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Papo & Yo: le rane, la droga e il mostruoso papà delle favelas

Laddove il plurale maiestatico significhi qui solamente un vezzo borderline, la prima californiana di Papo & Yo ci toccò dritto al cuore, con fortissima passione e vivissima esaltazione della rivelazione, in quell'afoso E3 del 2011. Lungi dal rivelarsi un inadeguato ossimoro del tecnoludico, il "videogioco delle favelas" sviluppato dal team di Minority (cinque-persone-cinque) calamitò la mia attenzione e anche quella ben più attenta di giopep, mostrandosi quale opera multimediale interattiva meravigliosa, tanto pregevole nell'aspetto "così PlayStation" e nelle meccaniche ludiche, quanto commovente per la struggente allegoria che custodiva in grembo.

Il protagonista del gioco è Quico, ragazzo nato e cresciuto nei bassifondi di una città del Sud America, il cui miglior amico e protettore è Monster, un mostro grosso e per l'appunto mostruoso, estremamente goloso di rane. Gli anfibi trangugiati, però, rendono Monster estremamente suscettibile, per non dire violento e pericoloso. Ricordo ancora le parole di Vander Caballero, producer del gioco: "La storia raccontata in Papo & Yo riguarda me e mio padre. Un uomo buono, ma anche una persona perfida, che fece ricorso all'alcol e alle droghe per far fronte alle difficoltà della vita. Io mi ritrovai intrappolato all'interno di questa spirale, così il nucleo emotivo del gioco ruota attorno al rapporto che avevo con mio padre." Monster sarebbe Papo e le rane la droga.

Lo scopo di Quico è quello di trovare una cura per Monster, all'interno di un puzzle-platform-adventure che non solo simboleggia in forma ludica l'infanzia tormentata del suo creatore, ma che vanta addirittura un sistema di controllo razionale e ben intuitivo, telecamere svelte e mai impacciate, oltre a indicazioni su schermo mai invadenti, armonizzate in maniera egregia con lo stile grafico adottato dagli sviluppatori. Per giocare con  Papo & Yo, dunque, occorre tutta l'immaginazione, l'innocenza e la serietà che solamente i bambini possiedono: appena quel mostro di un papà assaggia anche solo mezzo anfibio, infatti, tutta la favela prende a confondersi, lasciandosi manipolare come per gioco. Allora è sufficiente adagiare alcune scatole di cartone sui quadranti del classico gioco "campana", mentre interi edifici si spostano come per magia e i tetti creano un nuovo passaggio.  Il trailer qui sotto serve più di altre mille parole.

http://youtu.be/arfRc-7jRgM

Al di là delle valenti dinamiche ludiche che Papo & Yo sfoggia nel trailer, il terzo incontro con il gioco di Minority nel corso della GDC 2012 s'è spinto addirittura oltre, offrendoci persino la possibilità di controllare il protagonista all'interno di una sequenza onirica (molto poco) interattiva, con tanto d'inedito e struggente "finale" della versione dimostrativa. In buona sostanza, dopo essersi scapicollati tra salti e capriole e dopo essersi spremuti le meningi per risolvere i puzzle ambientali, si fa l'incontro con un'incantevole fanciulla, che sale su un'automobile nera e lentamente va via, mentre Quico la insegue a fatica, correndo lentamente, come in quegli strani sogni nei quali il tempo è dilatato, le distanze diventano burroni e le gambe non reggono mai abbastanza. Per chiunque sia ancora in grado di sognare e giocare come un bambino (delle favelas),  Papo & Yo, prima o poi nel 2012.

Outcast è meglio di Top Gear. Forse

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