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Paperback #21 - Ogni Maledetto Lunedì (su due)

Paperback #21 - Ogni Maledetto Lunedì (su due)

Paperback è la nostra rubrica quindicinale (più o meno) in cui parliamo di libri non strettamente legati al mondo dei videogiochi. Visto che per quelli legati al mondo dei videogiochi c’è quell’altra.

Lo sapete quanto mi piace Zerocalcare, no? Ho amato sia La profezia dell’Armadillo che Un Polpo alla Gola. Per questo non potevo lasciarmi sfuggire Ogni maledetto lunedì (su due).

Diciamolo subito: è, da un lato, una paraculissima raccolta, in bianco e nero, delle strisce che il Nostro ha già pubblicato, nel tempo, sul suo blog www.zerocalcare.it. Ma a parte il piacere di averle sempre lì, su carta e a portata di mano, c’è all'interno della raccolta una macrostoria a colori che fa da raccordo a tutto il cucuzzaro.

E questa macrostoria che, essendo stata scritta dopo, potrebbe risultare posticcia, finta e ulteriormente paracula (“ti piazzo lì il raccontino nuovo così ti giustifico tutto quanto! Bella zì”) invece esalta e dà nuova linfa alle strisce, raccordandole con un fil rouge che le lega e le intreccia, creando così le basi per un racconto compiuto.

Zerocalcare racconta nelle sue storie, da sempre, agi e disagi di una generazione che di fatto mi rappresenta (anche se ora posso sembrare una sciura pacata, accasata e appagata, non fatevi ingannare. Sono una disadattata sociale).

Siamo la generazione degli eterni bambini, la generazione che da un lato vuole crescere ma dall’altro non vuole abbandonare quello che l’ha fatta crescere, l’aspetto ludico della vicenda, e per questo, siamo una generazione estremamente bistrattata: siamo i mammoni, gli eterni bamboccioni tutti giochi, fumetti e videogame.

Dall'altro lato, però, siamo anche la generazione più jellata dal dopoguerra ad oggi. Siamo la prima generazione, in sessant'anni circa, che non riesce a rendersi indipendente. E non perché mammoni, eterni bambacioni o che. È che non abbiamo sbocchi, prospettive o speranze. Siamo in un mondo immobile, che ristagna e non ci permette di andare da nessuna parte. Ci hanno cresciuto con grandi speranze, siamo la generazione dei privilegiati, quelli che “hanno tutto” eppure non abbiamo in mano nulla di vero, tangibile e concreto. Non abbiamo un futuro visibile davanti a noi, ma non solo. Quelli di noi che riescono a fatica a costruire qualcosa - un lavoro stabile, una casa e una famiglia - sanno che dovranno sudare sette camicie non per garantire un futuro migliore ai propri figli, ma per garantirgli proprio un futuro, perché di certo, ora come ora, un futuro proprio non ce l’hanno.

Zerocalcare racconta la nostra storia, il perché non possiamo dirci trentenni ma viviamo comunque da soli, paghiamo le bollette, lavoriamo (o cerchiamo di farlo) in un mondo che ha visto andare a donne di facili costumi le conquiste sociali dei nostri padri. Siamo lo zimbello della società che ci rende vittime. A volte siamo noi stessi i carnefici, sia chiaro, ma più spesso siamo le vittime.

La macrostoria parla di questo: di come siamo stati cresciuti, con quali prospettive, cosa ci è stato promesso, i sogni che abbiamo fatto e come invece, alla resa dei conti, non si trattava d'altro che di una grossa balla fatta di fumo, e la realtà è che dobbiamo cercare di cavarcela con i mezzi di fortuna che troviamo. Dobbiamo restare a galla in qualche modo.

Nell'ironia di Zerocalcare di respira sempre quell'amarezza per cui, dopo aver riso e sorriso con la striscia di turno, ti ritrovi con quel leggero sapore di calzino usato che ti lascia la consapevolezza che è tutto vero. Non è una macchietta, Zerocalcare. Non è un personaggio fittizio e sfigato del quale ridere, lo Zerocalcare che si muove per i fumetti. La sua malinconia, la sua dolorosa consapevolezza di quel che siamo e di dove stiamo andando, è la nostra, di noi che anneghiamo tra le futilità, tra fumetti e videogiochi per non ammettere cosa ci viene negato. Siamo gli eterni post adolescenti perché ammettere di non poter crescere a volte è semplicemente troppo. Eppure siamo adulti. E però non lo diciamo. Siamo belli incasinati, sì.

Ma abbiamo tenacia. A galla, in qualche modo, ci restiamo. Ci barcameniamo, ci illudiamo e tiriamo avanti, senza dimenticare quello che ci è stato fatto, quello che ancora ci stanno facendo. Teniamo duro.

Perché, mi chiederete voi, comprare quindi un fumetto che ti prende a legnate in faccia? Perché ti dice esattamente CHI siamo. Perché, nel farti sorridere, ti fa prendere coscienza del fatto che questa generazione bistrattata e ridicolizzata, alla fine, cerca di far andare avanti la baracca come può. E, cavolo, io ne sono orgogliosa.

I cinque minuti di Hope: The Other Side of the Adventure

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Nothing Else ci culla nell'incubo