Play.com fa piangere DeSangre

Fino all'altro giorno, l'isola del Jersey (stretto della Manica) godeva di alcuni privilegi amministrativi - ma soprattutto economici – tipici delle terre di mezzo e dei mondi che non esistono per davvero, come Fantasilandia e i suoi cortesi - ma al tempo stesso inquietanti - Ricardo Montalban e nano . Uno di questi, in particolare, consisteva in un'agevolazione fiscale che permetteva di eludere la VAT (Value Added Tax, ovvero l'IVA inglese) per la merce di valore inferiore alle quindici sterline. In altre parole e per farla breve, tra noi videogiocatori borderline (sempre attenti al portafoglio) è sufficiente dire solo "Play.com". E ci siamo capiti. Sul finire del terribile anno scorso, purtroppo, lo stratagemma fiscale con il quale si poteva eludere la VAT nel Jersey è stato "fixato", a danno dei commercianti fisici e online e, ovviamente, anche del beneamato sito Play.com (acquistato nel settembre 2011 dal gruppo giapponese Rakuten per 25 milioni di sterline).

Ieri MCV UK ha riportato l'annuncio che Marco Calcaterra, mai nella vita, avrebbe voluto leggere: a partire dal prossimo marzo, Play.com smetterà le operazioni di vendita diretta della merce, passando completamente al ruolo di "mediatore", ovvero farà da tramite per le vendite fra privati in modo simile a quanto già praticato da eBay e Amazon. Il negozio virtuale che tutti adoriamo e da tempo bendeciamo, insomma, avvierà una pesante ristrutturazione, per diventare un marketplace dove tutto costerà più o meno "settanta euro". A corollario della crisi economica (che oggi sembra colpire anche le terre di mezzo), in questo processo di transizione andranno persi 147 posti di lavoro nella sede del Jersey e altri 67 fra gli uffici di Cambridge e Bristol.

Beh, proprio settanta euro magari no, ma in ogni caso per noi è già tragedia.

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