RuMicast #1 - Tiny Tower: lo zen e l’arte del palazzinaro

In RuMiCast RuMiKa vi parla di tecnologia, videogiochi e intrattenimento a modo suo: ossia da power user illuminata di luce rosa. Non amo i videogiochi che richiedono attenzioni continue. Ne colgo lo spirito, ne vengo attratta, ma preferisco evitare di cadere nel tunnel della dedizione assoluta e costante. Tamagotchi, Animal Crossing, Farmville, Pet Society esigono il mio tempo, se non glielo concedo perdo e, a queste condizioni, giocare (delizioso passatempo) per me non ha più senso. Ho scaricato Tiny Tower giusto per sfizio, perché Marco e Ugo ne parlavano nel podcast, Marco mi ha sfidata a raggiungere il centesimo piano... e vabbé, ho deciso di provarci.

Tiny Tower

Sul fatto che Tiny Tower richieda poco impegno cerebrale e nessuna abilità converranno tutte le persone che l’hanno installato sul proprio smartphone o tablet. Basterebbero queste considerazioni per chiudere la partita e derubricarlo a “gioco mangia-tempo”, ma infine l’aspetto forse più curioso di Tiny Tower è che per riuscire a proseguire con un buon ritmo costante è necessario non giocarci.

Mentre non costruisco nuovi piani del grattacielo, non riassortisco il magazzino dei negozi, non sposto i bitizen da un piano all’altro per soddisfare le loro esigenze lavorative, insomma... mentre non gioco, Tiny Tower procede in background accumulando monetine, arredando i negozi, producendo pancake, libri, pizze, fertilizzante per piante, in un fittizio andirivieni di omini dentro e fuori dal mio telefono.

Con i soldi accumulati durante la mia inattività, riesco a proseguire nella conquista dei piani alti (sono al 42esimo!), e tutto questo non mi porta via più di una decina di minuti al giorno. Nei momenti in cui vado oltre i due-tre minuti consecutivi di gioco, fissandomi sulle elementari dinamiche di Tiny Tower, mi rendo conto di quanto sia lento, lineare, incompleto.

Ed è proprio questo insieme di aspetti che mi spinge a proseguire... anzi no. A non smettere. Perché non mi sento obbligata a esserci. Sono spinta a dedicarmici senza sentirmi schiava, senza patire la fittizia frustrazione che, senza il mio impegno, un piccolo, inutile mondo pixelloso potrebbe finire. Questa, secondo me, è l’essenza del casual gaming.

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