Pony Island è il figlio scemo di Psycho Mantis

Pony Island è il figlio scemo di Psycho Mantis

Che cos'è Pony Island? Vai a sapere. Secondo me non lo sa neanche Pony Island, che cos'è Pony Island. È un esercizio di stile, un giochetto metalinguistico che passa tutto il tempo a scrutarsi con entusiasmo la punta dell'uccello e a mirare fortissimo verso una direzione composta da tecnopipponi e psicopompi. Insomma, è un po' come un articolo di Fotone, ma con meno tout court e più cavallini che saltano. È un gioco non gioco, in cui la componente di gameplay oscilla fra il mediocre e il parecchio sfizioso ma comunque limitato. È un'opera multimediale interattiva che gioca con la percezione del giocatore e lo avvolge in un mondo virtuale fatto di listati, pony alati, sale giochi, realtà virtuale, satanismo e supercazzole. È un gioco di merda ma anche un gioco della madonna. È Pony Island, costa due spicci e se vi intriga dateglieli. Magari vi farà schifo, ma potrete raccontare di averci giocato quando converserete nei salotti bene armati di sigaro e whisky.

Pony Island è iscritto al club dei giochi dall'interfaccia trasparente, che include membri di spicco come Her Story (il mio GOTY 2015) e Superhot(un mio forte candidato per il GOTY 2016). Lanci il gioco da Steam e il tuo computer diventa il terminale a cui sta appiccicato il protagonista, tramite il quale affronti un'avventura surreale che ti vede alle prese con questo nuovo, fantastico, incredibile arcade adventure intitolato Pony Island. Quindi sì, in Pony Island, la base del gioco ci vede alle prese con un terminale che racchiude al suo interno Pony Island, quello vero, impegnati ad affrontarne i vari livelli, ma anche a smantellarne il codice per distruggerne la potenza satanica e sconfiggere una forza demoniaca che controlla le anime dei giocatori e vuole ottenere l'accesso anche alla nostra. O qualcosa del genere.

L'intera esperienza di gioco offerta da Pony Island ci vede quindi davanti a un terminale, nel quale possiamo chattare con presenze ignote, affrontare i livelli di Pony Island, quello vero, pasticciare con le opzioni di Pony Island, quello vero e ravanare nel codice di Pony Island, quello vero sperando di sconfiggerne il creatore. Non ci state capendo niente? Non importa, tanto tutto si traduce in tre sostanziali possibili situazioni di gioco più qualche simpatico extra, tipo i vari file sparsi per il desktop. Ci sono i livelli di Pony Island, quello vero, una specie di endless runner il cui gameplay si evolve tutto sommato abbastanza, ma che nonostante questo è divertente per circa venti secondi. Ci sono le fasi puzzle, che ci vedono intenti ad esplorare opzioni e desktop alla ricerca di bug e poi alle prese con un minigioco dalle meccaniche semplici, ma abbastanza intriganti e anch'esse capaci di evolversi, nel quale si pasticcia col codice di Pony Island, quello vero. E infine ci sono le fasi più legate alla narrazione e al chiacchierare in chat con gli altri personaggi. Fine, tutto qui. Un po' di narrazione essenziale, un platform game poco più che mediocre e un puzzle game simpatico ma che non va molto lontano dall'essere un passatempo mobile. Insomma...

Il fatto, però, è che il bello di Pony Island sta sostanzialmente tutto nella supercazzola. I singoli elementi, presi per i fatti loro, hanno effettivamente un peso specifico molto basso, ma l'esperienza di gioco, nel complesso, è una roba di una bellezza notevole, che ti acchiappa fin da subito con la sua natura surreale, fuori di cozza ma assolutamente coerente, e non ti molla fino alla fine. Immerge in una storia che in senso ampio e buffo parla di satanismo e dipendenza dal videogioco, ma sembra anche essere una specie di confessionale con cui Daniel Mullins esprime la sua frustrazione da sviluppatore e l'ansia da prestazione di fronte alle aspettative dei videogiocatori. E il racconto, il mondo, la follia, compongono tutto quanto. Pony Island è, sopra ad ogni altra cosa, un mezzo tramite cui Mullins racconta quel che ha da raccontare e dimostra di essere molto furbo.

Lo fa, però, in maniera molto intelligente, con grandissimo stile e una sana dose di autoconsapevolezza, non smettendo mai di prenderti e prendersi in giro, riuscendo ad essere sempre arguto e pieno di idee in tutti i suoi metagiochetti, fino all'ultimissimo secondo, fino a quel finale così semplice, azzeccato, perfino quasi toccante. E son tutte cose che è un po' difficile spiegare, perché il bello sta nello scoprirle giocando, certo non nel farsele raccontare per iscritto da uno che neanche sa bene come raccontarle. Mi limito quindi a sottolineare che, sì, le fasi di gioco classico sono abbastanza intelligenti, ma non molto più che dignitose e, anzi, sulla distanza, in un paio di momenti, rischiano perfino di essere ripetitive. Ma non importa, perché fungono da veicolo per tutto il resto, e tutto il resto è una roba che merita davvero di essere assaporata, anche considerando che il gioco viene via a 4,99 euro. Poi, certo, non è per tutti, capisco che possa non piacere, ma sul serio, se lo chiedete a me, potrebbe valerne la pena. Forse. Chi lo sa. Vai a sapere.

E poi c'è il fatto che a un certo punto, mentre giocavo a Pony Island, all'interno di Pony Island, quello vero ho visto apparire la scritta "You Killed Jesus". E quindi...

Ho giocato a Pony Island dopo essermelo comprato coi soldi miei. Me lo sono comprato coi soldi miei perché avevo letto una recensione che non ne parlava benissimo, ma era scritta dalla gente sbagliata, e una recensione che ne parlava benissimo ed era scritta dalla gente giusta. Ho completato l'avventura nel giro di due ore scarse.

Old! #153 – Marzo 1996

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