Ludophìlia #6 - Hell's Journalism: perché non dire le cose più semplicemente?

Ludophìlia #6 - Hell's Journalism: perché non dire le cose più semplicemente?

Una rubrica di approfondimento che corrobora mente e joypad, curata da uno che l’avrebbe voluta intitolare “I Love Tara Long”. Da tempo il giornalismo videoludico italiano ha visto la "chiarezza" non come una semplice qualità della comunicazione verbale, non come un attributo che si possa applicare a vari linguaggi, ma come una parola separata. L'idioma in questione è una lingua originariamente "politica", nata nel momento in cui le classi "superiori" desiderarono tramutare la loro particolare scrittura in linguaggio universale. Si tratta di scrivere in un certo idioma sacro, imparentato con la lingua italiana, come altri scrissero in geroglifici, sanscrito o latino medievale. Ecco spiegato il motivo per cui nelle recensioni dei (frettolosi) tempi moderni il nuovo Super Mario Bros. 2 finisce sempre per essere "la dodicesima iterazione del franchise della casa di Kyoto", il nuovo "titolo" di Nintendo o, peggio ancora, una "IP appena rilasciata". Cose brutte dal mondo, insomma.

Recensioni in ASCII, il futuro dell'editoria?

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Sempre più frequentemente, si sente recitare nelle videorecensioni più compassate che il testo di un tal gioco, date le implicazioni latenti, desume e dall'architettura e dal puro design connotazioni multiformi, plurisfaccettate, che re-descrivono la narrativa ludologica vattelappesca-puzzleplatformiana. In verità, tale linguaggio non è chiaro, se non nella misura in cui viene ammesso. Per non dire che basta intrufolarsi dentro una stella lancio e agitare freneticamente il controller per ritrovarsi già col cuore in gola, insomma, la critica arriverebbe persino a scrivere che "… la procedura ludo-dinamica di Super Mario Galaxy assume metaforiche valenze di infantile onirismo tecnologico, laddove l'epifania del cosmico viaggio automatizzato s'intride di emozioni sopite nel valhalla del retrogame, inusitate per l'utente moderno à la Halo four. Ottima la Sountrack."

Questo gergo passatista non è affatto determinato da esigenze precise di ragionamento o da un'assenza ascetica d'immagini e materiali video a supporto, ma da un fondo comune di stereotipi, a volte contorti e sovraccarichi fino a essere ampollosi, dal gusto di certi giri di frase e, beninteso, dal rifiuto di certi vocaboli, messi alla porta con orrore o ironia come intrusi, quindi sospetti.

La recensione grafica di tutti i Mario Bros. messi assieme: tanto basta.

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Si tratta di un idioma particolare, scritto da un gruppo definito di critici e recensori, che essenzialmente non scimmiotta neppure i grandi classici come furono Toniutti o Di Bello, ma la loro purezza d'intenti, la loro innocenza d'altri tempi. L'idioma dell'attuale giornalismo videoludico tricolore è talmente tanto stretto, codificato e fine a sé stesso, che per tutti gli altri può apparire strano come lo yiddish. È pacifico che ogni medium abbia il suo specifico linguaggio tecnico, fatto di formule prefabbricate e locuzioni imprescindibili per l'analisi in essere, ma la critica italiana è proprio sicura di non avere un suo stile esageratamente pretenzioso? Perché non dice le cose più semplicemente? La chiarezza non è un attributo della scrittura, ma la scrittura stessa, dall'istante in cui è costituita come scrittura, fino al momento in cui diviene lettura. La chiarezza esprime il desiderio massimo: quello di giocare prima ancora di premere START.

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