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Racconti dall'ospizio #180: Di come i Pokémon ci mangiarono l’anima

Racconti dall'ospizio #180: Di come i Pokémon ci mangiarono l’anima

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Prendete la canzoncina di Heisenberg, al posto suo metteteci me e al posto della metanfetamina metteteci un Pokémon super raro mai visto dal quartiere. Giusto per avere un’idea del livello di bruttura in cui ci ridussero i Pokémon. Vent’anni dopo, siamo ancora qui a parlarne, ma nel periodo del boom, anche i piccioni in strada parlavano dei Pokémon.

Pokémon, forma contratta del binomio Pocket Monster, è sostanzialmente un simulatore di capitalismo per Game Boy prima e per DS ora, in cui tutti i mali dello sfruttamento vengono condensati in un gioco di avventura e di lotte clandestine tra galli, nel quale, al posto dei galli, ci sono mostruosità che mutano via via che si imbastardiscono. Questi mostri li puoi portare in giro con te per fare cose, catturarli e collezionarli. E io, che passavo i pomeriggi in cortile a catturare insetti, ci finii dentro con tutte le scarpe. L’inizio della stramaledettissima fine, specie perché non decidevi tu se giocare o meno ai Pokémon, lo decideva Nintendo, che da quel momento in poi si è sostituita, se non a Gesù Cristo, senza ombra di dubbio alla colomba dello Spirito Santo.

I Pokémon erano ovunque. OVUNQUE. Finito di giocarci in cortile, accendevi la TV e c’era un infogatissimo Giorgio Vanni che ti diceva di catturarli tutti. Andavi a scuola ed erano sugli zaini, sui quaderni, sui calzini. Ti si scaricavano le batterie del Game Boy? E che problema c’è?! Ci sono le carte dei Pokémon, per un salutare pomeriggio passato a contrabbandare che manco a Scampia. Per un buon periodo, le giornate furono scandite da Pikachu e associati.

A quei tempi, il DLC familiare, mia sorella, non era ancora stato pubblicato e quindi mi godevo tutti i benefit dell’essere figlio unico. Una congiunzione astrale favorevole con la Prima Comunione mi fece guadagnare in un colpo solo un Game Boy Color (!!!) e le due versioni di Pokémon al quel tempo disponibili: Rosso e Blu. Non sto a fare il nostalgico e a dire che la prima generazione si la migliore e altre menate retrograde. LA PRIMA GENERAZIONE NON HA BISOGNO DI ESSERE DIFESA, ESSENDO DAVVERO LA MIGLIORE DI TUTTE.

Buggata come poche cose al mondo, era un condensato di tutte le cose over the top di quegli anni. C’erano esperimenti genetici e fossili da far rivivere, le robe creepy, le leggende metropolitane, i glitch folli, gli scambi e le risse via cavetto. Il cavetto. Quello fu un acquisto opzionale dalle implicazioni esagerate, che mi rese il personaggio più influente della zona. Immaginate un manipolo di bambini assatanati, con le fazioni interne in base al primo Pokémon scelto durante l’avventura e al colore della cartuccia, tutti con la volontà di completare il Pokédex per primi. Io, nella parte alta del quartiere del Monte Rosello della ridente Sassari, generavo la domanda e l’offerta. Ero l’arbitro degli scontri, il mercante, il pedaggio da pagare se il tuo stramaledetto Hitmonlee voleva andare a sedersi affianco al suo Hitmonchan. Ero quello che portò il contatore di tutta la zona a 151 dopo aver rubato Mew a un amico di un amico, che in piscina aveva incontrato uno, che aveva un amico con una guida che spiegava come avere Mew e glielo aveva fatto catturare. Rendo l’idea? No?

Vi basti pensare che metà del team di sviluppo manco sapeva dell’esistenza di Mew, ce l’ha infilato di nascosto uno di loro e per ottenerlo devi compiere un rituale che definirlo stregoneria è poco. Ci vollero dieci anni e YouYube, per scoprire quanto fosse folle la procedura per acchiapparlo. Meglio rubare.

Il livello di imbruttimento raggiunse però l’apice quando arrivò la seconda generazione, che permetteva di clonare i Pokémon attraverso un trick a base di salvataggi riusciti a metà e spegnimento improvviso del Game Boy. Fu il delirio. Pokémon Oro e Argento, prodigio reso possibile solo dalla buonanima di Iwata san (sempre sia lodato), erano Rosso e Blu ma sotto steroidi. I Pokémon potevano portare con sé oggetti che venivano clonati insieme al Pokémon a cui venivano affidati. Carenza di caramelle rare? Ti penti di aver usato la Master Ball sul leggendario sbagliato? E che problema c’è, passa in fattoria. Fu un periodo glorioso, di lotte tra Pokémon insulsi come Caterpie svezzati fino a diventare carri armati. Di catture che erano autentiche mattanze, di squadre per la lega che erano autentici plotoni di esecuzione.

Tra i cultisti della prima generazione. però. questo problema della scarsità di risorse era già stato ovviato attraverso la procedura più fotticervello dell’universo pokemonaro: l’incontro con MISSINGNO. Missingno (pronunciato tra di noi ignoranti Missìgnio invece di Missing-No) era una trovata degli allora sviluppatori che sfuggì pesantemente di mano a Game Freak. Sta di fatto che questi pionieri del videogioco moderno si accorsero che in fase di tutorial il gioco rischiava un crash di quelli poderosi, da autodistruzione, e ci infilarono un placeholder, il guscio vuoto di un Pokémon, uno zero, che tenesse in equilibrio la baracca. Missingno, però, mica lo sapeva di essere un tappabuco e quindi ti si poteva parare davanti come tutti gli altri 151 Pokémon, naturalmente previa invocazione speciale.

Dopo un incontro ravvicinato con Missingno, i Pokémon nei box del Pokecenter iniziavano a dare testate contro le pareti e il tuo zaino diventava una cornucopia. Il gioco, con Missingno, si riconglioniva di schianto e il sesto oggetto dell’inventario si moltiplicava per x$$$$, cifra intraducibile che significava più di 99 unità. Prima di festeggiare, però, dovevi scappare da Missingno e la cosa non era semplice, perché si presentava con un livello che sforava di decine il tetto massimo e le probabilità di fuga piombavano a picco. Di catturarlo non se ne parlava: chi ci ha provato ha avuto solo il tempo di ammirarlo per qualche tempo, prima che la cartuccia del gioco diventasse un uovo fritto. Chi superava questa prova, però, si ritrovava con ogni ben Dio, per arrivare indenni fino a Gary e sfasciargli la faccia alzando semplicemente il mignolo. Cose belle.

Con le carte dei Pokémon, la situazione era pure peggiore. Le carte erano la versione analogica di quella roba assuefacente, che però disinnescava le sgridate per il troppo tempo passato davanti alla TV, quindi oro puro. In quel periodo, c’erano pure le figurine Panini di Calciatori ‘98 e i miei non volevano vedermi dilapidare gli averi di famiglia in un altro papiro. Quindi, facendo leva sul mio potere d’acquisto digitale (il cavetto, ragà!), ho raccattato i doppioni dai compagni di cortile e son partito con il baratto. La svolta arriva col cinema, all’ingresso per la proiezione di quell’epica pellicola che è il film di Mewtwo contro Mew, davano le carte promozionali a tiratura limitata. Con quelle, ho avuto l’occasione di entrare nel giro delle carte rare, cazzute e luccicose, e come quel tizio che è partito con una graffetta rossa e ha barattato cose fino ad ottenere una villa, io sono passato da una carta di Mewtwo a una di Venusaur, poi a una di Blaine’s Arcanine (googlate e guardate quanto diavolo è bella), poi a una di Charizard e, se non fossi stato un idiota, mi sarei dovuto fermare lì. Invece l’ho barattata con Feraligatr, perché ai tempi era una delle poche carte che potevano batterlo. Ero troppo bimbonutella, per ragionare a lungo termine.

FATAL ERROR

Quella carta ce l’ho ancora, ricordo di un momento meraviglioso della mia esistenza, un momento che ancora mi fa dire quanto sono e siamo stati fortunati, quanto lo siamo ancora, un ricordo che mi fa pensare anche a quanto è FORTUNATA NINTENDO ‘TACCI SUA IL BRAND PIU’ REDDITIZIO DELLA STORIA HA TIRATO FUORI E GUARDA COME CI HA RIDOTTO. Esco a conquistare la palestra della parrocchia qui vicino casa, va’.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai Pokémon, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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