VGB - Vecchi Giochi Brutti #5

I giochi del passato sono tutti capolavori, giusto? Sbagliato, e in questa rubrica andiamo proprio a ripescare i bidoni d'annata, le peggiori vaccate, le operazioni commerciali che speravamo di aver rimosso dalla memoria. Invece eccole qua, analizzate una ad una con rinnovato sadismo e una punta di ironia. Episodio 5 – Le copertine e i pugni in un occhio

E anche in un orecchio, volendo. Tutti qui a fare i nostalgici e imitare lo stile delle cover anni '80 e '90, ad esempio nel recente Far Cry 3: Blood Dragon. Ma diciamoci la verità, quelle davvero fatte bene erano una manciata su un milione, tant'é che facendo mente locale se ne ricordano si e no una decina, più molte altre oscene. Iniziamo ad esempio da Mega Man, versione USA per Nintendo Entertainment System: un obbrobrio che con il gioco non c'entra praticamente nulla, talmente pessimo da essere quasi bello nel senso di metafora grottesca dell'illustrazione.

Al di là del disegno orrendo, il semplice fatto che fosse stato approvato dal publisher e messo in produzione la dice lunga su com'era organizzata l'industria dei videogiochi ai tempi. Non a caso, la sola copertina viene ritenuta primo responsabile delle scarse vendite del primo Mega Man al lancio su NES negli Stati Uniti. Ai tempi c'era pochissima stampa attorno ai videogiochi e molti acquisti si facevano sull'onda della prima impressione nei negozi o del sentito dire. Senza dubbio, qualcuno ha avuto attacchi di vomito e lesioni gravi solo ad avvicinarsi alla scatola. I giocatori americani più coraggiosi, invece, trovarono un autentico capolavoro nascosto da un artwork semplicemente orribile. E, pur essendo vicina al fondo del pozzo, quella copertina è in buona compagnia. Che ne dite di Strider, sempre per NES?

Va bene che si era nell'epoca dei film di Stallone e i volti in perenne sforzo andavano di moda, ma qua tutto è sbagliato: dalla prospettiva al design del protagonista, arrivando alla posa che risulta quasi comica. Ma soprattutto si evidenzia ancora la distanza tra cover ed elementi di gioco, chiaro segno del fatto che tra sviluppatore, publisher e marketing non c'era quasi nessun contatto o rapporto di collaborazione. Oppure il senso della decenza era regolato molto più in basso: ripensando a certe magliette che indossava pure il sottoscritto, forse è l'unica spiegazione ragionevole.

A questo punto, dopo due ciofeche artistiche di Capcom, penserete che ce l'abbia a morte con la casa di Street Fighter, ma non è così. Perfino i produttori di console, o ex produttori come Sega, non riuscivano talvolta a disegnare decentemente una copertina. Ecco a voi Shadow Dancer per Mega Drive, sfortunato spin-off di Shinobi arrivato prima in sala e poi su console, meno peggio di quanto si dica (ma non per questo un bel gioco).

Qua siamo ai livelli del collage amatoriale fatto in terza media, tipo ritagliare pezzi di fumetto e incastrarli in una cornice, cioè come è stato fatto dall'autore della copertina, probabilmente. Non solo non c'è nulla che attiri minimamente l'attenzione, ma anche la scena di un ninja col cane in un vicolo, rappresentata da così lontano, è di un generico allucinante. Come il gioco, del resto, ma in teoria la cover dovrebbe colpire l'osservatore e magari nascondere i difetti, non annunciarli in modo evidente.

Forse il messaggio voleva essere: con Shadow Dancer vi farete due palle così, tipo questo povero ninja in giro col cane nei vicoli. Un raro esempio di verità in copertina, insomma.

Ovvio, la cover era e rimane l'ultima delle cose che contano in un videogioco, tranne per i collezionisti più sfegatati. Però, se ancora oggi si ricordano e omaggiano certe splendide illustrazioni di trent'anni fa, vuol dire che la loro importanza, in fondo, ce l'hanno sempre avuta. Se la pensate diversamente, stampatevi la copertina di Mega Man per NES e fateci un poster, quindi appendetelo sulla porta di casa. Vediamo quante persone riescono a NON insultarvi!

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