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Racconti dall'ospizio #191 - R4: Ridge Racer Type 4, il giallo e il senso della derapata

Racconti dall'ospizio #191 - R4: Ridge Racer Type 4, il giallo e il senso della derapata

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Ecco. Per l’appunto, vecchietti. Perché se a uno come me dici “R4”, prima ancora delle cartucce piratone Nintendo o del racing game giallone di Namco, penso a quando questa cacata francese che se ne andava in giro per le strade come fosse normale, seminando terrore e muratori.

Frechete. Con la erre moscia.

R4: Ridge Racer Type 4 di Namco, a differenza della vetturetta d’oltralpe, era un gioco fenomenale, capace di spalmarti in curva come fossimo tutti un panetto di burro sotto il solleone.

R4 fu l’ultimo esponente della serie a quattro ruote di Namco su PlayStation, che nel 1998/1999 (il gioco uscì in Giappone il 3 dicembre e il 16 aprile dell’anno successivo in Europa) stava ormai per avviarsi al meritato pensionamento. La grigia console di Sony, infatti, sarebbe stata presto sostituita dall’attesissimo monolito nero.

R4 arrivò a casa Fotone non so manco più precisamente quando. Probabilmente, a ridosso dell’uscita della PlayStation 2 jappo, che l’amico pazzo/ricco aveva acquistato per vie traverse alla modica cifra di un milione e duecentomila delle vecchie lire.

Eppure sentire, nei tunnel tra l'asfalto, nei cieli di cobalto c'è, un senso di te.

La pregevole colonna sonora drum'n'bass/funky (composta per l’occasione dal Namco Sound Team), l’introduzione della fascinosa Reiko Nagase (personaggio fittizio che divenne simbolo della serie negli anni a venire), la memorabile presentazione in FMV (quando le mascelle cadevano ancora per lo stupore...), i suoi menu sobri e accattivanti, assieme a un immaginario nippo-arcade calibrato al pixel... tutto sembrava possibile!

Le modalità di gioco di R4 erano le classiche dell’Ave Maria di ogni racing game arcade, e andavano bene a tutti.

Grand Prix: carriera appagante, benché corta, dove il giocatore vestiva i panni di un nuovo pilota del Real Racing Roots '99" Grand Prix. Il giocatore poteva scegliere tra quattro scuderie diverse, che corrispondevano a specifici livelli di difficoltà: Pac Racing Club, R.C. Micro Mouse Mappy, Racing Team Solvalou e Dig Racing Team. Era possibile sbloccare ben 321 modelli di auto (tutte fittizie, come la dolce Reiko), per 8 tracciati disponibili. Inoltre, bisognava selezionare una delle quattro case costruttrici (Assoluto Motor, Age Solo, Lizard, Terrazi). Le combinazioni di auto/scuderie erano molteplici e, assieme alle piccole storielle d’intermezzo, davano vita a una strana eppure ammaliante urgenza di scendere in pista e primeggiare.

Time Attack, in cui mi perdevo notti intere (e insonni) a derapare dentro al Bunker, per limare ancora qualche centesimo e battere il velocissimo Cicalini.

E Multiplayer. Che credo di non aver mai “messo”. A quel tempo, a Chieti, andavano di gran moda le sfide in TT, soli contro le traiettorie e un tempo da battere. Con l’amico seduto affianco che guardava rapito.

Lo stile.

In movimento, a circa 300 km/h, R4: Ridge Racer Type 4 era un prodigioso spettacolo a 32 bit. Uno show fatto di scie luminose e bellissime rifrazioni, brividi e capogiri dettati dall’estrema velocità... un’esperienza adrenalinica, immediata e al contempo avida di dedizione. Padroneggiare il suo sistema di guida poteva sembrare apparentemente semplice (come in ogni altro capitolo della serie, o come a bordo di quella cacata di Renault 4)...

Controller alla mano, invece, richiedeva rapidissimi riflessi, nonché la corretta memorizzazione di ogni tracciato, per anticipare curve e traiettorie, dipingendo immensi drift sul suo largo, larghissimo asfalto virtuale.

Ogni dettaglio di Type 4 era bello in modo assurdo, dai giappo-skyline ai modelli delle auto, passando per aerei o elicotteri che svolazzavano sulle gare. Cotanta grafica era gentilmente offerta dal Gouraud Shading, una particolare tecnica di realizzazione grafica che restituiva su schermo una simulazione estremamente accurata di riflessi e giochi di luce sui vari elementi o superfici. Tutto ciò contribuiva ad arricchire i suoi tramonti, le gare corse all’alba o le piste in notturna.

Bello, bellissimo e incompreso. Bastardi!

E come dimenticare l’incompreso (a torto o a ragione, vai a sapere, a me piaceva tantissimo) JogCon? Trattavasi di un controller marchiato Namco, in qualche modo simile al DualShock, che tra le due impugnature inglobava un piccolo disco rotante (con un piccolo incavo per un dito... a scelta) che aveva lo scopo di simulare (o meglio: emulare) - senza riuscirci benissimo, diciamolo pure - la rotazione di un volante automobilistico in miniatura.

Giocoforza, anche il force feedback trasmesso al pollicione del pilota era in miniatura. Senza contare il fatto che serviva una sensibilità da colibrì, per adattarsi a un simile sistema di sterzata. Ma che ce ne frega, era bellissimo lo stesso, a prescindere dalla sua (in)utilità.

R4: Ridge Racer Type 4 vantava un’organizzazione speciale dello spazio e dell’estetica tout court, fatta di pura astrazione nipponica.

Ad esempio. Prendi la sua magistrale copertina, ammira (ancora oggi) il layout del booklet interno e apprezza tutto il marketing/advertising di contorno. Ogni dettaglio si assorbiva in una nuova dialettica del gameplay e dell’impatto visivo, fatta di segni “ideoludici” chiari, minimali e logicamente inclassificabili, che sfuggivano a un ordine stilistico arbitrario e limitato. E dunque memorabile. Il risultato - o la messa in gioco - di questa nuova dialettica spingeva il racing game giapponese sino all’esterno della propria individualità, che ora (circa vent’anni fa) non poteva più essere compresa nel senso occidentale del termine.

R4 era così un gioco depurato di ogni isteria. La sua individualità (giallo com’era, risultava facilmente riconoscibile tra mille packaging) non era qui chiusura ma semplice differenza rifratta, una singolarità perfettamente accessibile, che sfrecciava nel grande sintagma delle derapate a trecento all’ora.

Per concludere tutti questi ricordi sbiaditi di quando si stava meglio quando si stava peggio, ecco qua una sentenza da vecchio integralista coi baffi e le pantofole di feltro: Ridge Racer Type 4 fu l’ultimo vero Ridge Racer di Namco.

Tutti gli altri Ridge dopo lui non meritarono mai l’amore di Brooke Logan, figuriamoci il mio.  

Questo articolo fa parte della cover story dedicata alla PlayStation Classic, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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