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Shin'ya Tsukamoto, cuore e acciaio

Shin'ya Tsukamoto, cuore e acciaio

All’inizio non ero sicuro di voler usare una città, Tokyo, come tema per i miei film. Poi, però, sono arrivato alla conclusione che un film di fantascienza dovrebbe presentare un’ambientazione tecnologica a supporto della narrazione. Edifici altissimi dai quali non si riesce a vedere il suolo, sospesi tra cielo e terra. Questa è la mia tematica, volendo riassumerla.
— Shin'ya Tsukamoto

Circa trent’anni fa, nel giugno del 1989, il Fantafestival di Roma chiude la sua nona edizione, dedicata all’anniversario dell’allunaggio. Tra gli ospiti ci sono Buzz Aldrin e Alejandro Jodorowsky, Peter Jackson concorre con Bad Taste e una delegazione della Troma presenta The Toxic Avenger Part II, diretto da Michael Herz e Lloyd Kaufman. Alla consegna dei palmarès, Jackson rimedia il premio del pubblico e Jodorowsky quello alla carriera, ma è il Giappone a sbancare: la patacca per la miglior regia se la porta a casa Ryu Kaneda con l’horror Mangetsu no Kuchizuke, mentre il miglior film della rassegna, acclamato da un boato di applausi, è Tetsuo. Si tratta del primo lungometraggio in 16mm di un regista giapponese di ventinove anni, Shin'ya Tsukamoto, che a livello professionale, fino a quel momento, ha a curriculum un corto, un mediometraggio e una manciata di spot pubblicitari.

Tetsuo è un body horror cyberpunk che, attraverso un montaggio ipercinetico e un sacco di stop-motion, mette in scena un racconto di trasformazione e violazione, di contaminazione tra corpo e metallo. Le tematiche sono quelle care a Cronenberg, mentre lo stile disturbante e onirico ricorda alcuni lavori di Lynch. Tuttavia, l’insieme ha talmente tanta personalità da andare oltre le sue influenze: Tetsuo è decisamente un film di Tsukamoto.

Sempre a Roma, dopo qualche minuto di applausi, segue il silenzio: né il regista né altri membri della troupe si trovano nei paraggi e, dopo qualche incertezza, il premio viene ritirato da una ragazza giapponese che si trova lì per altre ragioni.

Anni dopo, il cineasta giapponese spiegherà che ci credeva talmente poco, in quella vittoria, da aver deciso di rinunciare alla trasferta per non intaccare il suo già risicato budget.

Nato a Tokyo nel 1960, Tsukamoto inizia a pasticciare col cinema che è ancora un ragazzino. Da bravo appassionato di kaijū, a quattordici anni gira un film di mostri in Super 8 assieme a un amico, ma col fatto che non c’è modo di mettere assieme degli effetti speciali decenti o un costume, il bestione di turno viene interpretato da un attore in carne e ossa truccato ad hoc. A guardarlo oggi, il risultato di quell’esperimento pare la versione povera del Big Man Japan di Hitoshi Matsumoto.

Come spesso nei film di kaijū, il tema di sottofondo riguarda la distruzione della città per restituire l’ambiente alla natura. Questo continuo braccio di ferro tra naturale e artificiale - in seguito traslato nel rapporto tra materia organica e acciaio o declinato in termini di violazione di uno spazio nei confronti di un altro – accompagnerà il regista per tutta la sua carriera.

Al primo anno delle superiori, Tsukamoto dirige Tsubasa, “ali”, dedicato al desiderio di volare; non ho mai visto il film in questione, ma viene difficile non pensare a Hayao Miyazaki. Segue Donten, deliberatamente tratto dal manga di guerra Hikaru Kaze di Tatsuhiko Yamagami e girato senza diritti; quello che oggi definiremmo un fan film, in cui uno dei personaggi è un uomo che ha subito pesanti mutilazioni durante la guerra: ecco entrare in scena la manipolazione del corpo, altra tematica ricorrente nel percorso del cineasta.

Prima di diplomarsi, gira Jigoku-machi Shoben Geshuku Nite Tondayo, che considera un successo giovanile. Per quanto amatoriale e proiettato davanti a un pubblico di amici e parenti, il film dura più di due ore, parla di un pittore vissuto in tempo di guerra e rappresenta un omaggio al cinema di Akira Kurosawa (in particolare a Vivere e Dodes'ka-den).

In seguito, durante gli anni trascorsi alla facoltà di arte della Nihon University, Tsukamoto gira un paio di film. Nonostante la maggiore padronanza di mezzi e linguaggio, e il fatto che per la prima volta i personaggi in scena vengono interpretati da adulti anziché da ragazzini truccati, l’aspirante regista considera quel periodo poco redditizio in termini creativi. Terminati gli studi, si dà agli spot pubblicitari: guadagna bene ma si annoia e, dopo qualche tempo, riabbraccia il suo amore per i film in 8mm. Fonda il “Kaijū Theater” - dove milita anche il prolifico attore Tomorowo Taguchi, attivo ancora oggi - e comincia a fare sul serio.

Le avventure del ragazzo del palo elettrico.

Nel 1987 se ne esce col mediometraggio Le avventure del ragazzo del palo elettrico che - come osserva con arguzia un tizio su Letterboxd – è uno shōnen alla maniera di Tsukamoto. Durante gli anni Novanta, il film passò anche dalle nostre parti grazie all’interessamento di Enrico Ghezzi, fan storico del regista nipponico, e nel rivederlo qualche giorno fa, ho ritrovato intatta tutta la sua potenza.

In quella storia di viaggi nel tempo e vampiri gotici, ci sono tracce di Ritorno al futuro e persino della saga di Cell di Dragon Ball: il giovane protagonista, Hikari, pare la versione goffa di Trunks con un palo elettrico al posto della spada. A livello stilistico, siamo sulle montagne russe: a partire da questo, film Tsukamoto smette di assecondare la trama e si abbandona completamente al movimento, girando la cosa letteralmente più simile a un incubo che abbia mai visto, perlomeno fino al celeberrimo episodio della bomba atomica del nuovo Twin Peaks.

In molti, per descrivere la cifra del cineasta, partono dal suo primo lungometraggio, ma se lo chiedete a me Le avventure del ragazzo del palo elettrico è altrettanto eloquente e contiene già tutto quanto. Ci sono le riprese in steadicam agitate dal montaggio esagerato e dalla stop-motion. C’è il sonoro grezzo e metallico. Ci sono gli spazi chiusi, il filo conduttore della città e un’estetica generale spinta ben oltre i confini dell’inquietante.

Tutti questi elementi si coagulano in Tetsuo, che prosegue e approfondisce il discorso sulla violazione del corpo attaccato nel film precedente. Anche l’estetica surreale è la stessa, ma gli attori in scena (tra cui Tomorowo Taguchi e lo stesso Tsukamoto, che interpreta il feticista) la esaltano recitando con movimenti meccanici e artificiosi al limite della performance artistica.

Il film è un successo. Dopo la premiazione romana, viene proiettato al Musashinokan di Shinjuku, la prima sera fa il tutto esaurito e rimane in programmazione per tre mesi di fila.

Hiruko the Goblin.

Il botto è tale che Tsukamoto entra nel radar delle major e, nel 1991, viene ingaggiato dalla Shochiku per girare Hiruko the Goblin. Ambientato in una cittadina di campagna, in una delle rare incursioni extraurbane del regista, il film è un horror con elementi da coming of age che ricorda un po’ It, e nonostante rappresenti a oggi l’opera più convenzionale nella cinematografia di Tsukamoto, il taglio resta riconoscibile e qualche buona trovata se la porta a casa.

Hiruko è stato pure il primo lavoro del cineasta su cui abbia mai posato gli occhi, in via di una videocassetta (o era un DVD?) recuperata da un amico chissà dove, e ricordo che all’epoca mi procurò una discreta strizza.

Ad ogni modo, quel primo film su commissione servì al regista per pagarsi Tetsuo II: Body Hammer. Le tematiche sono le medesime del primo: carne e acciaio, acciaio e carne, ma il taglio è più ambizioso e l’opera rinuncia a parte della carica horror e della claustrofobia per recuperare la visione fantascientifica e avventurosa de Le avventure del ragazzo del palo elettrico. Da lì in avanti, la carriera di Tsukamoto prende davvero il volo; il cineasta inizia a girare per i festival, dove conosce alcuni dei registi che lo hanno ispirato. Nel 1993 collabora con Trent Reznor e realizza uno spot per MTV Japan. Parecchi anni dopo, nel 2009, i Nine Inch Nails firmeranno una traccia della colonna sonora del terzo capitolo di Tetsuo: The Bullet Man (già che ci siamo - per la serie “chi si assomiglia, si piglia” - saranno sempre loro a introdurre quel famoso ottavo episodio di Twin Peaks, forse la cosa più “Tsukamoto” mai girata da Lynch).

Nel 1995, il nostro sforna Tokyo Fist, che passa per un film sul pugilato e sulla gelosia, ma che in realtà non è che l’ennesima declinazione dei conflitti spaziali cari al regista, in questo caso distribuiti tra corpo, ring e città. Seguono il noir metropolitano Bullet Ballet (1998), che gira attorno all’acciaio di una pistola, e Gemini (1999), ispirato a Edogawa Rampo e ambientato nel Giappone di inizio Novecento.

Nel 2002, Tsukamoto battezza il nuovo millennio con uno dei suoi film migliori in assoluto, A Snake of June, un noir erotico costantemente battuto dalla pioggia e virato al blu. Gli stilemi del regista sono sempre quelli – steadicam a manetta e primi piani vicinissimi - ma mentre ritmo e montaggio subiscono una decelerazione, la violazione fisica viene sostituita da quella dello sguardo. A Snake of June è più dalle parti di Haneke che da quelle di Cronenberg, e mi gioco una palla se David Cage non se ne è servito come ispirazione chiave per Heavy Rain. A margine: il film è stato il primo del regista a raggiungere regolarmente le sale italiane, ché prima, se non era per l’Enrico Ghezzi, stavamo freschi, signora mia.

A Snake of June.

Nel 2004 continua a pasticciare col corpo umano in seno a Vital, dedicato all’elaborazione del lutto, mentre i due Nightmare Detective, usciti direttamente in home video, avrebbero dovuto dare il la a un progetto seriale ispirato a Twin Peaks ma poi non se ne è fatto più nulla.

Il 2009 celebra l’arrivo di Tetsuo: The Bullet Man, terzo capitolo della trilogia nonché primo film del regista in lingua inglese. Il film, che ha dato il la anche all’omonimo manga di Akira Fukaya, se lo chiedete a me, non raggiunge neanche per sbaglio la potenza dei suoi predecessori. Molto meglio l’inquietante Kotoko, del 2011, mentre gli ultimi due lungometraggi del prolifico autore sono rispettivamente il remake di un film di guerra del 1959, Fires on the Plain, e Zan, un racconto di samurai presentato all’ultimo Festival di Venezia.

Fin dalle medie, alla crescita come regista e sceneggiatore, Tsukamoto ha sempre abbinato la professione di attore, cosa che gli ha permesso di ampliare la sua idea di cinema confrontandosi con altri autori.

Oltre a recitare in quasi tutti i suoi film, ha interpretato ad esempio il fisicato “ripulitore” Jijii nel cult di Takashi Miike Ichi the Killer, e ha vestito i panni di biologo nel recente Shin Godzilla di Hideaki Anno (che pare gli abbia fatto tornare voglia di kaijū). Un paio di anni fa, Scorsese lo ha voluto nel bellissimo Silence e, già che siamo su un sito di videogiochi, vale la pena di segnalare che a suo tempo ha doppiato Vamp nella versione giapponese di Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots.

In chiusura di questa carrellata, che era partita cheta ma ha finito per imbizzarrirsi nel listone, nel caso non conosceste ancora il cinema di Tsukamoto, vi basi sapere che si tratta di una costante cruciale in quella bislacca equazione che è stata la fantascienza giapponese degli ultimi, boh, trent’anni. Se siete in vena di maratone, il mio consiglio è di partire subito col botto e spararsi Tetsuo, per poi passare a Tokyo Fist e proseguire con Snake of June. In avanzo di tempo, potreste pure dare una chance all’eccellente documentario di Masahiro Muramatsu Tsukamoto zukan, preziosa fonte di informazioni in seno alla redazione di questo pezzo.

E ora vogliate scusarmi ma sento un rigurgito influenzale salirmi dallo stomaco: Maestro, guardami, è per te.

Shin'ya Tsukamoto in Silence, di Martin Scorsese.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ad Alita e alla fantascienza giapponese moderna, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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