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Aprile – Un’intervista a Nanni Cobretti de I 400 Calci

Aprile – Un’intervista a Nanni Cobretti de I 400 Calci

Tu sei il male, io sono un autarchico.
— N. Cobretti.

Sono nato a Como e, fin dall’infanzia, tutte le persone attorno a me, a cominciare dai miei genitori e dai miei nonni, mi hanno insegnato a diffidare della vicina Varese.

La faida tra le due città ha radici antiche, piantate addirittura nel medioevo. Pare che le rogne siano cominciate addirittura nel 1121, dopo che una tregua rotta anzitempo dai laghee costrinse gli antenati dei varesini, colti, nudi e impreparati, a respingere gli assalitori in piena notte.

Oggi che la rivalità viene perlopiù consumata sul piano sportivo, a livello di mitologia, Varese sta a Como un po’ come Shelbyville a Springfield: hanno la stessa merda che abbiamo noi, ma lì è un po' diverso. Da noi ci sono solo McDonald’s, da loro pure un paio di Burger King. Noi siamo stati colonizzati dalla catena di supermarket Migros, loro dalla Tigros. Noi abbiamo Villa Olmo, loro Villa Panza. “Noi abbiamo il lago con i pesciolini e voi, beh, soltanto la nebbia”.

La proverbiale amichevole accoglienza dei cittadini di Shelbyville.

Eppure, al netto dei guai, un paio di settimane fa sono stato costretto a infiltrarmi in territorio nemico perché il locale - e bellissimo, lo ammetto con livore - festival cinematografico Cortisonici, quest’anno, ha pensato bene di dedicare l’evento collaterale “Focus on” al cinema di menare. E non pago, al grido di “Cantando dietro i paradenti”, ha convocato in città il pezzo grosso in persona, il capo de I 400 Calci, Nanni Cobretti (e se non conoscete né lui né il sito: vergogna!). In combo con la direttrice del Fighting Spirit Film Festival, Soo Cole, Nanni ha arbitrato uno spietato torneo di cortometraggi dedicati alle arti marziali e ha usato il sangue versato dagli spettatori per firmare copie del suo Manuale di cinema da combattimento.

Raggiunta la location del festival e sopravvissuto alle ostilità dei locali, ho rapito Nanni e l’ho costretto a una lunga chiacchierata sul cinema di menare, e oltre, che di seguito potete leggere nella sua versione completa o ascoltare nel nuovo episodio di Outcast Popcorn, con audio fetente e meno domande.

La locandina dell'edizione 2018 di Cortisonici, il festival che ha ospitato il focus sul cinema di menare "Cantando dietro i paradenti".

Andrea Peduzzi: Ti andrebbe di raccontare come è saltato fuori I 400 Calci, e con quale vocazione?

Nanni Cobretti: Ho fondato I 400 Calci nel 2009, e la leggenda vuole che a far traboccare il vaso sia stato il trailer di (500) giorni insieme. Nel video, il protagonista entra in ascensore, incrocia una ragazza che sta ascoltando gli Smiths - uno dei gruppi più famosi del pianeta - e si innamora di lei solo per quello. (Beh, il fatto che la tipa sia interpretata da Zooey Deschanel gioca la sua parte. ndPeduz)

Ovviamente il film poi non l’ho visto, ma dopo essermelo fatto raccontare ho capito che rappresentava il contrario del cinema di cui avrei voluto scrivere io.

Aneddotica a parte, con i I 400 Calci l’idea era di parlare di tutti quei film, action o horror, che normalmente vengono sottovalutati dalla critica standard, con uno stile accessibile e piacevole da leggere anche al di là della passione per il genere. Volevo creare una comunità dalla discussione aperta per rivalutare un certo cinema.

Val Verde, nel momento esatto in cui è avvenuto il concepimento de I 400 Calci.

Andrea Peduzzi: La prendo alla larga. A volte ho la sensazione che alcuni registi usino le storie solo come pretesto per “far vedere” o “far muovere”. Penso alla love story di Titanic, che trascina lo spettatore in lungo e in largo per la nave prima, ma soprattutto durante l’affondamento. Oppure a Shining, dove Stanley Kubrick sembra aver abusato di King solo per fare un film sullo spazio e sul suono. Cosa ne pensi?

Nanni Cobretti: Beh, sì. Il succo di Shining è sostanzialmente quello: Kubrick usa la sceneggiatura per giocare con le sue geometrie, e Stephen King se ne è ampiamente accorto. Il regista aveva trovato il modo per sfogare le sue fisse autoriali ancorandole a film comunque sufficientemente accessibili e commerciali da attirare il grande pubblico. In Shining la principale “calamita” è Jack Nicholson. Con la sua recitazione sopra le righe ti tiene incollato allo schermo, alla storia, ma la verità è che il centro del discorso è l’atmosfera montata attraverso le riprese dentro e attorno l’Overlook Hotel.

Lo stesso discorso vale per James Cameron. Tu hai citato Titanic, con tutta la faccenda della ricostruzione e dell’affondamento. Ma anche Avatar funziona più o meno allo stesso modo. Cameron ama farsi ispirare dalla tecnologia per inseguire le nuove frontiere del cinema, e Avatar era un modo per far esplodere il 3D attraverso una storia semplice e universale.

Stanlio Kubrik mentre prova col cast la celebre scena lungo la scalinata del Titanic.

Andrea Peduzzi: Se penso al mio rapporto con le sequenze action, mi viene facile entrare in quelle marziali “one man show” alla Atomica Bionda o John Wick. Poi, magari non sono capace di apprezzare il gesto fino in fondo, ma il fomento mi arriva.

Per quanto riguarda invece le scene d’azione “grosse”, con macchine, scontri, esplosioni e migliaia di elementi che si muovono all’unisono nella stessa immagine, ho ancora qualche problema. Sento di non riuscire a fare a meno dei personaggi per scardinarle davvero, e per questa mia tara non riesco a godermi come si deve il cinema di Michael Bay, che spesso viene incensato da I 400 Calci. Dammi una mano.

Nanni Cobretti: È normale. Michael Bay è complicato. Lui fa un cinema tutto suo che esalta i suoi punti di forza. Il problema è che pure io, per quanto possa parlare benissimo di Transformers 3, ogni volta che non c’è una scena action con i robot avrei voglia di skippare. Anche perché trovo irritante il modo in cui Bay dirige gli attori, con la sua fissa di farli urlare.

Eppure, quando gioca nel suo campo d’azione fa delle cose che non fa nessun altro. Metti un regista “normale”: ogni tanto ti fa la classica inquadratura iconica da infilare nei trailer, o per punteggiare questa o quella scena d’azione. Ecco, Michael Bay dedica la STESSA attenzione maniacale a ogni singolo fotogramma, e lo fa con una mano incredibile. Non solo riempie ogni centimetro di pellicola con una densità di roba impressionante, ma riesce anche a farlo nei tempi e nei budget che gli vengono concessi. Che sono grossi, sì, ma non più di quelli che danno a tanta altra gente che poi, magari, finisce per sforare.

Michael Bay invece arriva sempre con un’idea chiara, dirige con velocità e riesce pure a lavorare sui dettagli. È disumano.

Andrea Peduzzi: Però, tutte le parti con gli attori, i vari sketch comici, per Michael Bay rappresenterebbero solo una via per ottenere il budget e vendere la sua idea di cinema? Provo a spiegarmi meglio: in quelle parti ci crede, o potendoselo permettere girerebbe solo roba gigante al limite della videoarte?

Nanni Cobretti: Beh, a certi livelli sarebbe interessante chiederlo a lui. Se da un lato sembrerebbe il tipo che prende la sceneggiatura e la straccia, dall’altro sceglie sempre di lavorare con attori piuttosto bravi. All’inizio avevo come l’impressione che Bay dicesse al cast: “OK, di queste scene non me ne frega niente, improvvisate!”.

E invece non è affatto così. Da interviste, materiali e testimonianze, è venuto fuori che è precisissimo e esigente anche per quanto riguarda le parti più dialogate. Poi lo stile può piacere o meno, ma vengono girate esattamente come vuole lui.

In un bellissimo aneddoto, l’attore Peter Stormare ha raccontato che Bay continuava a fargli rifare una scena, chiedendogli tutte le volte di non mettere la pausa in mezzo alla battuta. Stormare spiegò a Bay che non c’erano pause, ma era solo lui che a tratti respirava. E il dittatoriale regista, di rimando: «Allora non respirare».

Capisci che a quei livelli diventa questione di gusti, entra in ballo l’uomo. Evidentemente a Bay piace un certo tipo di umorismo, e va detto che nel corso della sua carriera si è cimentato anche con film diversi da Transformers, come Bad Boys o Pain & Gain, che è una dark comedy.

Ingmar Bergman sul set di Sussurri e grida.

Andrea Peduzzi: Come si impara a leggere e ad apprezzare fino in fondo l’azione? Ad esempio, prendiamo i film di arti marziali: ho la sensazione che dietro la patina popolare si nasconda una seconda barriera d'ingresso più elevata, come per lo sport.

Nanni Moretti: Bella domanda. A me apprezzare l’azione viene abbastanza spontaneo. È una questione puramente visiva, di dinamismo, ritmo e montaggio. Per metterla semplice: all’inizio guardi una cosa, e senti che funziona, che ti fa effetto. Poi magari ne guardi un’altra, e vedi che non va. Piano piano inizi a fare paragoni, a imparare le differenze, a farti massa critica. Poi arrivano i dettagli, ti accorgi che le inquadrature ampie rendono più leggibili i movimenti. Capisci che alcune soluzioni valorizzano la coreografia, mentre altre la nascondono costruendo comunque un buon dinamismo. Prendi Paul Greengrass e i suoi Bourne: attraverso riprese confusionarie, riesce a restituire benissimo l’adrenalina di una fuga o di un inseguimento, momenti nei quali il protagonista stesso non capisce bene cosa gli stia succedendo attorno. È come nelle sezioni concitate di certi videogame: a volte ti capita di agire d’istinto, velocemente e senza pensare troppo.

Insomma, per imparare a leggere e ad apprezzare il cinema action bisogna guardare tanti film, e dopo un po’, in genere, si aprono i trucchi e gli elementi di linguaggio.

«Da qui a lì pensavo a un centinaio di stacchi»

Andrea Peduzzi: Sulla scia della passione per il cinema d’azione o di arti marziali, ti sei mai avvicinato a qualche sport di botte?

Nanni Cobretti: Sommariamente. Ammetto di non essere un super esperto di sport da combattimento o arti marziali. Ne ho praticati un po’, a volte li guardo, ma sono più concentrato sul loro lato spettacolare. Su come certe cose funzionano a livello visivo.

Poi, chiaro che un’infarinatura tecnica permette di apprezzare meglio le varie mosse in un combattimento: la loro sequenza e la loro pertinenza. Di afferrare il senso di una coreografia. Con un minimo di esperienza, impari anche a comprendere le difficoltà che si nascondono dietro a certe scene o tecniche.

Steven Seagal, ad esempio, è stato incredibile. Ha preso un’arte marziale come l'aikidō, fatta di piccoli movimenti ravvicinati - se lo vedi combattere, sembra non sudi nemmeno - ed è stato capace di renderla spettacolare. Un altro esempio è Over The Top, di Menahem Golan, che è riuscito a conferire dinamismo a una disciplina statica come il braccio di ferro.Quel film rappresenta una grande lezione di cinema.

1986, Woody Allen mentre comunica a Stallone la decisione di lasciare la regia di Over the Top in mano a Golan, per potersi dedicare a Radio Days.

Andrea Peduzzi: A livello di gusti personali, preferisci i cineasti che esprimono l’azione attraverso un montaggio serrato o quelli dalla messa in scena aperta e leggibile?

Nanni Cobretti: Tendenzialmente a me piacciono le scene leggibili. Una delle cose che mi hanno segnato di più sono state le coreografie chiare e eleganti di John Woo. In Senza Tregua, ad esempio, il regista cinese ha messo in campo tutti i suoi trucchi e le sue conoscenze per creare dei veri e propri balletti. Sequenze che sono eleganti e dinamiche allo stesso tempo.

In quel film, che non è nemmeno considerato uno dei suoi classici, John Woo ha avuto a che fare con Jean-Claude Van Damme, che ha un carisma diverso rispetto al suo attore feticcio, Chow Yun-Fat. Eppure, al regista sono bastate le intuizioni del capello lungo e del cappotto per conferire ulteriore dinamismo a ogni scena. In ogni slow-motion, il mullet e il cappottone svolazzanti di Van Damme diventano parte integrante della coreografia.

Giorgio Tirabassi, assistente alla regia di John Woo ai tempi di Senza tregua, propose una variante ai soliti cestini per motivare il cast.

Andrea Peduzzi: Durante il tuo intervento a “Cantando dietro i paradenti”, hai accennato a Matrix e a come l’introduzione della computer grafica nel cinema d’azione ne abbia inquinato la componente atletica pura. Di contro, ultimamente mi sembra di notare un ritorno all’analogico, a dinamiche di ripresa più tradizionali e agli atleti. Sbaglio?

Nanni Cobretti: Quando si inventa una cosa, spesso il problema è che i primi a farla la fanno bene, mentre gli imitatori, alla lunga, finiscono col sciuparla. Dopo anni di azione girata à la Matrix, si è raggiunto il punto di saturazione. Il pubblico stesso si è stufato di vedere combattimenti rappresentati come se fossero sequenze animate. Certe soluzioni funzionano solo se hanno alle spalle un piano e una cifra ben precise.

The Raid - Redenzione, di Gareth Evans, è stato un po’ il film che ha segnato il cambio della marea, dimostrando che si può prendere una scena di arti marziali ben coreografata e metterla al servizio di una storia, in questo caso di un thriller di sopravvivenza, a prescindere dalle istanze puramente spettacolari. The Raid è un film d’azione girato come se fosse un horror, dove le scene di combattimento - molto violente e riprese dal vero - caricano la tensione, e non sono solo uno showcase del protagonista.

Da lì in avanti, molti registi hanno imparato la lezione, iniziando a riprendere l’azione dal vero, in maniera chiara, e servendosi di attori che ci credono come Keanu Reeves o Charlize Theron. Poi, a me Reeves nello specifico non fa impazzire, ma ce la mette tutta e non gli si può davvero rimproverare nulla. Poi, anche solo per il fatto che una star come lui, al suo esordio dietro la macchina da presa, abbia deciso di girare un film di arti marziali commercialmente rischioso come Man of Tai Chi, beh, come dire: solo stima.

Andrea Peduzzi: Da ragazzino, tra gli otto e i dieci anni, ho visto serenamente RoboCop, I guerrieri della notte, Conan il barbaro e mille altri film piuttosto violenti. Ricordo che anche il primo Batman di Burton, del 1989, aveva certe scene che oggi non passerebbero facilmente in un film di supereroi. Certi genitori si preoccupano persino per Ready Player One, e leggo di adolescenti che trovano le prime stagioni de I Simpson eccessivamente scorrette. Quando è cambiato il vento dei tempi, secondo te? E perché?

Nanni Cobretti: Questa è una questione che va molto al di là del cinema e che rispecchia la situazione sociale e politica contemporanea. Io non sono un sociologo, ma se posso permettermi di passare un’impressione, credo che in linea generale la storia proceda per cicli. Penso ad esempio al proibizionismo degli anni Venti: le cose vanno in una certa direzione fino a quando non toccano un estremo. A quel punto scoppiano, e vanno nella direzione opposta. Raggiungono un nuovo estremo, scoppiano di nuovo, eccetera.

Il cinema rispecchia la realtà e le sue dinamiche. E nel farlo, ne esprime sia i lati positivi che quelli negativi. In seno al discorso della diminuzione della violenza in certi film, il lato positivo che vedo è l’inclusione. Ossia, il fatto che molti film di genere oggi riescano a raggiungere un pubblico piuttosto ampio e diversificato.

Il lato negativo, invece, è l’eccessiva timidezza di certe produzioni. Tuttavia, sto già notando dei moti di ribellione. Perché come ho detto, ogni volta che raggiungi un estremo, l’estremo opposto è già sul piede di guerra. Un film come Deadpool nasce come reazione a certo cinema Marvel un po’ troppo morbido. Certe pellicole di S. Craig Zahler come Bone Tomahawk o Cell Block 99 - Nessuno può fermarmi sono piene di sequenze molto violente. E penso che storie di quel genere, fatte vent’anni fa, quando le cose erano un po’ più equilibrate, non avrebbero avuto bisogno di versare tanto sangue per farsi posto.

Il reboot di RoboCop.

Andrea Peduzzi: Più o meno a partire dalla fine degli anni Novanta, le serie TV sono maturate e hanno assunto sempre maggiore importanza. E con loro, di conseguenza, la scrittura. Oggi, dopo un decennio e passa di quel trend, molti cineasti stanno riscoprendo il valore dell’immagine e della regia “pura”. Penso a film come Mad Max: Fury Road, Dunkirk, e pure al nuovo Twin Peaks. Siamo a un cambio di ciclo?

Nanni Cobretti: Io spero davvero di sì. Spero che stia succedendo. Gli esempi sono quelli che hai citato tu. Mad Max: Fury Road ha rappresentato una lezione che Nolan ha evidentemente colto, e sicuramente avrà altre belle conseguenze. George Miller ha avuto il coraggio di ridurre i dialoghi e la storia ai minimi termini per esprimersi attraverso immagini e montaggio. Dunkirk, nel voler raccontare tutta la complessità della lotta per la sopravvivenza, ha trasformato i personaggi in puri veicoli. Film come questi incarnano l’idea di cinema per la quale ho sempre combattuto, e che a mio modo di vedere spreme le caratteristiche del mezzo al suo meglio.

Dall’altra parte, è pure vero che nei film di supereroi le storyline continuative funzionano. Anzi, contestualmente, sono a loro volta una reazione alle storie chiuse degli anni Novanta.

Venendo invece alle serie TV, io non ne guardo troppe; non riesco ancora ad abituarmi a una storia diluita per venti ore. Però hanno una loro funzione, e non tanto in termini di linguaggio, ma, per così dire, di appropriazione. Per tutti quegli artisti versati nel raccontare storie di un certo respiro e con certe sfumature, la TV è diventata un'ottima valvola di sfogo. È il territorio dove si riesce a sperimentare con un budget medio, che è poi la fascia di cinema che nel frattempo è venuta a mancare. In sala, oggi, ci arrivi col blockbuster da duecento milioni e dal successo garantito, oppure con film “piccoli” come quelli di Blumhouse Productions (Whiplash, Split, Scappa - Get Out). Film che costano relativamente poco; che possono permettersi il flop, ma anche azzeccare il successo imprevisto.

Tom Hardy, in uno dei momenti più eroici e al contempo struggenti di Dunkirk.

Andrea Peduzzi: Quanto peso dai al contesto, nella disamina di un’opera?

Nanni Cobretti: A me il contesto di un’opera interessa sempre moltissimo, e non tanto in seno alla valutazione, ma per come può influenzarne la percezione generale. Mi piace rivedere i film a distanza di anni anche per osservare l’effetto che fanno al di fuori del proprio background originale. Si scoprono delle cose interessanti.

E per contesto non mi riferisco solo a quello sociale o politico, ma anche alla produzione o al marketing. Di recente ho scritto un pezzo su Explorers, di Joe Dante: un classico della mia infanzia che, come ho scoperto, all’epoca dell’uscita in sala, nel 1985, era stato un flop. Eppure, se ci pensi è un film che si infila perfettamente in un certo filone, ed è anche uno dei migliori. Senza contare che il regista, Joe Dante, era fresco del successo di Gremlins.

Tuttavia, indagando sul contesto, ho scoperto che Explorers è uscito un mese dopo I Goonies, una settimana dopo Ritorno al Futuro e due settimane dopo Cocoon. E non è finita. Da lì a pochissimo avrebbero raggiunto le sale Ritorno alla quarta dimensione, Scuola di geni e La donna esplosiva: tre commedie di ragazzini alle prese con esperimenti scientifici. Semplicemente, il film di Dante non ha avuto fortuna e si è perso tra la concorrenza. Alcune recensioni dell’epoca lo hanno bollato come un film “visto e stravisto”, considerazione che oggi non ha alcun valore. Allo stesso modo, chissà, l’ennesimo film di supereroi Marvel, in futuro, potrebbe prestarsi a analisi diverse.

Il successo de I Goonies fu un po' una fregatura per Explorers, uscito giusto un mese dopo.

Andrea Peduzzi: I social media hanno modificato la circolazione dei pezzi di critica cinematografica. Secondo te, ne hanno anche influenzato i contenuti?

Nanni Cobretti: Probabilmente i social media influenzano alcuni contenuti. In generale, per emergere dal caos la tendenza è di essere schematici, perentori ed estremi. Inoltre, il modo in cui le bolle social diffondono le opinioni favorisce la nascita di veri e propri schieramenti.

Con I 400 Calci cerchiamo di andare nella direzione opposta, con pezzi medi o lunghi. Pezzi magari scritti in maniera leggera, ma che tendono ad analizzare e approfondire quanti più aspetti possibili dei film in oggetto. Ci piace dare un quadro generale onesto e trasparente.

Poi, sui social mi diverto a provocare qualche discussione, magari partendo da battute volutamente ambigue. E, a volte, leggendo le reazioni ci rimango male. Soprattutto quando tra i commenti trovo solo dei “sono d’accordo” o “non sono d’accordo”. Piuttosto, se sono stato ambiguo nell’innesco, chiedimi perché. Tutti sono capaci di dire se un film è bello, o brutto. E magari di prenderci pure. A me interessa piuttosto sapere come mai un film viene considerato brutto da alcuni spettatori, e buono da altri. E posso benissimo abbracciare o contestualizzare opinioni opposte alle mie, se ben motivate. Ognuno può avere la sua specifica reazione di fronte a un film, e sono sempre curioso di sentirne le ragioni. Però, me le devi saper portare come si deve. È il bello delle discussioni attive.

Andrea Peduzzi: Ho la sensazione che oggi, in alcuni ambienti, un certo cinema di genere (per quello che significa) stia rimontando su quello d’essai (sempre per quello che significa), che nelle opinioni più estreme viene quasi rifiutato e considerato per “gente che se la mena”. Da un lato, c’è del buono: diversi film sottovalutati all’uscita si stanno godendo le loro brave riabilitazioni. Di contro, sempre parlando per iperboli, mi spaventano un po’ eventuali derive populiste di spettatori o critici formati solo attraverso il cinema popolare o di genere.

Nanni Cobretti: Come ho detto prima, quando spingi una cosa agli estremi, inneschi al contempo l’effetto opposto. Così come I 400 Calci è nato come risposta allergica a certi film e a un certo modo di fare critica, se il cinema che amo dovesse crescere al punto da provocare una reazione opposta, sarei solo contento. Vorrà dire che c’è stato un picco. Che si è vista della gran roba. E a quel punto riterrei una reazione non solo inevitabile, ma anche auspicabile.

Detto questo, lo scopo de I 400 Calci non è mai stato quello di ribaltare le carte, ma semplicemente di evidenziare aspetti del cinema che sono stati a lungo sottovalutati. Torniamo ai film di arti marziali, ad esempio: un gesto sportivo ben coreografato può essere una delle cose più cinematografiche in assoluto. Soo Cole, fondatrice e direttrice del Fighting Spirit Film Festival di Londra, mi ha raccontato che spesso incontra filmaker che non c’entrano niente con l’azione, ma mostrano grande curiosità verso le arti marziali in termini di linguaggio cinematografico.

Se un autore inizia a giocare con elementi che prima dava per scontati, a me può solo fare piacere. Ecco, storco il naso solo di fronte agli approcci troppo snob come quelli di Solo Dio perdona, di Nicolas Winding Refn, o di Knockout - Resa dei conti, di Steven Soderberg.

Film che, invece di menare, se la menano?

Andrea Peduzzi: Quali sono, secondo te, i cineasti e i paesi da tenere d’occhio, oggi?

Nanni Cobretti: Il mio radar è sintonizzato su Julia Ducournau, in Belgio, e Can Evrenol, in Turchia. Per gli Stati Uniti dico Ted Geoghegan e - frega niente di Death Note - Adam Wingard. Se poi devo nominare un paese intero, quello è l’Italia: ultimamente si è finalmente smosso qualcosa e sono curioso di vederne gli sviluppi.

Andrea Peduzzi: Negli ultimi anni, il minutaggio dei film, in particolare dei blockbuster, è aumentato. Non che sia un problema, se il film è buono. Ma a prescindere, secondo te, perché? Dipende da questioni di mercato (tipo - la sparo - l’alternanza dei film nei multisala), o da ragioni artistiche?

Nanni Cobretti: In realtà è un trend che va avanti da anni, ma che gli ultimi Transformers e Avengers hanno finito con l’esasperare. Ha a che fare con il creare un evento e dare un’esperienza soddisfacente. “Value for money” in quantità, per rimediare eventualmente alla qualità. Finanziariamente, le produzioni ci rimettono, perché un film più lungo significa meno proiezioni quotidiane. Per cui trovo interessante vedere chi, invece, va controcorrente.

Andrea Peduzzi: Outcast nasce soprattutto come sito di videogiochi, quindi mi tocca. Che genere di giochi ti piacciono?

Nanni Cobretti: In genere gradisco i giochi action in terza persona di menare e sparare, con open world gradito, ma facoltativo. I titoli sono i soliti: le serie Arkham, Grand Theft Auto, Assassin’s Creed, Uncharted, The Witcher. Amo Sleeping Dogs per la componente marziale, oltre ai vari Yakuza e Watch Dogs. E pure FIFA e Football Manager non mi dispiacciono.

Parzival, Art3mis e Aech a bordo della DeLorean, in Ready Player One.

Andrea Peduzzi: Cosa ne pensi del nostalgismo? Ho la sensazione che la cultura popolare dal dopoguerra in avanti vada avanti per cicli. Negli anni Ottanta, Zemeckis celebrava i Cinquanta; nei Novanta risuonava la controcultura dei Sessanta. All’inizio, il circolo della nostalgia era trentennale, poi le cose hanno preso ad accelerare. Dopo essere ripassati brevemente per i Novanta, oggi con Stranger Things, It o Ready Player One stiamo di nuovo doppiando gli Ottanta. Secondo te, si azzererà mai il ciclo?

Nanni Cobretti: Ti regalo una scommessa “azzardata”: secondo me Ready Player One, anche se sembra il contrario, è la sigla finale. Ha preso tutto quello che era rimasto e ha fatto overdose. Le prossime stagioni di Stranger Things saranno le scene post-credit.

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BAFL - Brakes Are For Losers: E già qui non sono d’accordo

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Old! #253 – Aprile 1998

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