Quella sporca perla di State of Decay

Non sono una persona a cui fanno molti complimenti (ma neanche vivo immerso dagli insulti, fortunatamente), per cui succede che, quando mi dicono qualcosa di bello, lo ricordo con piacere. Una volta, per esempio, mi hanno detto una roba fantastica: “In caso di apocalisse zombi farei affidamento su Nabucodorozor, ha l'aria di chi ha già pianificato e perfezionato tutto da anni...”. Lo hanno detto davvero, e per quanto sia un complimento atipico, beh, è sicuramente uno dei miei preferiti. Non solo per le implicazioni logistiche e organizzative, che comunque sono importanti, ma anche perché, in fondo, mi certifica che il tempo passato sull'immaginario decomposto di zombi e compagnia è servito a qualcosa. Ma, comunque, perché vi sto dicendo tutto ciò? Perché oggi vi parlo di State of Decay. Sviluppato da Undead Labs e disponibile per Xbox 360 attraverso Live Arcade, sostanzialmente State of Decay sta all'apocalisse zombi come Grand Theft Auto sta alla criminalità organizzata. Il tutto, tra l'altro, facendo una figura più che dignitosa, considerando anche che, in quanto a valori produttivi, verrebbe da pensare che un team indipendente come Undead Labs non possa praticamente nulla in confronto a un mostro sacro del videogioco come Rockstar Games. Ci si rende presto conto, invece, di come la Trumbull Valley in cui è ambientato il gioco sia un luogo ampio, una volta pieno di vita e ora tristemente desolato, ricco di luoghi di tutti i giorni come negozi, cantieri e case che, purtroppo, ora sono vuote – o, peggio, ospitano orde di morti viventi – e fungono solo come risorsa per garantirsi l'unica cosa che conta nel mondo post-apocalisse: la sopravvivenza.

Sopravvivenza che, come è giusto che sia, passa per le nostre mani: State of Decay ci mette nei panni dei vivi e terrorizzati personaggi che abitano la valle che, tutti uniti sotto lo stesso tetto e accomunati dall'avere ancora un battito cardiaco, si ritrovano a dover affrontare qualcosa per cui difficilmente si è preparati. Una volta trovato un rifugio in cui dormire, sfamarsi e prendersi cura delle ferite, infatti, una buona parte del gioco starà nell'esplorazione delle cittadine nella valle e di tutto ciò che hanno da offrire.

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Oltre a medicinali e cibo, ovviamente indispensabili per tirare avanti nella catastrofe, altrettanto fondamentali si riveleranno le risorse generali necessarie per migliorare il proprio bunker antizombi: si potrà, per esempio, aumentare il numero di letti in cui dormire, creare un'officina dove riparare e migliorare i vari strumenti di morte permanente e le auto, e aumentare l'area visibile dalla torre di vedetta, solo per dirne alcune. Chiaramente, anche in un momento delicato come l'apocalisse zombi mettere qualcuno al posto più adatto è la cosa migliore da fare, e queste migliorie funzioneranno soprattutto grazie a un personaggio, tra i nostri superstiti, che sappia fare ciò che gli viene richiesto: avere un dottore in infermeria o un cuoco dietro ai fornelli non è solo cosa buona e giusta, ma andrà a influire notevolmente sulle caratteristiche dei personaggi.

Sì, perché State of Decay non ha un vero e proprio protagonista, ma ci mette a disposizione quasi tutti i sopravvissuti che riusciremo a trovare e a mettere sotto il nostro tetto, raccontandocene la storia, le capacità, l'attitudine con cui ha reagito alla catastrofe, e delineandone al meglio le caratteristiche fisiche e le abilità con cui prenderemo a sprangate (o correremo lontano da) gli zombi. Parallelamente a come ci ha abituato proprio GTA, infatti, troveremo intorno alla mappa, basso a sinistra, le due barre che indicano vita e stamina del nostro vivente di turno. Come detto, migliorare le strutture della nostra base è utile anche per aumentare la capacità totale dei due indicatori, visto che, purtroppo, è facile diminuirne il contenuto continuando a vagare di casa in casa, portando in giro scorte ed entrando in contatto con i putridi non morti con purtroppo anche il rischio di lasciarci le penne definitivamente.

Se vogliamo, la grandezza di State of Decay sta proprio nel suo dare un peso alla vita virtuale dei personaggi che andremo a muovere e nelle sue azioni. Perché così come è quasi percepibile la vita che scorreva per le strade e nelle case delle cittadine di turno, la disperazione nelle macchine accartocciate lungo le strade statali e la desolante immutabilità della natura, con le foreste e i fiumiciattoli che non percepiscono differenza alcuna tra il prima e il dopo, anche i panni virtuali del nostro superstite di turno sapranno risultare incredibilmente naturali, e ci troveremo a pianificare ogni movimento così come se fossimo noi stessi a compierlo. Pena, appunto, lasciarci le penne.

Ed è qui che entrano in gioco gli anni da nerd, come per esempio la consapevolezza che andare a piedi in un luogo vicino è consigliabile, soprattutto se l'alternativa è il rombo assordante di una muscle car, così come è sempre preferibile una resistente chiave inglese piuttosto che un affilato (ma facilmente usurabile) machete. Sparare va bene, l'importante è essere preparati (leggi: magari con una bottiglia incendiaria) all'orda di zombie che, a causa del rumore, ci attende una volta girato l'angolo. Consumare stamina correndo ci toglierà fiato quando sarà tempo di dare il colpo di grazia al non morto che ha messo gli occhi sul nostro avambraccio, e così via. I consigli li conoscete bene, insomma, e in State of Decay dovrete metterli in pratica tutti, altrimenti avrete la peggio.

Il bello di dover seguire il modus operandi che più si confà alla circostanza, tra l'altro, funziona particolarmente bene con l’assenza di un protagonista vero e proprio, un po' a voler sottolineare che non c'è fortuna o sfortuna davanti agli zombi: venire sopraffatti è un attimo, sta tutto nelle proprie abilità e nella propria furbizia nel fare meno rumore possibile. Oppure, chiaro, fare più rumore possibile ed essere pronti alle conseguenze. Una volta sopraggiunta la morte permanente, ci ritroveremo nei panni di un altro sopravvissuto, ovviamente sprovvisto dell'equipaggiamento della nostra precedente incarnazione. Sebbene però i possedimenti possano essere recuperati da un sopravvissuto del gruppo all'altro, va da sé che questi avrà caratteristiche e abilità differenti e non ne potrà ricoprire la mansione – per dire, se vi muore il cuoco addio pranzetti prelibati, si ritorna con la roba in scatola -, andando a influire, ancora una volta attivamente, sia sul morale che sulle statistiche della truppa che ne aspettava il ritorno a casa.

Oddio, “aspettava” potrebbe non essere la parola giusta. Se da un lato gli zombi sono infaticabili per natura, sempre a zonzo nel tentativo di porre fine a una fame a dir poco atavica, dall'altro anche per i vivi la necessità di mettere qualcosa sotto ai denti è piuttosto pressante, così come quella di rimpiazzare le risorse che si sono utilizzate nel corso dei giorni. Tanto pressante che, più di una volta, nel controllare la situazione generale con la base, vi accorgerete che qualcuno manca all'appello, disperso alla ricerca di cose utili. Se la ricerca in questione comincia a richiedere troppo tempo, sarà compito nostro andare a cercare il disperso nella zona in cui si era diretto, nella speranza di trovarlo vivo e, soprattutto, che una volta a casa capisca che uscire di notte, da solo e magari addirittura senza armi (mi è successo) in un mondo abitato da zombie non è propriamente una buona idea.

Assicurare alla comunità un buon numero di risorse è fondamentale non solo per l'aspetto ruolistico del gioco, quindi, ma anche per quello della sopravvivenza dello stesso: troppi sopravvissuti in giro per le case vuote della città aumentano solo le possibilità che il gruppo perda pezzi, sia fisici che morali, lasciando a noi la responsabilità di gestire un gruppo che perde risorse umane importanti e cercando di rincuorare i superstiti che non hanno visto tornare un compagno. Senza contare che State of Decay va avanti anche senza di noi, a console spenta, e quindi potrebbe capitare che, tornando a Trumbull dopo una pausa, qualcuno del gruppo se ne sia andato a cercare qualcosa. Magari, durante la sua assenza, una di quelle orde di non morti che abbiamo deciso di ignorare mentre eravamo in giro ad aiutare i vicini o a reclutare qualcuno ha deciso di fare visita a noi, diminuendo ulteriormente il nostro gruppo.

Insomma, sopravvivere per pianificare e pianificare per sopravvivere, e soprattutto essere sempre pronti tanto per sé quanto per gli altri, proprio come andrebbe fatto in una vera apocalisse zombie, almeno secondo i piani. Una prontezza di spirito che, è bene chiarirlo, il gioco sembra non dimostrare, almeno non completamente, quando si passa dal gameplay al comparto tecnico. La vastità della mappa di gioco e la sua ricchezza, sia in termini di luoghi da visitare che quanto a greggi di carne morta che pascolano per le strade, purtroppo risentono un po' delle limitazioni dovute allo sviluppo indipendente, che se da un lato riesce a restituire una carica emotiva straordinaria, come per esempio le già menzionate sensazioni poetiche di fu vitalità della città e la bellezza della natura immutabile, ma anche l'inedita bassezza della fisicità di tutto l'infinito arsenale che impatta sui crani dei non morti, dall'altro presenta tutti i difettucci comuni a titoli open world – anche più blasonati -, come pop up di edifici, texture ritardatarie, framerate ballerino e una telecamera che risente dei momenti più concitati.

Tirando le somme, però, c'è anche da dire che si sta parlando pur sempre di un titolo indipendente, appunto, capace di offrire tantissimo a una cifra tutto sommato modesta (1600 Microsoft point fanno 19,20 euro alla cassa), almeno rispetto ad altre produzioni che, sulla carta, dovrebbero garantire tutt'altro livello. La realtà, infatti, è che difficilmente troverete sul mercato un titolo capace di immergervi così tanto in un mondo che ha visto il peggio, e dal quale nonostante tutto vi risulterà difficile allontanarvi, non tanto per i vostri compagni e la loro sbadataggine molesta, quanto per la sua lugubre bellezza. State of Decay non è solo un must buy per gli strateghi dell'apocalisse zombi, quindi, ma l'ennesimo piccolo capolavoro indipendente degli ultimi anni che, probabilmente, con un budget “tripla A” avrebbe goduto di attenzioni ancora maggiori.

Ho giocato State of Decay su Xbox 360 grazie a un codice promozionale fornito da Microsoft, piangendo un po' dentro ogni volta che moriva qualcuno. Soprattutto quando morivano senza che me ne accorgessi.

Voto: 8,5

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