricato sul divano, mentre lui (ormai “l’altro”) si dovrà preoccupare di fare la spesa, pagare le bollette, scrivere le recensioni e gestire la più consueta quotidianità. Un altro, in pratica, di cui finirà prima o poi per diventare schiavo.

Eppure vi è una forte religiosità in Scorpio. Guardate che uomo!

Invero, la cosa più importante di tutto il tecnoludico non è tanto ciò che si gioca – se il nuovo Call of Duty o il vecchio Barbarian – ma è quella specie di delirio che, invadendoti, ti porta a parlare da solo e che per certi versi costituisce un’ancora di salvezza: il delirio di credersi il mammozzo che sta dentro al giochetto. Si tratta di una decisione radicale e assoluta: chi gioca deve diventare un altro.

Nell’indecisione, io scelgo sempre Rico Rodriguez da Panau.

Lorenzo Antonelli

Nella beata inadeguatezza del linguaggio a descrivere l'importanza del medium videoludico tout court – e con particolare riferimento all'automobilismo digitale - c'è quello che si potrebbe definire il nuovo metro (e ottantatre) della critica giornalistica: Fotone. Ha perso gran parte dei capelli in un incidente al Nürburgring e crede di essere la moglie di Roland Barthes.

6 Commenti a Ludophìlia #3 – Chi gioca deve diventare un altro

  1. aleZ says:

    Nel caso di Barbarian2 l’altro è chi stava in bagno con il poster di Maria Whitaker, mentre l’io originale giocava.

  2. Fotone says:

    Ahahahahahahaahahah, hai perfettamente ragione!

  3. Ma quella è la copertina originale di Barbarian ? Me la ricordavo più castigata.

  4. Fotone says:

    Non lo so effettivamente, ma la prendo per buona così ;)

  5. Fotone says:

    Ma in ogni caso, al di là dell’amore ai tempi del colera, chi siete diventati voi altri?

  6. Personalmente, un po’ Solid Snake, un po’ Bub, un po’ Bob.

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